Vladimir Putin

Il futuro della società civile russa: oltre le versioni ufficiali

di Benedetta Macripò

L’opinione pubblica russa sembra aver ceduto a un meccanismo di consenso e dissenso che si riduce a pro o contro Putin, abbandonando lo sviluppo di una coscienza critica più complessa. Non è una novità che il presidente Vladimir Putin, definito spesso con epiteti quali anti-liberale e antidemocratico, sia un freno a un autonomo sviluppo della società civile russa. Ciononostante, i problemi relativi all’organizzazione di azioni collettive di protesta potrebbero essere endemici e non solo dipendenti dalla figura politica di Putin. In questo contesto, gli studenti, come spesso è accaduto, potrebbero essere l’avanguardia di un movimento di protesta che origina dalle radici della società. Forse, però, per la Russia, il discorso è diverso.

Qualche mese fa, la testata Radio Free Europe-Radio Liberty,  ha pubblicato un articolo relativo al video che un gruppo di ragazzi e ragazze ucraini, studenti di alcune delle maggiori università di Kiev, ha indirizzato ai propri coetanei in Russia. Nel video, gli studenti si appellano allo spirito critico della propria «controparte», chiedendo loro di «dubitare di ciò che sentono, dubitare di ciò che vedono». Si tratta sostanzialmente di un invito a non accettare passivamente la versione ufficiale del potere politico russo e a sviluppare nei suoi confronti uno spirito critico.

La risposta non ha tardato ad arrivare. Pochi giorni dopo, il gruppo giovanile russo filo-governativo Set’ ha divulgato un video dello stesso format, ma con un contenuto ben diverso. L’invito a prendere in considerazione la possibilità che le autorità russe abbiano divulgato una rappresentazione distorta della crisi ucraina viene accolto come si accoglierebbe un guanto di sfida, tra diffidenza e sospetto. «Voi ci chiedete di alzare la cortina dell’informazione. Facciamolo insieme così che nessuno possa dubitare». La differenza di approccio tra gli studenti ucraini e quelli russi è eclatante. Ma quale è il rapporto tra la società civile –in particolar modo gli studenti- e il governo in Russia?
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Sorpresa: il sistema sovietico è il migliore?

Pravda - Foto di Surfstyledi Astrit Dakli

L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, in sigla URSS, ha cessato di esistere nel dicembre 1991, al termine di un rapido processo di disintegrazione avviato e compiuto nell’incredulità generale nel corso dei due anni precedenti.

Da allora ad oggi in Russia (ma in Occidente già da molto prima) l’URSS e il suo sistema politico, economico e sociale sono diventati una sorta di paradigma del male, il simbolo stesso di quanto di peggio fosse concepibile da mente umana in materia di vita pubblica: una demonizzazione così intensa e profonda da portare addirittura alla rimozione della memoria, alla cancellazione – in pratica – di un lungo e cruciale periodo della storia dell’umanità, caratterizzato dall'”esperimento socialista” (che tanto peso ebbe anche nella nascita e nella crescita del nostro welfare state occidentale), e alla sua riduzione a vuote formulette esorcizzanti. Anche nel dibattito politico odierno, quando si vuol esprimere il giudizio più negativo e inappellabile su un’idea o una proposta si dice – tanto da destra quanto da sinistra, si badi – che è qualcosa di “sovietico”.

Bene: e allora com’è che a distanza di ventun anni la maggioranza dei cittadini russi (cioè di coloro che hanno vissuto direttamente sulla propria pelle quell’esperimento, e non per un breve momento ma per diverse generazioni) si dice convinta che quel sistema sarebbe ancora oggi il migliore possibile?
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