Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Simon Mohun

Simon Mohun
Simon Mohun
Noi Restiamo

Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti eterodosse-i a cura degli attivisti della campagna “Noi Restiamo”. Siamo ormai arrivati alla settima puntata. È la volta di un’economista inglese, Simon Mohun. Mohun è professore emerito di economia politica presso l’Università Queen Mary di Londra. Di tradizione marxista, influenzato dal lavoro di Duncan Foley, Dumenil e Levy, Mohun ha concentrato la sua ricerca sulla misura, la descrizione e la spiegazione dei trend del profitto aggregato nelle economie capitaliste sviluppate. Ha pubblicato su varie riviste accademiche, fra cui il Cambridge Journal of Economics e Metroeconomica. Ha curato il libro “Debates in value theory” (1994, Macmillan). In coda alla versione italiana, cìè quella inglese dell’intervista.

Domanda: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Profughi a Prati di Caprara

Accoglienza umanitaria: tutte le debolezze italiane

di Stefano Galieni

Accanto ai “nodi” europei rispetto all’accoglienza umanitaria ce ne sono altri tutti italiani. Eccoli in sintesi.

La dislocazione e il funzionamento di ambasciate e consolati

In questi luoghi, in teoria, si può fare richiesta di protezione umanitaria. Con l’aumento di arrivi registrato nel 2014, il governo, in particolare il Ministero dell’Interno, ha dato indicazione di utilizzare a questo scopo le sedi diplomatiche. Ma la pratica racconta una realtà differente. Nei paesi di emigrazione e/o fuga le ambasciate sono anacronisticamente poche (mentre ce ne sono tante nei paesi verso cui gli italiani migravano in passato) e inaccessibili (a meno di disporre di corsie preferenziali) e infatti, le richieste inoltrate con questo tramite si contano sulla punta delle dita.

Restrizioni di ogni tipo, imposte anche dai governi locali, assenza di personale diplomatico formato in materia, necessità di non interferire negli affari interni dei paesi ospitanti, sono altri fattori che concorrono alla non apertura di questo canale. Lo stesso tipo di difficoltà si riscontra nei paesi di transito. Le sedi diplomatiche italiane raramente si aprono per fornire un documento che permetta di lasciare un Paese in cui si è entrati irregolarmente, indipendentemente dalle ragioni di questo ingresso.

Un esempio concreto è costituito dai profughi siriani a cui non è dato modo di ottenere il visto e il titolo di viaggio necessario in paesi limitrofi come Libano, Giordania ed Egitto, trovandosi così costretti a mettersi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Una revisione del personale dei consolati e delle ambasciate potrebbero evitare il corto circuito ma da sempre sembra prevalere l’indisponibilità, anche da parte del personale diplomatico, ad accettare una riorganizzazione. Aumenterebbe il numero delle cosiddette “sedi disagiate” in cui a stipendi più alti corrisponde esposizione a maggiori rischi.
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Crisi, sciopero e lavoro, Garibaldo: “Dal contagio non si scappa e a rischio ci sono gli standard sociali”

Francesco Garibaldodi Sergio Caserta

È sciopero generale, oggi, ed è anche il momento, forse uno dei principali, in cui fermarsi e riflettere su tempi, modi e prospettive di lavoro, mercato e crisi economica. Per questo abbiamo posto alcune domande al sociologico Francesco Garibaldo, gà direttore della Fondazione Istituto per il Lavoro e dal 2006 vicepresidente del “Research Committee on Participation, organizational Democracy”. Con un percorso professionale nella Fiom Cgil e poi all’Ires (Associazione Internazionale di Sociologia), ecco quali considerazione formula.

Mercoledì 14 novembre, è il primo sciopero unitario dei sindacati in Europa che viene proclamato da quando è esplosa la crisi economica e sociale, secondo te non è fuori tempo massimo e perchè ci sono tante differenze nel movimento dei lavoratori europeo di fronte alla crisi ed alle politiche della “troika”?

Sì, è molto fuori tempo ma almeno un segno si è prodotto. La difficoltà nasce dal totale spiazzamento del movimento sindacale europeo di fronte ai processi di globalizzazione ed in specifico alla nascita della Unione Europea(UE) come are economico-produttiva integrata. da un lato infatti vi è la più assoluta libertà di movimento dei capitale e la possibilità per le imprese di sfruttare legalmente tutte le differenze legali,sociali ed economiche interne alla UE; dall’altra i sindacati sono rimasti prigionieri di uno schema nazionale, schema che prima garantiva forme più avanzate di regolazione sociale che oggi vengono messe in discussione proprio dal modo con il quale si è costruita la UE: una asimmetria costituzionale tra misure correttive del mercato, cioè quelle che promuovono la protezione sociale, l’eguaglianza e la partecipazione sociale e quelle di costruzione del mercato, cioè quelle pro-business.
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Foto di Flats

Con Eurosur nasce la fortezza Europa 2.0: nuovi sistemi per controllare le frontiere

di Luigi Riccio

Ridurre gli ingressi illegali nell’Ue, le morti legate ai tentativi di immigrazione clandestina e la criminalità transfrontaliera. Con questi obbiettivi, nel 2008, Franco Frattini, allora Commissario europeo per la Giustizia, la libertà e la sicurezza, presentava al Parlamento europeo due proposte che sono adesso in fase di attuazione. La prima puntava alla costruzione di un sistema integrato di sorveglianza alle frontiere dell’Ue, utilizzando anche satelliti e droni. La seconda alla creazione di “frontiere intelligenti”, capaci di riconoscere biometricamente le persone in entrata e in uscita, agevolando il transito dei viaggiatori “graditi”. In particolare, il primo progetto, Eurosur (European External Border Surveillance System), sarà operativo dal 1 ottobre 2013.

Eurosur prevede la cooperazione e lo scambio di informazioni tra le autorità di frontiera dei Paesi membri e Frontex (l’Agenzia europea per le frontiere esterne). Ogni Stato suddividerà i propri confini in porzioni, a ognuna delle quali sarà attribuito un livello di impatto “sulla base di un’analisi dei rischi e del numero di episodi che si verificano”. Le rilevazioni saranno poi raccolte da un Centro nazionale di coordinamento, che si occuperà di condividerle con i Centri degli altri Paesi e Frontex. Ma quanto ci verrà a costare tutto questo?
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Bologna, il comitato contro passanti e passantini: “Speriamo che non se ne faccia nulla”

Gianni Galli e Severino Ghini
Gianni Galli e Severino Ghini
di Sandro Nanetti

Gianni Galli e Severino Ghini sono gli instancabili animatori del Comitato di cittadini per l’alternativa al passante nord e sono impegnati a indire pubbliche assemblee in ciascuno dei quindici comuni a nord di Bologna per spiegare ad amministratori e cittadini i termini di quella “oscura vicenda che impatta sul nostro futuro”. Approdando a Villanova di Castenaso ne hanno raccontato vari aspetti: il tracciato autostradale ipotizzato, infatti, dividerebbe questa frazione dal capoluogo. Per di più qui i cittadini hanno il dente avvelenato giacché la frazione soffre gli effetti di un traffico eccessivo che da quarant’anni si sarebbe dovuto alleggerire con il famoso “lotto 2 bis della Lungosavena”, la cui mancata realizzazione, sempre da quarant’anni, è oggetto di rimpalli tra Regione, Provincia e Comune.

Il passante nord fu ideato per decongestionare dal traffico la tangenziale di Bologna e l’autostrada. Un percorso alternativo all’attuale autostrada (ma più lungo di oltre quaranta chilometri a nord di Bologna) avrebbe dovuto risolvere il problema. L’entusiasmo con cui dieci anni fa fu accolto il progetto – spiegano Galli e Ghini – derivava essenzialmente dalla mole di miliardi di euro che avrebbero accompagnato la gittata dell’asfalto. Ogni amministrazione dei comuni della pianura toccati dall’opera vagheggiava nuovi poli industriali e tecnologici e nuovi insediamenti urbani. Nel contempo, nelle aree lasciate libere a Bologna dal trasferimento nella “bassa” delle attività produttive, si sarebbero potute costruire nuove case. Il nuovo progetto, nel suo complesso, poteva essere considerato la realizzazione di una Città metropolitana ad uso e consumo della lobby trasversale degli affari e del cemento che non vede insensibili anche alcuni amministratori della sinistra storica eletti in Provincia e in Regione.
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Diritti umani e migranti: da Bologna all’Europa sulla via dell’integrazione

Foto di CassandraAmitie è l’acronimo del progetto intitolato “Migrazione, sviluppo e diritti umani”: nei giorni scorsi in Piazza Maggiore con percussioni, letture dal vivo, proiezioni video e uno spazio di photo-shoot si è dato il via a ciò che dovrebbe favorire lo scambio di idee – e non solo – tra nuovi cittadini, autorità locali, ong, scuole secondarie superiori, enti privati e aziende, per comunicare il valore aggiunto del processo di migrazione e della diversità culturale a livello locale. Questa è la mia storia. O la nostra? si potrà leggere simultaneamente sui cartelloni in giro per Italia, Spagna, Romania e Lettonia, rispettivamente a Bologna, Siviglia, Bucarest e Riga.

Il progetto, co-finanziato dall’Unione Europea attraverso lo strumento per la cooperazione allo sviluppo, è coordinato dal Cdlei (Settore Istruzione del Comune di Bologna) in collaborazione con ufficio relazioni e progetti internazionali e ufficio cooperazione e diritti umani. Ideato due anni fa da Lucia Fresa del comune di Bologna con Gustavo Gozzi, professore per diritti umani e storia del diritto internazionale nelle università di Bologna e Ravenna, alla base c’è una lunga ricerca effettuata in collaborazione con le università dei succitati paesi. Qual è l’ostacolo emerso? Il ben noto concetto di “sicurezza” che in italiano oltretutto racchiude in modo ambiguo e confusionario due significati ben diversi e ben distinti ad esempio nella lingua inglese: la security da un lato, che vuol dire appunto sicurezza, e la safety dall’altro, con cui si intende «la protezione contro il rischio». Ed è proprio quest’ultima ad aver fabbricato lo spettro e la caccia allo spettro sotto forma delle varie misure in atto nell’intero continente.
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