Donbass: da che parte stare?

Non un passo indietro
Non un passo indietro
di Valerio Evangelisti

Di norma, chi si trova a sostenere i ribelli del Donbass viene accusato di essere a favore di Putin, o addirittura di filofascismo. Questo perché un’ala molto minoritaria del fascismo europeo, proprio per simpatia verso il nazionalismo conservatore di Putin e la sua sottomissione ai dettami della Chiesa ortodossa, ha scelto di schierarsi con le repubbliche popolari indipendentiste nate dopo il cambio di regime in Ucraina.

In realtà, da che parte stia il fascismo è dimostrato dai fatti. Fin dalla “rivolta” di piazza Maidan, accolta con entusiasmo non solo dall’Occidente, ma anche da settori della flebile estrema sinistra europea, post-moderna e ultramovimentista, col nuovo governo di Kiev si sono schierati partiti e movimenti ucraini dichiaratamente sciovinisti, razzisti e addirittura nazisti. E il potere scaturito dalla cosiddetta insurrezione di piazza (in realtà un colpo di Stato in linea con quelli chiamati “arancioni”) non si è vergognato di servirsi di questa marmaglia paramilitare, autrice di violenze, assassinii e stragi, tipo il tragico rogo di Odessa. Anzi, le ha offerto incarichi di responsabilità ai più alti livelli.
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Vladimir Putin

Il futuro della società civile russa: oltre le versioni ufficiali

di Benedetta Macripò

L’opinione pubblica russa sembra aver ceduto a un meccanismo di consenso e dissenso che si riduce a pro o contro Putin, abbandonando lo sviluppo di una coscienza critica più complessa. Non è una novità che il presidente Vladimir Putin, definito spesso con epiteti quali anti-liberale e antidemocratico, sia un freno a un autonomo sviluppo della società civile russa. Ciononostante, i problemi relativi all’organizzazione di azioni collettive di protesta potrebbero essere endemici e non solo dipendenti dalla figura politica di Putin. In questo contesto, gli studenti, come spesso è accaduto, potrebbero essere l’avanguardia di un movimento di protesta che origina dalle radici della società. Forse, però, per la Russia, il discorso è diverso.

Qualche mese fa, la testata Radio Free Europe-Radio Liberty,  ha pubblicato un articolo relativo al video che un gruppo di ragazzi e ragazze ucraini, studenti di alcune delle maggiori università di Kiev, ha indirizzato ai propri coetanei in Russia. Nel video, gli studenti si appellano allo spirito critico della propria «controparte», chiedendo loro di «dubitare di ciò che sentono, dubitare di ciò che vedono». Si tratta sostanzialmente di un invito a non accettare passivamente la versione ufficiale del potere politico russo e a sviluppare nei suoi confronti uno spirito critico.

La risposta non ha tardato ad arrivare. Pochi giorni dopo, il gruppo giovanile russo filo-governativo Set’ ha divulgato un video dello stesso format, ma con un contenuto ben diverso. L’invito a prendere in considerazione la possibilità che le autorità russe abbiano divulgato una rappresentazione distorta della crisi ucraina viene accolto come si accoglierebbe un guanto di sfida, tra diffidenza e sospetto. «Voi ci chiedete di alzare la cortina dell’informazione. Facciamolo insieme così che nessuno possa dubitare». La differenza di approccio tra gli studenti ucraini e quelli russi è eclatante. Ma quale è il rapporto tra la società civile –in particolar modo gli studenti- e il governo in Russia?
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La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org

L’Unione Europea vis-à-vis Ucraina e Gaza: due pesi, due misure

di Serafina Lombardo

La netta presa di posizione sui combattimenti e sul disastro aereo in Ucraina accompagnata dall’imbarazzante silenzio sugli avvenimenti nella Striscia di Gaza sono stati i momenti più importanti dell’ultimo Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea che si è tenuto il 22 Luglio scorso a Bruxelles.

Il 22 luglio scorso si è tenuto il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europa, che riunisce i 28 ministri degli esteri degli stati membri. Il tema principale della discussione ha riguardato la situazione ucraina ed il disastro del volo malese Mh17, a proposito del quale il Consiglio Europeo ha unanimemente espresso dure accuse nei confronti della Russia e dei separatisti ucraini.

È stato infatti dichiarato che sarà essenziale “assicurare il pieno accesso immediato, sicuro e protetto al sito e alla zona circostante, tra cui un corridoio di sicurezza vitale, al fine di procedere con l’identificazione delle vittime, nonché a recuperare i resti prevedendo un rapido, professionale e dignitoso rimpatrio delle vittime. L’UE si aspetta che tutti gli attori coinvolti preservino il luogo dell’incidente, astenendosi dal distruggere, spostare rottami, attrezzature, detriti o oggetti personali”.
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Ucraina - Foto di barbadillo.it

Ucraina ed Europa senza pace. Storie di energia fossile e nucleare

di Mario Agostinelli

Continua a stupirmi una lettura episodica di eventi manifestamente collegati al modello energetico fondato sulle fonti fossili e la concentrazione degli impianti di produzione. E mi inquieta la scarsa propensione dei media nel collegare eventi distruttivi e guerre a questo stesso modello e agli interessi delle corporation che lo alimentano.

Geopolitica contro biosfera: ecco il nodo del conflitto tra fossili e rinnovabili; guerre contro relazioni e comportamenti sostenibili; controllo dell’informazione contro pluralismo e democrazia. Queste evidenze vengono raramente portate alla luce. Perciò, questa volta metto in fila qui tre storie diverse, che però hanno in comune la volontà dei governi e dell’establishment economico di rimanere ancorati all’attuale sistema di consumo e produzione di energia.

1. Il gas che attizza i roghi di Kiev

Torneremo a vivere in un continente che – come mezzo secolo fa – era metà sotto il tallone degli Usa e metà sotto quello dell’Unione Sovietica? Saranno ancora le armi ospitate sul suo territorio a segnare il ruolo subalterno dell’Europa tra i contendenti? La tragedia ucraina viene proposta in termini geopolitici non convincenti: l’Ucraina aderirà alla “democratica” Unione Europea o manterrà legami con il “dispotico” impero russo? È vero che i confini della moderna Ucraina contengono una crepa Est-Ovest, che è linguistica, religiosa, economica e culturale.
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Il complesso militare: la saga infinita degli F35, l’aereo che nessuno vuole (tranne gli italiani)

F35
F35
di Leopoldo Nascia

Matteo Renzi si è accorto che tra i tagli possibili ci sono i cacciabombardieri F35 americani. Ma l’annuncio, come nel suo stile, è durato lo spazio di una dichiarazione. Nessun pericolo per la Lockheed Martin e per i generali italiani. Eppure gli F35 sono la sintesi di tutti gli errori possibili, d’Italia e d’Europa. Con la spesa in bilancio nel 2014 si potevano mettere in sicurezza 1500 scuole. Hanno costi enormi e gli stessi vertici Usa ne denunciano i problemi tecnici non risolti. Sono già stati cancellati o ridimensionati da vari paesi, ma l’Italia è determinata ad andare avanti. Riflettono il monopolio militare americano e il fallimento dell’integrazione europea nella difesa. Mettono l’integrazione delle armi in ambito Nato davanti a quella europea.

L’Europa è sempre più “nano politico”, ma le sue armi continuano a crescere, al servizio del potere americano, degli interessi geopolitici dei paesi più ambiziosi – Francia e Gran Bretagna innanzi tutto, le due potenze nucleari del continente – e degli apparati militari-industriali di ciascun paese.

Il “nano politico” si è visto all’opera in Ucraina: subalterno alle ambizioni della Nato, con una politica estera ridotta agli accordi commerciali, ma trascinato poi – era già avvenuto nell’ex-Jugoslavia – nei conflitti innescati da frammentazione politica, declino economico e nazionalismi. Ancora peggio è andata in Siria o in Libia: divisioni europee, pressioni sbagliate per interventi militari, nessuna soluzione politica capace di costruire stabilità e democrazia.
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