Il “socialismo realizzato” e la sua degenerazione: successi e fallimenti della transizione verso una società più giusta

Sinistra

di Valerio Romitelli

Dall'”utopia” alla “scienza”. Questa, la arcinota formula di Engels a proposito di ciò che egli nel 1880 riteneva fosse l’avvenire del socialismo, inteso come militanza politica dedita a rendere possibile la transizione verso il comunismo. O comunque verso una società più giusta. Da allora in poi due sono state le esperienze storiche maggiori che si sono compiute in nome del socialismo.

Una è stata quella della socialdemocrazia originariamente a modello tedesco, la quale si è diffusa nel mondo tramite la Seconda Internazionale: un’esperienza, questa, che si è praticamente estinta con la prima guerra mondiale, ma che è poi risorta in seguito, per avere infine il suo momento di successo maggiore nel secondo guerra, segnatamente nell’Europa di quelli che si sono chiamati i “trent’anni gloriosi”o l'”età d’oro” del capitalismo. Ciò che ha reso così singolare questa epoca tra il ’45 e il ’75 sono state infatti anzitutto le politiche di welfare aventi tra i primi promotori i partiti socialdemocratici all’interno della maggior parte dei paesi capitalisti, dentro e fuori il vecchio continente.

Allora in effetti fin dalla bocca di un ministro inglese potevano uscire motti, oggi inimmaginabili, come “dalla culla alla bara”: tale era infatti il livello al quale, secondo il laburista Beveridge, dovevano spingersi le politiche sociali dello Stato britannico all’uscita dalla seconda guerra mondiale. Salari alti, scolarizzazione e assistenza sociale di tipo universalistico, infoltimento del ceto medio sono stati notoriamente alcuni dei maggiori effetti positivi di questa straordinaria stagione tra il ’45 e il ’75, foriera a livello globale di un grado di giustizia sociale senza precedenti, né seguiti.
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L’abdicazione del re di Spagna. Verso una nuova “transizione”?

La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio
La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio
di Angelica Erta

L’abdicazione del re Juan Carlos I si presenta come l’epilogo inevitabile di una saga dinastica che negli ultimi anni ha mostrato al popolo spagnolo ogni sorta di debolezza umana. Dalla fragile salute di un monarca di 76 anni, di cui va impallidendo nella memoria collettiva l’importanza storica all’epoca della Transizione, alla sfrontatezza morale dei suoi eredi, con l’Infanta Cristina nel banco degli indagati per complicità nel cosiddetto caso Noos, la trama di corruzione e tangenti di cui sarebbe stato perno il marito Iñaki Urdangarin.

Eppure l’annuncio, dopo mesi di allusioni sottovoce della stampa, arriva con una tempistica che impone una riflessione. Prorompe ora – e non in seguito al duplice intervento all’anca che obbligò il sovrano a delegare la quasi totalità degli impegni -, quando ormai la questione sembrava accantonata dalla ripresa della normale attività istituzionale, dal viaggio in Marocco presso “l’amico” Mohamed VI, fino al lungo tour fra i paesi arabi a caccia di accordi commerciali per promuovere l’immagine di una Spagna in piena ripresa (una decina di imprese spagnole pubbliche e private partecipano alla costruzione dell’Alta Velocità in Arabia Saudita).
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