Il Sole dell'Avvenire

Il sole dell’avvenire, attraverso il fascismo e la Resistenza

di Luca Cangianti

È uscito Nella notte ci guidano le stelle, il terzo e ultimo volume del Sole dell’Avvenire (Mondadori Strade Blu), l’imponente trilogia inaugurata da Valerio Evangelisti con la pubblicazione del primo volume nel 2013 (“Vivere lavorando o morire combattendo”), al quale è seguito nel 2014 il secondo (“Chi ha del ferro ha del pane”). La saga narra le vicende di alcune famiglie romagnole e costituisce un unico romanzo, anche se ogni singolo volume può esser letto autonomamente. La narrazione parte con l’Italia post-risorgimentale e arriva fino al secondo dopoguerra.

I protagonisti del nuovo volume sono tre e a ognuno di essi è dedicata una parte specifica del libro. Spartaco, “Tito”, Verardi è un ex legionario fiumano, un fascista della prima ora. È un villain drammaticamente scisso: ama i genitori che sono socialisti, ma ne è respinto; è progressivamente deluso dal fascismo – che da strumento della “rivoluzione” dei produttori contro il “parassitismo” si evolve in braccio armato dei grandi proprietari terrieri – ma non riesce a separarsene; odia i socialisti e la “plebaglia rossa interessata solo ai problemi alimentari”, ma ha una segreta ammirazione per Lenin.

Grazie alla psicologia profonda e oscura di questo personaggio riviviamo contropelo la tragedia degli anni venti, con un partito socialista prima forza parlamentare, ma completamente imbelle di fronte alla distruzione delle istituzioni proletarie (camere del lavoro, leghe di resistenza, cooperative, case del popolo). I dirigenti socialisti assistono ai pestaggi e agli omicidi che umiliano operai e contadini ridando forza ai ceti benestanti, ma sostengono la tesi dell’ondata che passa, del “coraggio della viltà”.
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Bulgaria e Bosnia-Erzegovina - Foto di Amisnet

Tra proteste e conservazione: il caso di Bulgaria e Bosnia-Erzegovina

di Jacopo Custodi

Nel mese di febbraio la Bosnia-Erzegovina fu improvvisamente attraversata da numerose e partecipate proteste che arrivarono sugli schermi di tutto il mondo e sembrarono segnare un punto di svolta nella storia del paese. L’evento appariva ancora più interessante in quanto avveniva in un paese post-socialista, rompendo la tradizionale diffidenza della popolazione verso le manifestazioni di piazza. Le proteste furono diffuse e prolungate, mosse da un’ostilità verso la corruzione, la mala politica e i disastrosi programmi di privatizzazione messi in campo dagli ultimi governi, e assunsero una chiara dinamica di classe, in quanto composte prevalentemente da lavoratori, disoccupati e studenti.

In varie città nacquero assemblee spontanee basate sulla democrazia diretta, chiamate plenum, con dinamiche che portarono alcuni analisti a paragonarle ai Soviet della Russia prerivoluzionaria. Inoltre le mobilitazioni, anche se concentrate più nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina e meno nella Repubblica Srpska (le due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina), furono indipendenti dalle tensioni etniche che attanagliano il paese fin dalla sua nascita.

Otto mesi dopo, esattamente il 12 ottobre 2014, si sono tenute le elezioni politiche e, senza nessuno stravolgimento politico che le proteste di febbraio avevano fatto ipotizzare, ha prevalso l’istinto di conservazione: sia i grandi partiti nazionalisti delle rispettive comunità etniche sia i gruppi di potere che hanno governato il paese negli ultimi 20 anni sono rimasti al loro posto, lasciando un paese diviso e immobile, come spiega Matteo Tacconi analizzando dettagliatamente i risultati elettorali.
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Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Il congresso della Cgil e gli interrogativi di difficile soluzione

di Riccardo Terzi

Sul congresso della Cgil si addensano molteplici e complessi interrogativi, di difficile soluzione, e sarebbe del tutto illusorio sperare in una loro definitiva chiarificazione. Il congresso non può che essere un momento di passaggio, di assestamento provvisorio, e non si vedono all’orizzonte decisioni strategiche che siano davvero innovative.

Ma ciò non significa affatto che sia solo un congresso di routine, perché è assai importante capire se si vuole aprire una riflessione critica, a tutto campo, o se all’inverso ci si chiude in una logica di autoconservazione. Tutto dipende, quindi, dalla soggettività e dall’intenzionalità dei gruppi dirigenti, ai vari livelli, e l’esito non è affatto scontato. Può essere l’avvio di un nuovo cammino di ricerca, o può essere solo il rituale di una vuota autocelebrazione. Non so dire, allo stato attuale, quale sarà l’impronta conclusiva, e comunque non mi pare affatto scongiurato il pericolo di un arroccamento burocratico.

Il fatto positivo è che nel corpo vivo dell’organizzazione, a giudicare almeno dai numerosi congressi territoriali dello Spi a cui ho partecipato, c’è una forte tensione politica e una domanda di chiarezza strategica, senza che la discussione collettiva venga imbrigliata secondo vecchie logiche di schieramento. Le domande ci sono tutte, anche quelle più scomode e impegnative, e le risposte sono affidate ad una libera discussione democratica.
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Jack London: “Yours for the revolution”

Jack London - Foto di Carmilla Online
Jack London - Foto di Carmilla Online
di Valerio Evangelisti

La vita di Jack London è forse il più riuscito dei suoi romanzi: nato illegittimo, figlio di un astrologo ambulante irlandese: William Henry Chaney, adottato da un vecchio reduce della Guerra Civile, John London, che sposa la madre Flora Wellman e gli dà il suo nome, è costretto dai dissesti familiari a confrontarsi subito con gli orrori della fabbrica e della condizione operaia: a 13 anni già si rompe la schiena dalle 12 alle 18 ore il giorno.

Si ribella: conosce i bassifondi della Costa dei Barbari californiana, prima come contrabbandiere poi come guardiacoste; percorre l’America con gli hobos e i vagabondi; viene arrestato; si imbarca come marinaio verso il Mar del Giappone a caccia di foche; partecipa senza fortuna alla corsa all’oro nel Klondike; diventa socialista e rivoluzionario – membro dal 1896 del Socialist Labor Party che lascerà nel 1901 per il Socialist Party of America – e contemporaneamente si iscrive all’Università cercando il suo riscatto attraverso la cultura borghese.

Legge Marx, Spencer, Darwin, Nietzsche che restano i riferimenti costanti della sua filosofia talvolta contraddittoria ma affascinante. Scrive senza requie, quasi con disperazione, attingendo alle sue numerose esperienze di vita. Nel giro di pochi anni realizza i suoi sogni: il ragazzo inquieto dal fisico atletico e dai modi proletari diventa l’autore più pagato e invidiato d’America. Continua a scrivere smodatamente – “per soldi” dice – capolavori indimenticabili insieme a testi meno ispirati o troppo affrettati. Sposa una donna che non ama, Elizabeth “Bessie” Maddern, che gli dà due figlie, poi la lascia per un’altra che ama, Charmian Kittredge, creando uno scandalo mai più perdonato dai suoi lettori benpensanti e puritani.
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Venezuela - Foto di Sem Paradeiro

Venezuela: il dopo Chavez tra elezioni e conflitti interni

di Maurizio Matteuzzi

La vera partita comincia adesso. E si annuncia molto difficile per il Venezuela bolivariano e tendenzialmente socialista, sia pure del particolare “socialismo del XXI secolo”. Ma assai inquietante anche per l’America latina progressista o di sinistra (a cominciare da Cuba), e per l’America latina in generale nel caso il “Venezuela saudita” e motore generoso dell’integrazione latino-americana entri in uno stato di fibrillazione destabilizzante. Del resto era immaginabile che la drammatica scomparsa di Hugo Chavez, il carismatico e solitario leader della rivoluzione democratica Hugo Chavez, vinto dal cancro il 5 marzo scorso, non potesse passare senza conseguenze e che il passaggio al dopo-Chavez fosse indolore e lineare.

Il candidato chavista Nicolas Maduro, erede designato del “Comandante”, suo “figlio” e suo “apostolo”, ce l’ha fatta. Per un soffio, ma ce l’ha fatta. 7 milioni 505 voti per lui, 7 milioni 270 mila per il candidato dell’opposizione Henrique Capriles, 50.7% contro 49%, secondo i dati ufficiali diffusi lunedì dal Consiglio nazionale elettorale e contestati da Capriles. Uno virgola 7 per cento e 235 mila voti di differenza su quasi 15 milioni di voti. Uno scarto così esiguo difficile da ingoiare per la metà del paese che vedeva in Chavez il demonio, e per quella destra che nei 15 anni di chavismo, incapace di vincere sul piano elettoral-democratico, è più volte caduta nella tentazione golpista.

Nelle elezioni presidenziali dell’ottobre 2012 Chavez aveva (stra)vinto ancora, lasciando Capriles 10 punti e un milione e 600 voti indietro (55% contro 45%), domenica scorsa Maduro ha perso, rispetto a sei mesi fa, ha perso più di 4 punti e Capriles li ha guadagnati. Almeno un milione di voti ha cambiato candidato. E i sondaggi che in genere davano a Maduro “almeno 10 punti” di vantaggio si sono liquefatti al momento del voto.
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