Tornano le riviste? “Figure”: immagini e retoriche dell’età precaria

di Luca Mozzachiodi

La rivista sarà presentata a Bologna alle 19 di domani, martedì 23 ottobre, presso la libreria Modoinfoshop.

Per molto tempo si è pensato che la rivoluzione digitale avesse trascinato con sé, tra i resti del secolo scorso, anche le riviste, specie quelle che si era soliti definire, con una definizione di comodo spesso, militanti. Quello che restava di questa forma e di questa pratica intellettuale erano o riviste accademiche e di società di studi (foraggiate dal sistema accademico, sostenute da particolari enti, messe a bilancio d parte di fondazioni), o fogli più o meno letterari dove troppo spesso il dilettantismo veniva e viene esibito come spontaneità, virtù e conquista democratica. Le esperienze positive di resistenza e innovazione, merita per onestà di essere citata Gli asini, faticavano a svolgere il loro lavoro con rinnovata efficacia in queste condizioni di impoverimento

L’immediatezza, e non uso a caso questa parola, che sembra aver investito e trasformato nel suo segno tutti gli scambi anche culturali, intellettuali e politici, ci ha lasciato in eredità una miriade di blog e siti, di giornali e di appendici in volume a sporadica uscita che contornano la produzione immessa direttamente nel web; tutte queste esperienze dimostrano di avere il più delle volte caratteristiche comuni.

Non hanno una vera e propria redazione o la hanno solo per quanto strettamente concerne la legge sulla registrazione e la catena di produzione; la redazione (se c’è) non si incontra per discutere, per elaborare un discorso comune e una linea, spesso i redattori non si conoscono, il che in poche parole significa che questi spazi sono generalisti, non hanno una definita riconoscibilità culturale e, anche quando parlano di politica dal lunedì alla domenica, non sono politici.
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Anche il papa è populista: la potenza del linguaggio fa il monaco

Foto di Pasma
Foto di Pasma
di Gabriella Turnaturi

Autorevolezza e populismo sono agli antipodi. Il populismo si fonda sulla retorica della prossimità per imporre autoritarismi di stampo familistico-comunitario. L’autorevolezza si fonda invece sulla estraneità. l’oggettività e l’universalità per esercitare giustizia ed eguaglianza dei i diritti. Non stupisce che nel prevalere di una cultura del populismo che sembra trionfare, una volta abbattuti i confini fra pubblico e privato, si sia persa o sbiadita ogni forma di autorevolezza.

I leader politici in varie parti del mondo contemporaneo praticano sempre più la retorica dell’essere “uno di voi”, la retorica di una finta eguaglianza. Si mettono in campo sentimenti, emozioni ed emotività, si gioca alla grande famiglia, alla comunione degli affetti mentre si affermano e legittimano diseguaglianze. come mai era successo nella storia delle democrazie occidentali. Ai diritti si sostituisce il volersi bene, la compassione e l’esibizione delle sofferenze. Non sfugge a questa retorica neanche la Chiesa.

Caduta la sacralità dell’investitura papale nel momento che il vicario di Cristo, si dimette dal suo incarico come, un impiegato del catasto o quando affida al twitter il suo pensiero e la sua parola: come un teenager, per mostrarsi up to date. Ma l’autorevolezza e la sacralità del Papato non poggiava proprio sulla sua a-temporalità, nel suo essere “fuori moda”? Attraverso un linguaggio e posture mondane si finge d’innovare, di mettersi allo stesso livello degli altri, del “così fan tutti, per meglio conservare. Il nuovo papa s’inserisce perfettamente nel corso del populismo diffuso se adotta un linguaggio familiare, un linguaggio della prossimità.
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