La libertà di stampa e il morbo della censura

di Vincenzo Vita

Si è celebrata la giornata mondiale per la libertà di stampa, promossa dalle Nazioni unite nel 1993. Si grida all’effimero successo in Italia, perché si è passati dal 77° al 52° posto nella classifica annuale di “Reporters Sans Frontières”, ma il quadro delle concentrazioni editoriali (da Mondazzoli, a Gedi: il super gruppo Repubblica, Stampa, Secolo XIX, al controllo governativo sulla Rai, al vecchio trust Mediaset, all’affare Vivendi) e del precariato dilagante non fa ben sperare. Interferenze, interventi a gamba tesa divengono regola e non eccezione. Qui lo scontro per lo meno si ferma alle parole e agli editti censori. In numerose aree del mappamondo testate indipendenti, giornalisti ed operatori dell’informazione sono a rischio anche fisico e il carcere è la pratica consueta e crudele dell’amputazione di un diritto fondamentale: a parole in cima alle convenzioni internazionali e alle Costituzioni, nei fatti negato.

Sul caso terribile della Turchia, tutt’altro che risolto dalla importante liberazione di Gabriele Del Grande, si è tenuto un riuscito sit in davanti alla Camera dei deputati, promosso da Articolo21, Amnesty Italia, Fnsi, UsigRai, Odg Lazio, Pressoing NoBavaglio, Arci, Carta di Roma, Ucsi, Adif e vari altri. Una delegazione è stata ricevuta dai presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama. La protesta (non solo a Roma) riguardava l’angosciante situazione del paese di Erdogan.

Le cifre parlano da sole: 203 tra professionisti dei media, vignettisti, scrittori e documentaristi sono detenuti, 103 ricercati, 16 a piede libero in attesa di giudizio; 150 i mezzi della carta stampata o radiotelevisivi, agenzie, siti sequestrati o costretti a chiudere. Il tutto in quadro repressivo abnorme, che tocca numerosi altri settori colpiti da un generale clima brutale.
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