Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 2

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Della accezione originaria s’è detto: meritocrazia come non democrazia, come negazione degli ascensori sociali, come fissità perpetua delle caste, come negazione del dovere etico di tenere conto, nel giudicare, non solo del risultato finale, ma anche del punto di partenza.

Così è nel saggio che la crea come neologismo. E, vogliamo notare per inciso, ma spesso gli incisi sono importanti, non a caso la parole non compare nella nostra Costituzione, anche là dove sembrerebbe naturale (cfr. art. 33 e 34, dove si parla dei meritevoli). Che meritocrazia sia un termine negativo ben si accorge anche Stefano Zamagni, che proprio per questo introduce in senso positivo il termine “meritorietà” (cfr http://www.aiccon.it/ricerca_scheda.cfm?wid=257&archivio=C).

D’altra parte, a voler volgere il concetto al positivo, ci si dovrebbe prima di tutto porre il problema se vada premiato chi è più dotato a priori, o chi ha ottenuto i maggiori miglioramenti, rispetto alle condizioni di partenza data. In merito si veda la lucida distinzione di Andrea Canevaro tra interventi di educazione constatativi e innovativi (cfr. http://www.docenti-preoccupati.it/generale/universita-riformarla-distruggerla/)
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Meritocrazia: ancora sulla fortuna delle parole / 1

Paroledi Maurizio Matteuzzi

Eduardo diceva che credere nella superstizione è da ignoranti, ma non crederci porta sfiga. Dunque vale la pena di ragionare ancora sulla fortuna delle parole, visto che parlare della nostra potrebbe portare jella. Ecco, dopo “epocale”, occupiamoci dunque della parola “meritocrazia”.

Come è noto, nell’Etica Nicomachea Aristotele divide le virtù in etiche e dianoetiche. La differenza peculiare consiste in ciò, che per le prime si deve perseguire il giusto mezzo, l’equidistanza tra gli estremi, entrambi negativi, mentre per le seconde si deve perseguire la massimizzazione, cioè l’estremo positivo. Prendiamo ad esempio la parsimonia, ovvero la corretta gestione dei beni: ad un estremo si colloca l’avarizia, la taccagneria, all’altro la dissolutezza, il dissipare e il distruggere così la ricchezza. In medio stat virtus, dunque. Prendiamo invece una virtù dianoetica (letteralmente: che attraversa, o si accompagna, con il nous, l’intelletto), ad esempio la perspicacia o l’intelligenza. Non sarà male che di essa sia perseguito il massimo accrescimento.

Converrà tenere presente un’altra distinzione che Aristotele fa nella stessa opera, quella tra giustizia distributiva, o aritmetica, e giustizia proporzionale, o geometrica. Da un lato sembra giusto dare ugualmente a tutti; da un altro lato attribuire lo stesso a tutti sarebbe somma ingiustizia. Justum est suum cuique tribuere, diranno in seguito i giureconsulti romani. Ma il suum cuique ha da essere lo stesso, o differenziato? Se io spartisco un dolce tra i miei commensali, è giusto cercare di rendere le quantità più uniformi possibile. Ma se devo distribuire dei premi per il comportamento tenuto in certe situazioni, sarebbe giusto attribuire lo stesso premio a chi si è comportato bene e a chi si è comportato male? Sarebbe, evidentemente, summa injuria.
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