Educazione fisica a scuola: in Italia in vigore il fai da te

di Lorenzo Vendemiale “Forza bambini, tutti in palestra a fare educazione fisica”. Solo che manca l’insegnante di educazione fisica, e molto spesso persino la palestra. Lo Stato se ne disinteressa da sempre, il Coni ha provato a metterci una pezza, allargandosi su competenze non sue, con risultati altalenanti. Così lo sport nella scuola italiana resta […]

La scuola oggi: per quale futuro?

di Silvia R. Lolli

Apprendiamo che il 13 ottobre 2017 ci sarà una manifestazione, sciopero nazionale, degli studenti, contro l'”ASL-alternanza scuola-lavoro”. Si potrebbe dire: “l’Unione degli studenti riprende come ogni anno a manifestare all’inizio della scuola, è ormai una consuetudine…”. Forse però oggi, a distanza di tre anni dalla L. 107/15, ci sono tutti i requisiti perché gli studenti possano prendere coscienza delle falsità che si stanno dicendo circa il loro futuro.

Quando se ne parla non si analizza MAI il possibile, nuovo paradigma del lavoro per la società non solo del futuro, ma anche dell’attuale. Sono incontri normalmente dedicati alle “passerelle” dei politici o alle lezioni trite e ritrite dei formatori di turno. Poche le novità nei linguaggi e nei concetti comunicati.

Il 13 dovremmo capire se la partecipazione sarà consapevole e diversa rispetto alla provenienza degli studenti: ci sarà la stessa critica fra gli allievi dei tecnici e professionali e quelli dei licei? Crediamo che motivi per manifestare i giovani ne abbiano; come leggiamo dal sito dell’associazione, il problema è il loro futuro; lo esprimono con una domanda eloquente: “ci rubano il futuro?”

A chi è più vecchio viene rubato uno scampolo di futuro, mentre ai giovani se sta rubando uno molto più grande: è dovuto all’incertezza che oggi sembra attanagliare tutti. Forse non abbiamo solo gli anticorpi per affrontare questo tempo? Certo l’incertezza di un sistema scolastico capace di promuovere solo Non c’è capacità di immaginare il futuro, come non c’è stata e non c’è la capacità di riflettere, discutere e criticare da parte degli addetti ai lavori la L.107/15. Una propaganda politica fuorviante, e dobbiamo ricordarlo incostituzionale perché poco rappresentativa, ne ha permesso l’applicazione stentata, confusa che cambia la scuola nel modo peggiore.
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Università e progetti di ricerca: tutti i guai della nuova valutazione

Ricerca universitaria
Ricerca universitaria
dei Docenti Preoccupati – CONPAss BO

La nuova VQR 11-14 (Valutazione della qualità di ricerca), da cui dipendono i prossimi finanziamenti ministeriali, è ai blocchi di partenza. Contiene nuovi criteri indicati nel Decreto Ministeriale 27 giugno 2015 n. 458: il processo di valutazione è avviato con l’emissione del bando del presidente dell’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

Gli atenei hanno iniziato a sollecitare la partecipazione alle operazioni necessarie all’inserimento dei prodotti della ricerca ai fini della nuova valutazione comparativa degli atenei. Naturalmente si passa a una nuova banca dati, inserendo ancora, e sempre, le stesse informazioni presenti ovunque, a partire dal sito docente MIUR fino a quelle banche dati, amatissime dai valutatori, gestite da gruppi editoriali e da privati.

Ormai si è detto molto sui limiti di adottare rigidi sistemi di valutazione, specialmente in ambito bibliometrico, e la nuova VQR introduce un’ulteriore criticità, che è quella di non poter essere confrontata con la precedente. Questo annulla completamente l’efficacia, sia pur relativa, di un sistema di valutazione dei dipartimenti e degli atenei, poiché nessuno sarà in grado di comprendere quale tipo di evoluzione, sia in senso positivo sia negativo, possa essere avvenuta tra le due fasi di valutazione.
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La “buona” scuola: come si organizzerà la didattica

di Silvia R. Lolli

Riprendiamo l’analisi delle indicazioni della legge 107 sul tema didattica. Abbiamo visto nel c. 7 le parole “sviluppo, alfabetizzazione, potenziamento”; termini che dovrebbero essere associati ai diversi livelli di scuola. Su ciò non si dice nulla; si lascia piena libertà alle IS. Si mantiene, almeno in questa prima norma, il richiamo alla “piena realizzazione del curriculo”, oltre alla “libertà d’insegnamento”. Nell’implementazione delle norme, molte delle quali vedranno la luce anche con le leggi di stabilità, sarà veramente così?

Per la verità qua e là si fa riferimento all’impianto della nuova scuola, ma ci ripetiamo, tutto è confuso: tanti richiami, in varie parti dell’unico articolo; rimarrà il tutto o il niente? Con l’aggravante che si lascia aperta la scuola statale al territorio e ai privati, imprenditori in primis, anche con l’alternanza scuola-lavoro (continuano gli accordi a livello nazionale e le convenzioni con nuovi soggetti esterni).

Da una parte c’è la richiesta per una più precisa individuazione degli obiettivi formativi da parte di ogni IS che così potrà costruire una sua identità formativa territoriale, in una concorrenza fra i diversi istituti nella progettualità; dall’altra possiamo prevedere il caos progettuale, aperto alle istanze del territorio, con l’IS in balia delle richieste associazionistiche, genitoriali, imprenditoriali e con il rischio di poca continuità fra le scuole primarie e i due livelli delle superiori. Già oggi avvertiamo, per alcuni studenti, la ridondanza delle informazioni ricevute dal territorio; per altri, la mancanza di possibilità di reale approfondimento dei contenuti con un confronto critico ed autonomo importante per chi termina gli studi superiori.
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Antavleva: una parola suscita attese che spesso non corrispondono alla realtà

Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Ho conosciuto persone che fanno l’etimologia delle parole basandosi sulla somiglianza. La forzatura di etimi di fantasia è peraltro un classico anche di grandi pensatori, che spesso l’hanno fatto subendo il fascino della forza evocativa del nome; come dire, magari sapevano benissimo che non è così, ma avrebbero voluto che lo fosse. Tanto per fare il caso più paradigmatico, si pensi alla lunga ipotiposi di etimologie spesso improbabili che ci regala il Cratilo di Platone. E così “corrano i corrieri, ammirino gli ammiragli”, come scriveva tempo fa Tullio De Mauro in un gustoso articolo.

E tuttavia, e tuttavia… ripensandoci, forse ha ragione Eco, o forse Abelardo: stat rosa pristina nomine; nomina nuda tenemus. Come dire, il nome, se non altro, indica un auspicio, fornisce aspettative, è, in definitiva, spesso, un ottativo del cuore, per dirla con Feuerbach. È vero che a volte accade che uno chiami il figlio “Bruno”, e questo diventi biondo come un vichingo. I futuri contingenti giocano a dadi con la volontà degli uomini; ma se chiamo mia figlia “Gioia”, è perché le auspico un futuro felice, e questo qualcosa vorrà pur dire. Così come non lascia dubbi il nome che uno sciagurato padre romagnolo impose a una figlia: “antavleva” (ad uso degli alloglotti, “non ti volevo”).
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La distruzione del pubblico: il suicidio del Paese passa dal soffocamento della ricerca

Università e ricerca
Università e ricerca
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Che senso ha parlare continuamente, quasi ossessivamente, di ripresa, di rilancio dell’economia e degli investimenti e continuare la distruzione sistematica del mondo della ricerca? Forse che i nostri politici pensano che saranno i nostri concorrenti a fare ricerca per noi, e poi ci regaleranno i risultati? Non è più probabile che ce li venderanno, facendoceli pagare a caro prezzo?

Questa via suicida, talmente miope da potere essere tranquillamente definita assurda, ha caratterizzato la gestione berlusconiana e tremontico-gelminica. E, qui, un senso si può anche trovare: la distruzione del pubblico a favore del privato è stato un Leitmotiv del ventennio. Nella migliore delle ipotesi, quanto si è potuto ottenere è stato il concentrarsi sulle vicende private del leader, con conseguente disinteresse della cosa pubblica. E quando è accaduto, è stato già un buon risultato. Purtroppo per l’accademia italiana l’occhio grifagno è caduto sull’istruzione e sull’università, che ha avuto in dono, assieme ai più drastici dei tagli, una riforma “epocale”, un mare infinito di burocrazia, inutile quando non dannosa, lo spreco di milioni di ore dei docenti in attività di scrittura-riscrittura di statuti, regolamenti, et similia. L’esito è stato la disaffezione di molti, l’aumento dei prepensionamenti volontari, la decadenza della qualità degli studi e della ricerca.
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Ancora sulla fortuna delle parole: “settore”

Idee - Foto di Omar Cafinidi Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Esistono saperi sovraordinati e sottoordinati, si dà, si deve dare una “gerarchia delle scienze”? Il problema viene posto già da Aristotele, nei Secondi Analitici. Aristotele, pur pronunciandosi per l’esistenza di scienze sovraordinate e subordinate, non si espone in via definitiva: il suo interesse è stabilire che, se ha da esservi una “scienza prima”, essa è quella che tratta dei primi principi.

E qui potremmo discutere a lungo (ma lo hanno già fatto per un paio di millenni) se volesse riferirsi alla “philosòphia prima”, o ciò che in seguito abbiam chiamato “metafisica” (ciò di cui lo Stagirita è assolutamente incolpevole), o alla “logica”, termine che ai tempi non esisteva nella nostra accezione, ma probabilmente era surrogato da “dialettica”.

Il problema della “gerarchia delle scienze”, se nasce i quel quarto secolo a.C., è tutt’altro che risolto. Il dibattito è più che attuale, e il lettore mi comprenderà se non posso tentare neanche un vago accenno agli sviluppi, perché dovrei rifare la storia del pensiero; cosa alla quale si contrappongono in primis la mia ignoranza, e di seguito la pazienza del lettore e lo spazio che l’Editore potrebbe sopportare.

Una cosa va detta in premessa, a scanso di equivoci: l’essere sovraordinato o sottoordinato da parte di un sapere non ha nulla a che fare con la “dignità” scientifica. Il problema qui è quello di determinare un percorso fondativo, non una scala di valori: che una scienza sia “subordinata” ad un’altra non vuol dire affatto che sia meno importante, o più facile (di solito è il contrario), o abbia meno “valore”.
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La scuola tra sit-in, occupazioni e cortei: pronti per lo sciopero del 14 novembre

Foto di Jerik 0ne
Foto di Jerik 0ne
di Roberto Ciccarelli

All’estero, lontano dalle piazze che torneranno a riempirsi già a Roma, con gli studenti che occupano sette scuole a Ostia e altri che hanno sfilato nel IV municipio, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo ha confermato che il governo sosterrà un emendamento abrogativo sull’aumento di sei ore dell’orario di lavoro dei docenti. La notizia era stata anticipata nel dibattito sulla legge di stabilità dal sotto-segretario Marco Rossi Doria. «Ora si tratta di trovare 182,9 milioni di euro – ha detto – per onorare la spending review che è legge dello Stato».

Questa la ragione per cui i sindacati della scuola hanno confermato due giorni di sciopero. Inizieranno i Cobas, Unicobas e il Sisa, ai quali si è aggiunta nelle ultime ore anche la Flc-Cgil, che sfileranno insieme agli studenti mercoledì 14 novembre, il giorno dello sciopero generale in Portogallo, Spagna e Grecia. Gli studenti hanno annunciato cortei a Torino, Palermo, Roma, Pisa e Cagliari e in città come Bologna.

In rete gira un appello dove due studenti anonimi, un ragazzo e una ragazza, dichiarano: «Sono uno, nessuno e centomila. Ho mille facce, ma rappresento una sola condizione». Quella di una precarietà amplificata dal taglio all’istruzione e al welfare, la ricetta adottata in ossequio delle politiche dell’austerità contro la crisi del debito sovrano.
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