Antavleva: una parola suscita attese che spesso non corrispondono alla realtà

Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
Le Mie Parole - Foto di Jody Sticca
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Ho conosciuto persone che fanno l’etimologia delle parole basandosi sulla somiglianza. La forzatura di etimi di fantasia è peraltro un classico anche di grandi pensatori, che spesso l’hanno fatto subendo il fascino della forza evocativa del nome; come dire, magari sapevano benissimo che non è così, ma avrebbero voluto che lo fosse. Tanto per fare il caso più paradigmatico, si pensi alla lunga ipotiposi di etimologie spesso improbabili che ci regala il Cratilo di Platone. E così “corrano i corrieri, ammirino gli ammiragli”, come scriveva tempo fa Tullio De Mauro in un gustoso articolo.

E tuttavia, e tuttavia… ripensandoci, forse ha ragione Eco, o forse Abelardo: stat rosa pristina nomine; nomina nuda tenemus. Come dire, il nome, se non altro, indica un auspicio, fornisce aspettative, è, in definitiva, spesso, un ottativo del cuore, per dirla con Feuerbach. È vero che a volte accade che uno chiami il figlio “Bruno”, e questo diventi biondo come un vichingo. I futuri contingenti giocano a dadi con la volontà degli uomini; ma se chiamo mia figlia “Gioia”, è perché le auspico un futuro felice, e questo qualcosa vorrà pur dire. Così come non lascia dubbi il nome che uno sciagurato padre romagnolo impose a una figlia: “antavleva” (ad uso degli alloglotti, “non ti volevo”).
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