Sinistra - Foto di Andrea Pomini

Dalla “casta” alla “svolta”: per ricostruire la più grave frattura tra cittadini e partiti

di Sergio Caserta

“La Casta”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e “Il costo della democrazia” di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono libri pubblicati tra il 2006 e il 2007, il primo ben presto diventato un “cult”, il secondo in realtà più efficace nella diagnosi degli sprechi della politica e dei possibili rimedi. Salvi e Villone, da parlamentari dell’allora DS, avevano accompagnato la pubblicazione con la presentazione di tre proposte di legge con l’obiettivo di risparmiare ogni anno più di 6 miliardi di euro. Il primo, un disegno di legge costituzionale prevedeva la riduzione a 600 del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), l’abolizione delle province e l’introduzione di un tetto al numero dei componenti del governo con un risparmio atteso di circa tre miliardi.

La seconda proposta stabiliva la soppressione molti enti inutili, tra cui l’Autorità dell’Energia e dei Lavori pubblici, la dismissione di Sviluppo Italia e la drastica riduzione dei consigli di amministrazione delle società pubbliche a non più di tre persone. Infine, il taglio dei rimborsi elettorali dei partiti, concessi in base agli effettivi votanti, con un risparmio di sessantacinque milioni l’anno. Il terzo disegno di legge, il più importante, con riferimento all’art.quarantanove della Costituzione, proponeva drastici cambiamenti ai partiti con l’obbligo d’introdurre nella loro vita interna regole democratiche, com’è nella prassi delle più solide e avanzate democrazie.

Sappiamo com’è andata, quei disegni di legge non furono presi in considerazione e il sistema politico nel suo insieme, senza distinzioni, proseguì ad alimentarsi di privilegi e sprechi, fino ai festini di Roma, alle spese folli dei consiglieri di tutte le regioni, ai casi giudiziari eclatanti d’importanti dirigenti di entrambi gli schieramenti, alle compravendite di parlamentari e voti, fino a queste ultime elezioni con la vittoria politica indiscutibile del movimento che ha fatto dell’abbattimento di tutti i partiti e degli attuali gruppi dirigenti il suo cavallo di battaglia.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 3

di Gabriele Polo

Cento chilometri separano Melfi dall’altro sogno industriale lucano. Si trova a sud di Potenza, in val d’Agri, è coetaneo di quello automobilistico, ne è – in fondo – una premessa e si chiama petrolio. L’oro nero che può dare alla testa: minerale mitologico del XX secolo, Vello di ricchezza certa per chiunque se lo ritrovi sotto i piedi, fosse pure il paese più povero e disperato del mondo; nero come il volto della madonna che i contadini dell’Agri dicono di veder apparire ogni tanto sul Monte Sacro, che non sovrasta più i boschi di un tempo e le vigne di ieri, ma le fredde luci perennemente accese che distinguono un impianto chimico da ogni altra fabbrica.

È lì sotto da sempre, l’hanno scoperto quasi cent’anni fa – quantità stimata un milione di barili, valore ipotizzato 50 miliardi di euro – ma l’estrazione è iniziata verso la fine degli anni ‘80. Venticinque pozzi gestiti da Eni e Shell, 85.000 barili di greggio al giorno, quasi il 10% del fabbisogno nazionale, l’80% dei quattro milioni di tonnellate che ogni anni l’Italia produce, nel suo piccolo. Partita in gran spolvero, promettendo lavoro e ricchezza, l’estrazione petrolifera lucana non ha mai raggiunto gli obiettivi iniziali (120.000 barili al giorno), solo 300 sono gli occupati diretti e non si arriva a mille aggiungendoci quelli dell’indotto in senso lato – bar, ristoranti, pensioni, compresi. Quanto ai soldi, ne sono arrivati meno del previsto, almeno per la Basilicata e i suoi abitanti.

Nelle casse di regione e comuni della val d’Agri in tutti questi anni sono entrati meno di 800 milioni di euro, tra i 50 e i 70 l’anno a seconda dei “raccolti” e – soprattutto – della volubilità del prezzo, che si sono tradotti in un po’ di strade, manutenzioni, bonifiche e – soprattutto – in 100 euro di buoni benzina per ognuno dei 335.000 automobilisti regionali (censiti per patente di guida). A guadagnarci e molto sono state invece le due compagnie petrolifere, grazie al bassissimo livello di royalties che devono pagare all’erario italiano, il 10% del prezzo del barile. Una pacchia a confronto con le royalties pagate in altri paesi occidentali, dall’80% della Norvegia al 45% del Canada. Così, niente Texas all’italiana, deluse le attese dei telespettatori con Dallas negli occhi e la miseria in tavola.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 2

di Gabriele Polo

Vista dalla collina che divide la piana di san Nicola dalla città di Melfi, la fabbrica sembra una grande nave spaziale dalle fiancate luminose con la chiglia immersa nel terreno, piombata da chissà quale pianeta. Solo avvicinandosi si cominciano a distinguere gli stabilimenti che occupano 1.850.000 metri quadri: le presse, la lastratura, la verniciatura, il montaggio, tutto a colori, tutto a grandi strisce bianco-azzurre, tutto molto diverso dal grigio di Mirafiori. Attorno, le macchie bianche e più anonime dell’indotto.

L’astronave Fiat è piombata qui vent’anni fa, un investimento di 4.671 miliardi di lire con l’obiettivo di sfornare 450.000 Punto l’anno, con le spintarella di un bell’aiuto di soldi pubblici (un terzo del costo totale) e deroghe contrattuali – a partire dal lavoro notturno anche per le donne – permettendo 18 turni a ciclo continuo e paghe del 20% più basse rispetto agli altri lavoratori del gruppo. Auspice, il vecchio Emilio Colombo – democristiano d’altri tempi – con gran giubilo delle popolazioni locali, come recitava un anonimo graffito di quei giorni che innegiava agli allora vertici della Fiat: «Grazie Romito, salutaci l’Agnello!».

Ci lavorano in 5.000 – altrettanti nell’indotto – tutti assunti non ancora trentenni al primo impiego, resi disponibili a (quasi) tutto da una disoccupazione giovanile al 50%. È il «prato verde» che, lasciando l’uguaglianza costituzionale fuori dai cancelli, garantisce flessibilità, bassi costi e zero conflitto: non è più tempo di diritti uguali per tutti, anche se appena oltre la collina c’è il castello da dove Federico II aveva promulgato una delle prime costituzioni europee, prodromo di cittadinanza che cancella la condizione servile. Lontano il ricordo dei briganti anti Savoia, che da queste parti ebbero buon asilo – conservato nel museo di Rionero in Vulture -, perché ora il comando dei piemontesi non usa più i bersaglieri ma la catena di montaggio.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 1

di Gabriele Polo

Come si fa a dire dove inizia e dove finisce il Sud di un paese? Il “calcolo” è del tutto arbitrario. Nel caso italiano è relativamente geografico, perché ben più hanno pesato le coordinate storiche ed economiche: così i confini del Mezzogiorno vengono fatti coincidere con quelli del vecchio regno borbonico delle due Sicilie, dall’Abruzzo (incluso) e Lazio (escluso) in giù. Isole comprese, pur essendo stata la Sardegna terra sabauda e, quindi, teoricamente “nordista”. Ma i piemontesi si erano limitati a enunciarla nel nome del Regno, trattandolapiù o meno come colonia, di cui i sovrani “legittimi” non comprendevano nemmeno la lingua; in questo sinceramente ricambiati.

Su quel confine – non più politico ma non meno reale – dalla seconda metà dell’800 è cresciuta la questione meridionale, diventando presto uno dei principali problemi italiani. “Questione” che negli ultimi decenni del 900 – causa Lega – è passata di moda, anche a sinistra. Le attenzioni sono andate piuttosto alla novella “questione settentrionale”, che sarebbe caratterizzata dal problema opposto: un “eccesso” di sviluppo e di ricchezza anarchica dagli esiti incogniti. Nonostante questo ribaltamento di priorità, qualcuno ha continuato a occuparsi del sud, della sua situazione economica e sociale.

Tra questi pochi, brilla per costanza un istituto dal nome che sembra una frustata, Svimez, che fin dal nome vorrebbe tenere insieme due “cose” considerate separate, sviluppo e Mezzogiorno: esiste dal 1946, ha tra i fondatori Rodolfo Moranti – socialista e all’epoca ministro dell’industria. Da quell’immediato dopoguerra, Svimez ha redatto e diffuso molte analisi sullo stato del Mezzogiorno italiano, considerando la sua industrializzazione una delle chiavi decisive per lo sviluppo dell’intero paese.
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