Luciano Vasapollo Foto di Cubanismo.net

Il fascino discreto della crisi economica: intervista a Luciano Vasapollo / 2

a cura del gruppo “Noi restiamo Torino”

(Prima parte dell’intervista) Nell’occidente, la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di trent’anni a questa parte completamente dominante; in maniera analoga anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi, ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia? Ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione magari in maniera più egualitaria, oppure no?

V: La risposta a questa domanda potrebbe concludersi in un secondo. Il capitalismo non è riformabile, di conseguenza non ci sono assolutamente le condizioni per una battaglia per la trasformazione interna alle istituzioni. Il luogo di un intellettuale militante è la strada: “Vamos por la calle” come dicono in America Latina. Mi spiego: il nostro ruolo è studiare, però interloquiamo con movimenti sociali, movimenti di base, le assemblee a democrazia partecipativa e i sindacati conflittuali, cioè quelli non concertativi.

Usciamo dall’eurocentrismo, non pensiamo che nonostante non ci siano le condizioni qui non ci possano essere da un’altra parte. Ricreiamo una condizione di relazioni internazionaliste di classe dentro a quello che è il conflitto chiave, ovvero il conflitto capitale-lavoro. Possono esserci infatti vari tipi di conflitti,come il conflitto capitale-ambiente, oppure quello capitale -democrazia, per carità, ma sono tutti leggibili all’interno del conflitto capitale-lavoro.
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Luciano Vasapollo Foto di Cubanismo.net

Il fascino discreto della crisi economica: intervista a Luciano Vasapollo / 1

a cura del gruppo “Noi restiamo Torino”

Con questa intervista a Luciano Vasapollo arriviamo alla terza puntata del ciclo di interviste il fascino discreto della crisi economica. Vasapollo è docente universitario di Metodi di Analisi dei Sistemi Economici presso “La Sapienza” di Roma. Grande conoscitore dei paesi del Centro e Sud America, Vasapollo è anche Professore all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba). Dirige il centro studi CESTES e la rivista Proteo. Il suo ultimo libro è “Un sistema che produce crisi. Metodi di analisi dei sistemi economici” (Jaca Book, 2013).

L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo.

Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

V: Innanzi tutto non mi piace la definizione di “eterodossi”, nel senso che è una definizione accademica dentro la quale finiscono tutti coloro che, in una maniera o in un’altra, sono critici rispetto al neoliberismo; quindi tra gli eterodossi possiamo trovare posizioni fra loro molto diverse.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Giorgio Gattei / 2

Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Hanno collaborato Gemma Gasseau e Riccardo Rinaldi

Prima parte. Domanda. In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi, ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o non sarebbe meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

È questa una domanda un po’ complicata. Il pensiero economico che oggi è dominante è quello della “supremazia del mercato” quale è uscito dalla controrivoluzione monetarista degli anni ’80 del secolo scorso. I suoi sostenitori sono stati bravissimi, non soltanto nel costruire progressivamente un’opinione pubblica favorevole al “mercato” e contraria allo “Stato”, ma soprattutto nel favorire una strategia d’occupazione dei posti di potere nell’accademia, nella stampa, nella televisione così da relegare ai margini gli oppositori. Il grande pubblico, che sente soprattutto e dappertutto le loro opinioni, si conforma in merito. Certamente permangono piccoli nuclei di resistenza, ma che forse è appena renitenza. Cosa allora potranno mai fare coloro che vi aderiscono? Innanzi tutto cercare di non vendersi mai al “nemico” e poi produrre teorie interpretative che siano antagoniste al cosiddetto “pensiero unico”, così da dar luogo ad un pensiero economico divergente.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Giorgio Gattei / 1

Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
Giorgio Gattei - Foto di sinistra.ch
di Vincenzo Maccarrone e Lorenzo Piccinini. Hanno collaborato Gemma Gasseau e Riccardo Rinaldi

Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti italiani sulla crisi economica ancora in corso. Dopo Joseph Halevi, è la volta di Giorgio Gattei. Gattei insegna storia del pensiero economico ed analisi economica presso l’Università di Bologna. Nella sua ricerca si è occupato della teoria del valore, dei prezzi e della distribuzione e delle teorie dei cicli economici. Fra i suoi scritti più recenti ricordiamo Storia del valore lavoro (2011, Giappichelli editore).

Domanda. L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Matteo Renzi

L’etica e la politica da Aristotele a Renzi / 2

di Sergio Caserta

(Prima parte) Non c’è stata una rivoluzione, ma un sotterraneo riallineamento delle classi dirigenti in regime di continuità col passato recente; Napolitano è il controllore di volo di questo cambiamento, che però rischia di consegnare il Paese ancora una volta nelle mani di una classe dirigente che non è in grado di affrontare i nodi essenziali di un indispensabile risanamento economico, sociale, culturale, politico e morale.

Il primo governo Renzi, ottenuta la fiducia sia al Senato sia alla Camera, in un mese ha già prodotto il “programma fondamentale”. Ci vuole stupire con effetti speciali,  vedremo se gli ottantacinque euro al mese nelle buste paga e l’aumento del prelievo dalle rendite finanziarie sono solo annunci o scelte concrete. Intanto in Europa le cose sono più complesse e “quadrare il cerchio” non è artificio semplice con il ministro delle finanze Schäuble.

I primi atti concreti in tema di Jobs act, non lasciano sicuramente tranquilli,  la “coazione a ripetere” è  rendere più flessibile il lavoro e più semplice, semplicissimo, il licenziamento, mentre i disoccupati aumentano in modo esponenziale. Tutto quel che Renzi sta cercando di mettere in campo, però, non può cancellare la maniera in cui è arrivato alla poltrona di Palazzo Chigi, nonostante siamo il Paese che dimentica in fretta le colpe del potere: in questo caso la macchia è indelebile e richiama una questione etico-politica e umana di enorme importanza.
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Matteo Renzi

L’etica e la politica da Aristotele a Renzi / 1

di Sergio Caserta

L’etica pubblica nel nostro Paese si è affermata sporadicamente e sempre con grandi difficoltà. Dovrebbe essere un argomento di studio per capire come costruire un nuovo pensiero politico che sappia garantire un’etica più forte. Partiamo da un breve excursus.

In principio fu Aristotele: per il filosofo calcidico, “l’etica è una parte della politica, perché è lo spazio pubblico in cui si manifesta l’azione umana. Essendo la separazione tra vita pubblica e privata estranea all’uomo greco, che è ‘integralmente’ un cittadino, le virtù come la giustizia erano essenzialmente pubbliche, la legge della città l’unico mezzo per amministrare e dirimere controversie”. Il Machiavelli sosteneva invece che i due principi si devono considerare separati: “la politica si legittima con la forza, mentre l’etica è una sfera che riguarda il privato”. Hegel è il filosofo che più ha approfondito il nesso morale tra individuo, famiglia e società, approdando alla concezione di uno “Stato etico” assoluto.

Benedetto Croce criticava la concezione machiavelliana, sostenendo che in tal modo la politica si rinchiudeva in una sfera autonoma e isolata, in una separatezza foriera di gravi conseguenze ma non condivideva neppure la mera unificazione di etica e politica in un solo principio: Croce, infatti, avversava le «false unificazioni» come le «illegittime separazioni» dell’etica e della politica, l’ottuso moralismo come lo spregiudicato tatticismo. In questa prospettiva egli esaminava i grandi temi dell’esperienza morale (giustizia, religione, buona fede, virtù, ecc.) e della vita politica (il ruolo dei partiti e dello Stato, il liberalismo, il rapporto fra Stato e Chiesa, lo Stato etico, ecc.) come principi e funzioni diverse che però interagivano per il “governo del bene comune”.
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