Intervista a Rossana Rossanda: “Recuperare la dimensione di classe della società”

di George Souvlis

“Comincio con lo scusarmi per il ritardo nel rispondervi, dovuto al mio stato di salute e a una serie di difficoltà della politica italiana. Le domande che mi rivolgete sono tali che esigerebbero veri e propri saggi di risposta. Risposta che, per quanto mi riguarda, ho cercato di dare nei libri e negli articoli nel corso di questi anni. C’è infatti qualche questione metodologica di fondo sulla quale dovremmo metterci d’accordo per intenderci, senza di questo molte mie risposte vi appariranno lontane dal fondo delle domande che mi fate. Il nodo per me è il pensiero di Marx, che è stato assunto solo in parte dai partiti comunisti europei, Pci compreso. Vi manderò le mie ultime riflessioni che dovrebbero essere pubblicate fra poco per poter portare avanti il nostro dialogo”.

Dalla seconda metà degli anni settanta ad oggi, la marginalizzazione delle donne è andata di pari passo con l’occultamento della rappresentanza degli immigrati e la rimozione della questione di classe. Come la sinistra potrebbe ripartire per riunificare le diverse soggettività e istanze e ripensare la rappresentanza?

La rimozione della lotta di classe è in alcuni Paesi europei la rimozione della questione degli immigrati, che ha a che fare con essa ma non si esaurisce in essa e non hanno granché a che vedere con la questione femminile. Insisto sul carattere a parte, storicamente e temporalmente, della contraddizione fra i sessi – che mi pare del resto evidente nella sua permanenza in secoli e in situazioni geografiche assolutamente lontane. Sul che fare, anzitutto mi pare necessario recuperare la dimensione di classe della società, dimensione offuscata anche formalmente dal 1989, per responsabilità dei partiti comunisti e degli stati di socialismo reale. Sui rapporti fra situazione sociale recenti e conflitto sessuale molto più antico si lavora molto poco, ma lo considero necessario nel suo aspetto diacronico e sincronico.
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Quella voglia (latente) di cooperazione: come il liberismo ha fatto il suo tempo

I professori del liberismo - Foto di Glauco Santi
I professori del liberismo - Foto di Glauco Santi
di Antonio Zanotti

Dall’inizio dell’800, quando in Inghilterra il sistema capitalistico si era già consolidato e veniva mostrato agli altri paese la strada che avrebbero seguito (“De te fabula narratur” – come scriverà più tardi Marx), ogni crisi economica che si è presentata ha sollevato movimenti di protesta che mettevano in discussione il paradigma economica dominate, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Sino al 1989, l’anno della caduta del muro di Berlino, la maggioranza di questi movimenti è raggruppabile sotto la bandiera del Socialismo, sistema fondamentalmente basato sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Da quella data però il paradigma della proprietà pubblica ne è uscito talmente screditato che nelle crisi successive, in particolare quella drammatica scoppiata nel 2007, nessuno si è fatto portavoce di soluzioni socialistiche, se non movimenti marginali.

Ciò non significa che in alcuni casi non ci sia stato un richiamo alla necessità di processi di nazionalizzazione, come per esempio per il sistema bancario o, nel caso italiano, della produzione dell’acciaio. La cosa davvero strana e paradossale è come di fronte a questa gravissima crisi si stiano scontrando due paradigmi economici che la storia ha già in qualche modo considerati inefficienti, il paradigma neo-classico e il paradigma keynesiano.
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Thomas Piketty

L’utopia anti-utopia di Marx e quella pragmatica: un capitalismo alla svedese, di Piketty

di Russell Jacoby [*]

Sta per uscire la traduzione italiana di “Le Capital au XXIe siècle” di Thomas Piketty su cui inchiestaonline.it è già più volte intervenuta (nella rubrica “economia” del 10 giugno 2014 e del 6 maggio 2014). Pubblichiamo alcuni stralci del testo di Russel Jacoby pubblicato nell’ultimo numero de “Le Monde Diplomatique” riportati ne “Il Manifesto” del 22 agosto 2014. Il disegno è di Tullio Pericoli.

Il sag­gio di Tho­mas Piketty Le Capi­tal au XXIe siè­cle è un feno­meno sia socio­lo­gico sia intel­let­tuale. Cri­stal­lizza lo spi­rito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Clo­sing of the Ame­ri­can Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denun­ciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle mino­ranze nelle uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi, oppo­neva la medio­crità del rela­ti­vi­smo cul­tu­rale alla ricerca dell’eccellenza asso­ciata, nello spi­rito di Bloom, ai clas­sici greci e romani.

Ebbe pochi let­tori era par­ti­co­lar­mente pom­poso ma ali­men­tava il sen­ti­mento di una distru­zione del sistema edu­ca­tivo sta­tu­ni­tense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei pro­gres­si­sti e della sini­stra. Un sen­ti­mento che non ha affatto perso vigore. Le Capi­tal au XXIe siè­cle (Il Capi­tale nel XXI secolo) si inqua­dra nello stesso regi­stro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sini­stra e che la con­tro­ver­sia si è spo­stata dall’educazione al campo eco­no­mico. Anche in mate­ria di inse­gna­mento, il dibat­tito si foca­lizza ormai sul peso dei debiti di stu­dio e sulle bar­riere suscet­ti­bili di spie­gare le disu­gua­glianze scolastiche.

L’opera tra­duce un’inquietudine pal­pa­bile: la società sta­tu­ni­tense, come l’insieme delle società del mondo, par­rebbe sem­pre più ini­qua. Le disu­gua­glianze si aggra­vano e fanno pre­sa­gire un futuro gri­gio. Le Capi­tal au XXIe siè­cle avrebbe dovuto inti­to­larsi Le disu­gua­glianze nel XXI secolo.
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Pd - Foto di Orsonisindaco

La disfatta dei partiti: lunga e profonda è la crisi

di Valentino Parlato

C’è un vasto consenso, pressoché totale, nell’affermare che siamo in una crisi mondiale di straordinaria gravità, che, a mio parere si concentra nel mondo occidentale: Europa ed Usa; nella parte capitalisticamente più avanzata del nostro mondo. Un po’ per ricordi del ginnasio mi viene da pensare alla fine dell’impero romano, che si protrasse per secoli e non fu la fine del mondo.

Queste mie considerazioni potranno apparire eccessive, ma insisto. Richiamo sommariamente l’attenzione dei lettori su alcuni fenomeni: riduzione del numero dei lavoratori salariati e anche degli imprenditori classici, crescita dei servizi, finanziarizzazione (fare denaro col denaro senza merci e lavoro), diffusione di un ceto medio anonimo. Aggiungerei cambiamenti vistosi della lotta di classe come l’abbiamo conosciuta. Lo scontro continua ma in forme un po’ sotterranee e con un forte e sostanziale indebolimento del mondo del lavoro salariato ridotto numericamente e abbastanza disperso.

Ma, attenzione, lo sfruttamento continua e si aggrava e si giova, come nel passato, del sostegno del pur indebolito potere politico e di infiniti giochi di favoritismi spesso al singolo imprenditore, favori con i quali i governanti cercano di rafforzarsi. Inoltre questa crisi, aiutata anche dai progressi tecnici, sta liquidando stampa ed editoria, la parola scritta su carta. Lo si vede nei giornali, nei libri: non si pubblicano quasi più quei romanzi di formazione che leggevamo da giovani.
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