Presidenzialismo di fatto e suicidio della democrazia parlamentare

Giorgio Napolitano
Giorgio Napolitano
di Annamaria Rivera

Quel che di più aderente alla realtà c’era da sostenere a proposito della rielezione di Giorgio Napolitano, lo hanno già scritto, e senza peli sulla lingua, Giorgio Cremaschi nel suo blog, Marco Revelli in un editoriale del manifesto e Giovanni Russo Spena in un’intervista.

Si potrebbe aggiungere qualche piccola chiosa a proposito del contesto in cui si consumano “il suicidio del Parlamento” (Russo Spena), la “cronicizzazione dello stato di eccezione”, con una “lesione gravissima del principio di rappresentanza” (Revelli) e un presidenzialismo, oltre tutto privo della legittimazione del voto dei cittadini, tanto spinto da somigliare “all’antica monarchia elettiva polacca” (Cremaschi).

Pur proponendo un’analisi lucida, severa, condivisibile, nel recente editoriale del manifesto Marco Revelli non esplicita che i sintomi della cronicizzazione dello stato di eccezione si erano palesati sin dal momento in cui il presidente Napolitano nominava senatore a vita Mario Monti, pochi giorni prima di affidargli il ruolo di presidente del Consiglio. Compiendo in tal modo, scrive Russo Spena, “un commissariamento del Paese, così come nei desiderata di Bce e Fmi”. In quei giorni Revelli – in un altro editoriale, che fu molto discusso – pur illustrando con efficacia la gravità del contesto italiano, al punto di evocare la vicenda costituzionale della Repubblica di Weimar, confessava di aver fatto il tifo per Monti e ammetteva che, se avesse potuto, sarebbe sceso in piazza, sventolando una bandierina tricolore per festeggiare la morte ufficiale del berlusconismo.
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Situazione politica in Italia: il vero pericolo è la destra

Destra - Foto di Giulio Bernardi
Destra - Foto di Giulio Bernardi
di Alfiero Grandi

Senza dubbio nell’elezione dei presidenti delle Camere si sono verificate 2 importanti novità. Laura Boldrini Presidente della Camera e Piero Grasso Presidente del Senato rappresentano insieme un’evidente svolta politica e una garanzia sul funzionamento delle Camere. Le novità di queste elezioni sono state tali da aprire interrogativi anche nel M5S, inducendo comportamenti differenziati nel voto. Tuttavia i passaggi più impegnativi di questa legislatura – nuovo Governo e nuovo Presidente della Repubblica – sono ancora da realizzare per garantirne un avvio effettivo.

La riedizione di una maggioranza simile a quella che ha sorretto il Governo Monti nella scorsa legislatura resta un pericolo non del tutto scongiurato. Il lavorio per questo obiettivo continua. Va apprezzato che Bersani abbia escluso la possibilità di una riedizione della maggioranza che ha prodotto i provvedimenti (o non li ha prodotti come quelli per occupazione e sviluppo) che sono all’origine di tante sofferenze sociali e della dura reazione critica degli elettori verso il Pd, a cui sono mancati quasi 3 milioni e mezzo di voti e i 6 milioni che mancano a Berlusconi non bastano come consolazione. Le dichiarazioni eversive e ricattatorie di Berlusconi confermano che con questo centrodestra non si può in alcun modo costruire una qualunque forma di maggioranza politica, neppure di emergenza, perché la vera emergenza sono loro.
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Maurizio Landini - Foto da Wikipedia

Landini: “Rappresentanze in tilt, democrazia da ricostruire”

di Gabriele Polo

“Di fronte a una crisi globale – politica che mina la democrazia, economica che rovina milioni di persone – sarebbe follia restare fermi sperando che passi la nottata, senza affrontare i nodi dei problemi. Bisogna rimettere tutto e tutti in discussione”. Maurizio Landini non usa mezzi termini per analizzare l’Italia di oggi.

Iniziamo dalla politica. C’è stato un voto che sembra buttare tutti all’aria. Sorpreso?

Non molto. Questo è un voto che cambia completamente il quadro politico, basta pensare che il 25% non ha votato e un altro quarto dell’elettorato ha scelto i 5 stelle cioè ha votato “contro” l’esistente. Lo spostamento di milioni di voti – persi da tutti i partiti tradizionali – evidenzia la crisi di rappresentanza politico-istituzionale, confermata anche dalle analisi sociali del voto: moltissimi operai e lavoratori precari hanno votato per Grillo, cioè hanno chiesto un cambiamento. Tutto questo non è liquidabile come antipolitica, segnala anzi una domanda di partecipazione.

Quanto hanno inciso la crisi economica e le scelte del governo Monti?

Moltissimo. Monti è il vero sconfitto di queste elezioni. È stato un voto contro le politiche d’austerità europee e tutti i partiti che le hanno sostenute, compreso il Pd. Le persone si sono sentite poche rappresentate e quindi nel messaggio grillino del “mandiamoli tutti a casa” si sono ritrovati l’operaio che perde il posto di lavoro con l’imprenditore che chiude l’azienda. Dall’innalzamento dell’età pensionabile alla crescente disoccupazione alle rigidità di bilancio, si è creata una miscela che ha acceso il voto grillino raccogliendo consensi politicamente e socialmente trasversali.
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Sulla fortuna delle parole: “Moderati”

Illustrazione di Emilius da Atlantidedi Maurizio Matteuzzi

La prima opera di logica della civiltà occidentale è, come è ben noto, l’Organon (letteralmente “strumento” di Aristotele. La prima pagina è dedicata alla distinzione tra omonimi, sinonimi, paronimi. Per quanto ne capisco, Aristotele ci dice che, mentre sulla sinonimia si fonda la scienza analitica (en passant: il significato di sinonimia di Aristotele è tutt’altro che il nostro), l’omonimia viceversa rappresenta un pericolo e una situazione da evitarsi.

Ora, facendo un salto di soli duemilaquattrocento anni circa, siamo di fronte a un caso di sospetta omonimia piuttosto inquietante. In attesa delle fatidiche elezioni politiche incombenti, dobbiamo registrare una presenza massiccia, quasi ingombrate, di tali “moderati” praticamente in tutti i grandi schieramenti politici. Berlusconi si propone ogni mezz’ora in TV come capo dei “moderati”; bÈ, “capo”, forse presidente, padrone, feudatario, finanziatore non so insomma, visto che il ticket da pagare a Maroni è stato quello di non essere candidato premier, per dare alla lega un’ancora cui attaccarsi per salvare almeno una fetta della faccia, rispetto alle precedenti dichiarazioni fortemente antiberlusconiane.
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Immagine di Edoardo Baraldi

L’anno perduto tra Berlusconi e Monti

di Rossana Rossanda

È bastato che Silvio Berlusconi si riaffacciasse sugli schermi, col volto mal tirato in su – ci sono limiti, non fosse che d’età, al rifacimento dei tratti – perché l’Italia corresse a rifugiarsi sotto l’ala di Mario Monti. O l’uno o l’altro, tertium non datur. Non sono la stessa cosa, come suggerisce Alberto Burgio, anche se la rotta che indicano è sempre “a destra tutta”, ma da tempo gli italiani sembrano disabituati a pensare che la distinzione fra destra e sinistra abbia ancora senso.

Oggi non ci sarebbe che “quella” rotta, indicata dalla prevalenza del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino, assai pudicamente corretta dal recente vertice europeo – ma la strizzatina d’occhio agli evasori fiscali, il primato agli interessi privati come metodo di governo e di vita, qualche battuta antieuropea e finto popolare – “lo spread? chi era costui? – un certo plebeismo considerato spiritoso si riconosce in Berlusconi come in Grillo e simili. Non hanno del tutto torto all’estero a vederci come una perpetua commedia dell’arte, Pulcinella o Arlecchino vincenti sulla stoltezza altrui. E quella metà della gente che non predilige la furbizia si rivolge a una figura che appare più frequentabile per costumi e decenza.

Stiamo perdendo troppo tempo. Tertium non datur perché non esiste una sinistra sufficientemente forte per darsi una politica convincente e diversa dal rigore. Eppure non è cadere dalla padella del cavaliere di industria nella brace del liberista tutto d’un pezzo. Sono ormai tante le voci degli esperti che avvertono: su questa strada l’Europa del sud sta cadendo in un buco sempre più profondo, in una crisi di società sempre meno agibile. Si ha un bel rosicchiare sulle spese pubbliche, anche con più energia ed equità di Monti, finché non ci sarà una svolta nell’economia l’impoverimento del novanta per cento della gente continuerà fino a limiti insostenibili.
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