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La Russia scopre il femminicidio

di Astrit Dakli

Ci voleva un terrificante assassinio, con protagonisti conosciuti al grande pubblico, perché in Russia si incominciasse a parlare di violenza domestica e di femminicidio, fenomeni che in realtà hanno nella società russa un peso devastante ma sono stati finora confinati al cupo regno dei “panni sporchi lavati in famiglia” o a quello della semplice cronaca nera. Aleksei Kabanov, co-fondatore di uno dei locali più cult della Mosca post-sovietica (il celebre Project O.G.I.) ha confessato di aver strangolato la moglie Irina Cherska, nota giornalista e madre di tre figli piccoli, e di averne poi fatto a pezzi il corpo nella speranza di disfarsene più facilmente. In precedenza, per settimane, Kabanov aveva sostenuto che la moglie era “scomparsa” e aveva lanciato accorati appelli su Facebook, lasciando pure intendere che potesse esserci un complotto contro di lui per via delle sue simpatie verso l’opposizione anti-putiniana.

Ma quel che ha provocato una reazione sgomenta e l’avvio di un dibattito sulla violenza domestica, forse anche sull’onda delle campagne che in altri paesi da qualche tempo stanno portando alla luce l’argomento, è stata la notizia secondo cui da parecchio tempo amici e familiari sapevano che Kabanov picchiava sistematicamente Irina, anche se nessuna denuncia era mai stata sporta.

Che in un paese dalle feroci tradizioni maschiliste come la Russia la nozione di violenza domestica non sia ancora entrata nel codice penale potrebbe non stupire più che tanto. Nonostante il maschilismo imperante nelle relazioni dirette uomo-donna (nell’ambito della coppia o della famiglia), però, è anche vero che le donne in Russia, attraverso la lunga e complessa esperienza sovietica, hanno comunque raggiunto un grado di autonomia economica e di emancipazione sociale molto alto, giungendo a dominare professioni come quella medica o quella giudiziaria (fatti salvi i gradini più alti) e arrivando spesso anche a ruoli di comando nelle aziende e nelle strutture di governo.
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