Ancora sulla fortuna delle parole: “eccellente”

di Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Nella scala della qualità dei funghi eduli, ho scoperto che “eccellente” si pone al gradino superiore rispetto a “ottimo”. Strano paradosso semantico, perché “ottimo” par non poter incarnare altro che un superlativo assoluto, cioè ciò che per definizione è insuperabile. “Eccellente”, da ex cellere, dove ex ha il significato di “fuori” e l’antiquato e desueto cellere sta per spingere, probabile calco del greco kèllein. Un po’, insomma, come “egregio”, scelto, tirato fuori dal gregge, o l’analogo “esimio”.

Da qui l’appellativo “eccellenza”, che spetta ai più alti dignitari della scala sociale, termine quanto mai positivo malgrado qualcuno abbia guardato in cagnesco il Giusti per pochi scherzucci di dozzina, e non abbia avuto il tempo di leggere i Promessi Sposi.

Certo è cosa buona eccellere, e altrettanto, almeno eticamente, cercare di farlo. Il punto sta tutto nella distinzione tra uso ed abuso. Voglio dire, suona un po’strano leggere di certe Eccellenze che vengono condannate per reati piuttosto squalificanti, come la corruzione o la frode fiscale. Non faccio esempi, naturalmente, ho la fortuna di avere un amico giurista che mi depenna tutto quello che potrebbe costare una querela. Ma, insomma, stride un po’pensare a un PM che possa dire più o meno “Lei Eccellenza è un ladro”; ricorda da vicino l’endiadi meno nobile da bar Sport, “Lei è un esimio testa di … cavolo”.
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