Trump, la Cina e la globalizzazione

di Lorenzo Battisti, dipartimento esteri Pci e Pci di Parigi Trump viene accusato da tempo di aver posto fine alla “magica” globalizzazione. In realtà le sue politiche sono il risultato dei nuovi equilibri mondiali generati dall’emersione dei Brics e in particolare dallo sviluppo economico e politico della Cina. La globalizzazione e il neoliberismo: la fase […]

Decreto dignità, il bicchiere (quasi) mezzo pieno

di Sergio Palombarini

In queste settimane si discute molto, a vari livelli, del così detto decreto dignità, più precisamente il decreto legge n. 87, approvato dal Governo il 2 luglio scorso, e attualmente in fase di conversione in Parlamento. Tanto si è detto e tanto si dirà su questo provvedimento, che prevede diversi interventi di riforma in materia di diritto del lavoro, ed altri in materia di politica economica e gioco d’azzardo.

Ora, prima ancora che il decreto venga convertito in legge, con probabili modifiche, per un momento lascio da parte le singole questioni tecniche, le interpretazioni (ce ne sono già un po’ di tutti i generi), le prese di posizione politiche, ecc., per limitarmi ad una considerazione di carattere molto generale sulla parte del provvedimento sulle discipline del lavoro. Una cosa, al di là di tutto, mi pare indubitabile.

Questo provvedimento segna una (minima) inversione di tendenza rispetto alla più recente legislazione. Non è certo una vera e propria inversione di 180 gradi, è possibile che sia più la parte propagandistica che quella sostanziale, tutto quel che si vuole. Fatto stà però che la direzione (o forse anche solo la intenzione) è quella della riduzione della precarizzazione (parlo della disciplina dei contratti a termine), e della maggior tutela del lavoratore (seppur solo indennitaria) a fronte dei licenziamenti illegittimi.
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Black Friday: quando l’uomo-lavoratore si allea con l’uomo-consumatore. Cioè con sé stesso

di Antonello Mangano

Il grande capolavoro del capitalismo contemporaneo non è la contrapposizione tra i lavoratori, né quella tra migranti e autoctoni (storia vecchia ma sempre funzionante) ma quella – nuova – tra l’essere umano e sé stesso. Così l’uomo consumatore è in competizione e si scontra con l’uomo lavoratore. Anche se si tratta della stessa persona.

Ci arrabbiamo a morte se non ci fanno il contratto a tempo indeterminato ma ci consoliamo con un volo a 9,99 euro. Vogliamo un’assunzione come dipendenti ma compriamo pelati di pomodoro da 60 centesimi.

Il low cost, dal punto di vista del capitalismo, è la quadratura del cerchio. Come vendere ogni genere di prodotti e servizi a una massa di sottopagati, precari e sfruttati? Facendo in modo che tutto costi il meno possibile. Un sistema che attraverso la logistica e gli algoritmi, la produzione globale e la delocalizzazione permette a merci che hanno fatto il giro del mondo di costare pochissimo.

Prendete gli abiti: cotone turco (raccolto da rifugiati siriani), manifattura bangladese (in scantinati maleodoranti a rischio incendio), trasporto ad Amburgo, logistica e smistamento nei pressi di Pavia e vendita in ogni angolo d’Europa. Nonostante il giro di due continenti gli abiti costano pochi euro. Nel frattempo sono stati schiacciati i diritti di centinaia di lavoratori. E la loro legittima aspirazione alla felicità.
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