Lunga vita alla Lega di Cultura Popolare di Piadena, lunga vita al Micio, lunga vita a Giuseppe

di Enrico Pugliese

Possedendo una piccola parte dei volumi che hanno registrato nel corso degli anni il lavoro politico e culturale della Lega mi sono fatto “un ripasso”. E – leggendo l’intervista introduttiva di Peter Kammer al Micio e a Giuseppe – mi sono venuti diversi pensieri non coordinati tra di loro tranne che per il nesso con l’esistenza e la storia della Lega.

Parto da alcune cose dette nell’intervista. La prima è l’affermazione del Micio da me profondamente condivisa: “dire e non dire non è la stessa cosa”. Naturalmente molto dipende da chi dice. Il diritto a dire è riconosciuto nelle società liberali. Una volta a Londra c’era un posto nel parco cittadino più importante l'”Hyde park corner” dove c’era sempre qualcuno che in piedi su di uno sgabello parlava mentre una piccola folla stava ad ascoltarlo. Spesso si trattava di gente un po’ matta, ma non sempre. Ma il Micio non appartiene a questa categoria: il diritto di parola, la sua legittimità gli deriva dalla sua storia – che, per altro, è alla base delle cose che dire. Dire non è inutile perché una traccia resta sempre, perché per dire bisogna riflettere, perché qualcuno ti ascolta. E se nessuno ti ascolta ti aiuta a riflettere sul perché non ascoltano.
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Aggressione fascista a Cremona - Foto di Giornalettismo

Dopo l’aggressione di Cremona: la vera natura di Casa Pound

di Saverio Ferrari

Casa Pound Cre­mona, la sezione dell’organizzazione nell’ambito lom­bardo pro­ba­bil­mente più con­si­stente, fin dalla sua nascita nel mag­gio 2013, seguendo una regola interna che a ogni sede cor­ri­sponda un’intestazione pro­pria, si è scelta il nome di «Stoc­ca­fisso». Appa­ren­te­mente un gioco. Nella città che fu del Ras Roberto Fari­nacci, gran orga­niz­za­tore di squa­dracce, que­sto par­ti­co­lare è tutt’altro che inno­cuo. La sto­ria rac­conta che sul finire del «bien­nio rosso», quando i fasci­sti della bassa val Padana si videro reca­pi­tare da alcune pre­fet­ture il divieto di dete­nere i man­ga­nelli, ricor­sero all’uso di pezzi di bac­calà, stec­che dure lun­ghe più di un metro e mezzo da uti­liz­zare come bastoni.

Da qui la scelta del nome, indi­ca­tivo della natura di Casa Pound, che ispi­ran­dosi al primo movi­mento fasci­sta, quello degli esordi, esalta osten­ta­ta­mente l’epopea delle aggres­sioni ai diri­genti e ai mili­tanti socia­li­sti e comu­ni­sti come degli assalti alle sedi delle camere del lavoro e delle leghe con­ta­dine. L’attacco pre­or­di­nato di dome­nica sera al cen­tro sociale Dor­doni di Cre­mona, non a caso, è stato con­dotto seguendo gli anti­chi inse­gna­menti, con­cen­trando gruppi di pic­chia­tori, anche pro­ve­nienti da altre città (Parma e Bre­scia), per col­pire in forte supe­rio­rità nume­rica, senza problemi.

Più volte Casa Pound ha anche «mimato» in cor­tei per le vie di Roma le «spe­di­zioni puni­tive» del 1920–1921 sfi­lando su camion sco­perti con a bordo mili­tanti agghin­dati con tanto di Fez. Le stesse deno­mi­na­zioni con cui ha mar­chiato i pro­pri punti di ritrovo o i pro­pri siti di rife­ri­mento, dalla libre­ria La Testa di Ferro (in ricordo del gior­nale fon­dato nel 1919 da Gabriele D’annunzio al tempo dell’impresa fiu­mana) al forum inter­net Viva­ma­farka (dal romanzo-scandalo di Mari­netti del 1909, Mafarka il futu­ri­sta, sot­to­po­sto in que­gli anni a pro­cesso per oltrag­gio al pudore, in cui si decan­ta­vano le gesta imma­gi­na­rie di un re nero che amava la guerra e odiava le donne), dicono di que­sta identificazione.
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