De Luca, il manager di tutte le paure

di Isaia Sales   A fine gennaio Vincenzo De Luca era un uomo politico finito. Scaricato dal Pd che si accingeva ad annunciare l’appoggio a un candidato dei Cinquestelle alla presidenza della Campania, non gli rimanevano che due scelte: presentarsi comunque alle elezioni in rottura con il Pd (e finire amaramente la sua lunga carriera) […]

La via alternativa all’ideologia dell’inceneritore

di Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente

Luigi Di Maio ottiene il condono edilizio per Ischia e Matteo Salvini propone un inceneritore per provincia in Campania. Se il premier Conte rispolvera il ponte sullo Stretto di Messina il déjà-vu su quanto fatto e proposto dal Governo Berlusconi nei primi anni 2000 si completa. A parte le battute, il dibattito tra le due forze di maggioranza su come chiudere il ciclo dei rifiuti in Campania è surreale. Il vicepremier leghista parla come se stessimo ancora nel pieno dell’emergenza campana di 15 anni fa.

Oggi questa regione ha una percentuale regionale di differenziata più alta di Toscana e Liguria, grazie ai Comuni ricicloni che premieremo giovedì prossimo a Salerno, come fatto negli ultimi 13 anni. Hanno fatto bene i vertici M5S a picchiare duro contro Salvini. È stato correttamente ricordato quanto prevede il nuovo pacchetto di direttive europee sull’economia circolare approvato per archiviare progressivamente discariche e termovalorizzatori.

Che è fondamentale promuovere politiche di prevenzione, a partire dalla tariffazione puntuale, e quelle di riuso. Che si deve organizzare la raccolta domiciliare in tutta Napoli (come fatto a Milano e come dovrebbe fare anche la giunta Raggi a Roma) e che bisogna puntare sul compostaggio per riciclare l’organico differenziato.
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La Terra dei Fuochi e i negazionisti del biocidio

di Egidio Giordano e Andrea Salvo Rossi

Come per il sesso degli angeli o il mostro di Lochness, il dibattito sulla Terra dei Fuochi rimette periodicamente in questione l’esistenza stessa del suo oggetto. La pubblicazione dei risultati dell’indagine condotta dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno (Izsm) sono rientrati da subito in questo discorso, finendo con l’avviare ad una campagna mediatica che – lungi da un’interpretazione seria dei dati – è ritornata puntualmente sulle posizioni negazioniste, quelle (per capirci) di chi sostiene che la “Terra dei Fuochi” sia un brand inventato dal pentito di camorra Carmine Schiavone e alimentato dall’allarmismo degli ambientalisti del territorio.

In questa campagna si sono trovati insieme sedicenti esperti del settore enogastronomico (food blogger) e, cosa molto più grave, il governatore De Luca, prontissimo a tuonare sulle prime pagine dei giornali che è necessaria, per la Campania, un’Operazione Verità, che sbugiardi le denunce relative all’emergenza ambientale e sanitaria della regione (e, ovviamente, tutte le realtà di base che costantemente lavorano per tenere alta l’attenzione sulla questione). La Terra dei Fuochi, dunque, sarebbe una fake news (così, trionfale, annunciava un articolo di Luciano Pignataro sul Mattino), da archiviare tra i miti e le leggende dell’orrore che non meritano alcuna credibilità.
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Un Paese strano: ci sono fatti che sembrano coincidenze e invece sono un’altra cosa

di Dario Vassallo, presidente della Fondazione Angelo Vassallo

C’era un articolo su “La Città”, “Caso Alfieri, chiesta un’ispezione. Cirielli si rivolge al Ministro della Giustizia. Accuse prescritte per i tempi lunghi”. Il caso Alfieri, con le accuse di corruzione all’ex sindaco di Agropoli andate in prescrizione quando il processo di primo grado era appena cominciato, arriva all’attenzione del ministro.

È il deputato Edmondo Cirielli a presentare al ministro della Giustizia Andrea Orlando un’interrogazione parlamentare a risposta scritta in cui chiede di valutare

“per promuovere iniziative ispettive presso il tribunale di Salerno… per reati scoperti nel 2009, ma commessi nel biennio 2007- 2008, si è arrivati alle prime udienze solo nel 2014. Il procedimento penale è quello denominato “Due Torri bis”, seconda tranche di un’inchiesta su una serie di appalti affidati dalla Provincia di Salerno fino al 2008, quando Franco Alfieri era assessore ai lavori pubblici della giunta del centro sinistra.

Era il 31 luglio 2013 quando la procura firmò l’avviso di chiusura indagini per ottanta indagati, più di 1 anno dopo, il 10 ottobre 2014, il giudice dell’udienza preliminare dispose il rinvio a giudizio di 77 imputati, con accuse che andavano dall’associazione a delinquere, al falso alla turbativa d’asta. Nei confronti di Franco alfieri (ora consigliere regionale, delegato all’agricoltura) era stata formulata una sola ipotesi di reato: corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, in forza di rivelazioni di due costruttori che lo avevano accusato di aver intascato denaro per favorirli negli appalti negli anni in cui era assessore provinciale ai lavori pubblici”.

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Campania, De Luca e Alfieri: cercasi clienti per frittura di pesce

a-frittura

di Dario Vassallo, presidente della Fondazione Angelo Vassallo

Ascoltando le parole di Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, mi si è accapponata la pelle, provando un senso di disgusto per le parole espresse e per questo tipo di politica. “Franco Alfieri, notoriamente clientelare, che sa fare clientela come Cristo comanda…”

Chi è Franco Alfieri? È colui che, quando rivestiva la carica di assessore al Lavori pubblici alla Provincia di Salerno, dice, ancora oggi, di non aver visto le denunce fatte da mio fratello Angelo, alla Provincia, denunce inerenti la strada in costruzione tra Celso di Pollica e Casalvelino, strada mai ultimata, ma pagata.

Le denunce furono ben 7, come furono 7 le pallottole che posero fine alla vita del sindaco-pescatore. Sette denunce, 7 colpi. Casualità?

Franco Alfieri è anche colui che è stato indagato insieme ad altri 76 personaggi, tra politici e funzionari, per una dozzina di strade da realizzare in provincia di Salerno, strade pagate e mai realizzate o ultimate e dalle quali ha avuto origine il processo “Due Torri bis”. Poi è arrivata la prescrizione e così tutto è stato cancellato, svanito, come se niente fosse accaduto, con dispendio di milioni di euro, mai recuperati, di vie di comunicazione mai realizzate e con l’arresto dello sviluppo, perché esso passa anche attraverso la realizzazione di strade.
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La ManiFesta 2016

Nuove vie in agricoltura: le sinergie tra Emilia Romagna e Campania

di Vittorio Capecchi

A Bologna lunedì 4 luglio 2016 è terminata la quattro giorni della Manifesta organizzata da il Manifesto in rete con un convegno dal titolo “Il suolo lo coltiviamo e non lo consumiamo, l’agricoltura biodinamica”. Il convegno è stato coordinato da Sergio Caserta che oltre a coordinare Il Manifesto Bologna in rete è stato anche dei promotori del gemellaggio tra Bologna e Pollica. Sergio ha invitato e presentato in questo dibattito sia due esperienze del Cilento che due esperienze emiliano romagnole.

Ha iniziato a parlare Giuseppe (Peppino) Cilento presidente della Cooperativa Nuovo Cilento. Questa cooperativa è nata nel 1976 a San Mauro Cilento (Salerno) e la sua storia si è incrociata con quella di Angelo Vassallo sindaco di Pollica dal 1995 al 2010. Angelo Vassallo, presidente della Comunità del Parco nazionale del Cilento, chiese e ottenne che la “Dieta mediterranea” fosse considerata patrimonio dell’UNESCO. Le straordinarie proprietà della dieta mediterranea furono diffuse nel mondo dall’epidemiologo e fisiologo statunitense Ancel Keys che insieme alla moglie biologa Margaret Haney si stabilì a Pollica (nel villaggio di Pioppi) dove morì nel 2004 poco prima di compiere 101 anni (la sua storia è narrata da Elisabetta Moro, La dieta mediterranea.
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Dopo quella intervista su De Luca le dimissioni di Cantone sarebbero dovute

Raffaele Cantone
Raffaele Cantone
di Alfonso Gianni

Mentre Vincenzo De Luca, trionfatore delle regionali campane con i voti determinanti del Centro democratico di Vassella Pisacane e dell’Udc, dell’intramontabile e inrottamabile Ciriaco De Mita, querela la Bindi per il semplice esercizio delle proprie istituzionali funzioni, Raffaele Cantone, Presidente nazionale anticorruzione, non trova di meglio che rilasciare un’ampia intervista a Repubblica in cui se la prende con la Bindi e con la Corte Costituzionale.

Eppure si tratta di una persona di cui si era fatta il nome persino per la carica di Presidente della Repubblica. E tutto ciò almeno ci consola dal punto di vista dello scampato pericolo. Che si possa criticare la legge Severino è non solo lecito, ma – per ciò che riguarda alcuni aspetti – anche comprensibile, come quelli che concernono differenze di trattamento fra vari livelli istituzionali a fronte di processi giudiziari in corso. Ma bisognerebbe averlo fatto prima. Ora, fin tanto che quella è legge, non può non essere applicata. De Luca l’ha voluta sfidare. Il suo partito si è messo al suo servizio, infilandosi in cul de sac da cui è difficile uscire. D’altro canto questa è stata una scelta cosciente di Renzi. Una regione in più val bene l’aggiramento di una legge e la tacitazione di ogni sensibilità etica. Il giovane è spregiudicato.

Ma che il Presidente nazionale anticorruzione corresse in aiuto all’uomo forte della Campania, questa, almeno, speravamo di potercela risparmiare. E ci va giù duro. La Bindi, secondo Cantone, avrebbe “istituzionalizzato” gli impresentabili. Cosa voglia dire non si capisce neppure, ma tant’è: si tratta di un’accusa destinata a fare effetto. In secondo luogo avrebbe dato il “bollino blu” a tutti quelli che non rientrano nella lista degli impresentabili. Qui siamo di fronte al capovolgimento radicale di ogni logica.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 3

di Gabriele Polo

Cento chilometri separano Melfi dall’altro sogno industriale lucano. Si trova a sud di Potenza, in val d’Agri, è coetaneo di quello automobilistico, ne è – in fondo – una premessa e si chiama petrolio. L’oro nero che può dare alla testa: minerale mitologico del XX secolo, Vello di ricchezza certa per chiunque se lo ritrovi sotto i piedi, fosse pure il paese più povero e disperato del mondo; nero come il volto della madonna che i contadini dell’Agri dicono di veder apparire ogni tanto sul Monte Sacro, che non sovrasta più i boschi di un tempo e le vigne di ieri, ma le fredde luci perennemente accese che distinguono un impianto chimico da ogni altra fabbrica.

È lì sotto da sempre, l’hanno scoperto quasi cent’anni fa – quantità stimata un milione di barili, valore ipotizzato 50 miliardi di euro – ma l’estrazione è iniziata verso la fine degli anni ‘80. Venticinque pozzi gestiti da Eni e Shell, 85.000 barili di greggio al giorno, quasi il 10% del fabbisogno nazionale, l’80% dei quattro milioni di tonnellate che ogni anni l’Italia produce, nel suo piccolo. Partita in gran spolvero, promettendo lavoro e ricchezza, l’estrazione petrolifera lucana non ha mai raggiunto gli obiettivi iniziali (120.000 barili al giorno), solo 300 sono gli occupati diretti e non si arriva a mille aggiungendoci quelli dell’indotto in senso lato – bar, ristoranti, pensioni, compresi. Quanto ai soldi, ne sono arrivati meno del previsto, almeno per la Basilicata e i suoi abitanti.

Nelle casse di regione e comuni della val d’Agri in tutti questi anni sono entrati meno di 800 milioni di euro, tra i 50 e i 70 l’anno a seconda dei “raccolti” e – soprattutto – della volubilità del prezzo, che si sono tradotti in un po’ di strade, manutenzioni, bonifiche e – soprattutto – in 100 euro di buoni benzina per ognuno dei 335.000 automobilisti regionali (censiti per patente di guida). A guadagnarci e molto sono state invece le due compagnie petrolifere, grazie al bassissimo livello di royalties che devono pagare all’erario italiano, il 10% del prezzo del barile. Una pacchia a confronto con le royalties pagate in altri paesi occidentali, dall’80% della Norvegia al 45% del Canada. Così, niente Texas all’italiana, deluse le attese dei telespettatori con Dallas negli occhi e la miseria in tavola.
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Lettera aperta a Saviano: noi, lavoratori campani scaricati dalla Coop, chiediamo uno spazio per far sentire la nostra voce

Foto del Fatto QuotidianoQuesta storia, a cui dà dato spazio l’Unione sindacale di base, viene da lontano. Si vedano gli articoli pubblicati da Domani di Arcoiris Tv

di Roberto, Lucia e Carlo, ex lavoratori Unicoop Tirreno Campania

Caro Roberto,

siamo dei lavoratori, tanti lavoratori, che per anni hanno lavorato in Coop Campania poi passata negli anni 2000 alle dirigenze di una Coop Toscana, la Unicoop Iirreno, che oggi è in difficoltà, in grave difficoltà per tutto quello che è accaduto già 4 anni fa e continua ad accadere ora, ci rivolgiamo a te perché ai tanti “politici, giornalisti, programmi tv” ai quali abbiamo esposto la nostra voce, ci volgono le spalle, noi vorremmo avere un po’ di visibilità, non per demolire o denunciare un sistema, ma per far si che le cose cambino e ci sia rispetto per la nostra dignità.

Le Coop nascono più di 150 anni fa (prima nel nord e centro Italia, più tardi al Sud), dalla dinamicità e dalle lotte delle classi operaie per salvaguardare il potere di acquisto dei ceti più deboli; l’etica, la solidarietà, la centralità delle persone, sono le fondamenta sulle quali si è costituito il pilastro della cooperativa.

La Coop fino agli anni Novanta ha mantenuto integri gli obiettivi di espansione e crescita creando lavoro e rispetto economico sociale un po’ in tutta Italia compreso il Sud, ma nel corso degli ultimi anni, forse con la sostituzione di un modello sempre più grande di mercato (le ipercoop), risultati poi negativi alle esigenze dello stesso mercato che si avviava pian piano a quella che oggi viviamo cioè “la recessione”, ed i troppi coinvolgimenti bancari, hanno subito un certo “mutamento biologico” che ha creato una voragine economica in alcune di esse dimenticandosi dei valori e dell’etica’ e rincorrendo sempre più le logiche del profitto.
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Foto Cisl Basilicata

Melfi-val d’Agri, il benessere mancato / 2

di Gabriele Polo

Vista dalla collina che divide la piana di san Nicola dalla città di Melfi, la fabbrica sembra una grande nave spaziale dalle fiancate luminose con la chiglia immersa nel terreno, piombata da chissà quale pianeta. Solo avvicinandosi si cominciano a distinguere gli stabilimenti che occupano 1.850.000 metri quadri: le presse, la lastratura, la verniciatura, il montaggio, tutto a colori, tutto a grandi strisce bianco-azzurre, tutto molto diverso dal grigio di Mirafiori. Attorno, le macchie bianche e più anonime dell’indotto.

L’astronave Fiat è piombata qui vent’anni fa, un investimento di 4.671 miliardi di lire con l’obiettivo di sfornare 450.000 Punto l’anno, con le spintarella di un bell’aiuto di soldi pubblici (un terzo del costo totale) e deroghe contrattuali – a partire dal lavoro notturno anche per le donne – permettendo 18 turni a ciclo continuo e paghe del 20% più basse rispetto agli altri lavoratori del gruppo. Auspice, il vecchio Emilio Colombo – democristiano d’altri tempi – con gran giubilo delle popolazioni locali, come recitava un anonimo graffito di quei giorni che innegiava agli allora vertici della Fiat: «Grazie Romito, salutaci l’Agnello!».

Ci lavorano in 5.000 – altrettanti nell’indotto – tutti assunti non ancora trentenni al primo impiego, resi disponibili a (quasi) tutto da una disoccupazione giovanile al 50%. È il «prato verde» che, lasciando l’uguaglianza costituzionale fuori dai cancelli, garantisce flessibilità, bassi costi e zero conflitto: non è più tempo di diritti uguali per tutti, anche se appena oltre la collina c’è il castello da dove Federico II aveva promulgato una delle prime costituzioni europee, prodromo di cittadinanza che cancella la condizione servile. Lontano il ricordo dei briganti anti Savoia, che da queste parti ebbero buon asilo – conservato nel museo di Rionero in Vulture -, perché ora il comando dei piemontesi non usa più i bersaglieri ma la catena di montaggio.
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