Il governo di larghe intese piace ai mercati

di Alfonso Gianni

È già possibile cominciare a ragionare sul dopo 4 marzo. Certamente non è facile, potrebbe essere imprudente. Per il semplice motivo che la legge elettorale, oltre a profili di dubbia costituzionalità, presenta anche un’assoluta imprevedibilità. I suoi inventori si sono dimostrati dei classici apprendisti stregoni. Avrebbero voluto fare una legge per garantire stabilità e prevedibilità, otterranno con ogni probabilità esattamente il contrario. Sarà comunque davvero difficile, se non impossibile, che gli italiani – per riprendere il mantra dei sostenitori delle ultime leggi elettorali – la sera stessa, finiti gli scrutini, possano conoscere il loro nuovo governo.

L’escamotage delle coalizioni prive di idealità e programmi definiti non è sufficiente a risolvere il problema. Però, può proprio essere questa la scappatoia. Non è affatto impossibile che le coalizioni formatesi per la campagna elettorale tornino a scomporsi il giorno dopo il voto, per concorrere a formare governi di intese più o meno larghe. Tali comunque da essere sorretti da una maggioranza parlamentare ben diversa da quella che è stata presentata ai cittadini durante la campagna elettorale. La stessa ipotesi di un governo del Presidente può aiutare anziché contraddire questo esito.

Per capire quello che può succedere è buona norma, anche se certo non l’unica, dare uno sguardo al comportamento degli operatori economici a livello internazionale e interno. A questi livelli la imminente scadenza elettorale italiana non sembra provocare grandi fibrillazioni.
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Carpisa: se vuoi lavorare (gratis) compra una borsa

di Francesca Fornario

«Mamma, presto, mi dai i soldi per comprare una borsetta?»
«Sei laureata e vivi ancora in casa con noi. Se vuoi comprarti una borsetta trovati un lavoro»
«Per quello mi serve la borsetta!»
«Non puoi cercare lavoro senza?»
«Se compro una borsa della collezione donna autunno/inverno posso partecipare al concorso della catena di negozi di borse e vincere un posto!»
«Devi COMPRARE una borsa per poter VENDERE borse?»
«Esatto».
«…Pagare una catena di negozi per essere pagata da una catena di negozi?!»
«Mamma, stiamo parlando di 500 euro!»
«Per una borsa?!»
«No, per un mese di lavoro»
«CINQUECENTO EURO AL MESE?! DUE EURO E ROTTI ALL’ORA?!»
«Solo per un mese»
«Poi quanto?»
«Poi niente, finisce lo stage. Ma posso tenere la borsetta».
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Il crollo della borsa in Cina: segnali dalla seconda economia mondiale

Economia cinese
Economia cinese
di Amina Crisma

Dopo tre settimane consecutive di crollo dei mercati azionari cinesi, l’allarme è ieri rientrato, con segni positivi di forte ripresa alla borsa di Shanghai (+5,7%), che si è immediatamente ripercossa sulle altre borse asiatiche (Tokyo ha chiuso con un +0,6%). E tuttavia, non è certo il caso di sottovalutare quello che nei giorni precedenti è accaduto nella seconda economia mondiale, in uno scenario globale già così agitato.

In un quadro segnato dall’estenuante prolungarsi della crisi del debito greco, che ha fra l’altro rivelato impietosamente tutta la fragilità di una costruzione europea la cui attuale leadership sembra mostrare in certi suoi atteggiamenti delle inquietanti affinità con i comportamenti di Hal, il computer impazzito del film di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, il sensazionale crollo della borsa cinese nei giorni scorsi è venuto ad aggiungere ulteriori elementi di incertezza e di ansietà

Ricordiamone i dati salienti. In tre settimane, si sono verificate perdite pari all’incirca al 30%: si calcola che sia andato in fumo un valore di circa 3200 miliardi di dollari. Il crollo ha preso avvio alla Borsa di Hong Kong, poi si è propagato a quella di Shanghai (con punte fino a -7), e l’effetto si è propagato nell’Asia, raggiungendo la borsa di Tokyo e generando un’ondata di preoccupazione a livello planetario.

Solo per dare qualche esempio: il 7 luglio, Shenzhen ha chiuso a -6,75, Hong Kong a -5,84, Shanghai -5,91, e l’onda ha raggiunto il Giappone, con Tokyo che ha chiuso a -3.
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