Amazon e la nuova servitù della gleba

di Vincenzo Vita La tanto mitizzata «rivoluzione digitale» campeggia da tempo – a proposito o a sproposito – nel dibattito pubblico. Intendiamoci. È un tema di primissima grandezza, che si sostanzia nella nuova stagione del capitalismo delle piattaforme. Tuttavia, è bene sempre ricordare che sotto l’enfasi euforica si cela un vasto territorio di conflitti, spesso […]

Lidl Francia, non solo i braccialetti di Amazon: il casco dei magazzinieri non scherza

di Andrea D’Ambra

Da qualche mese si parla tanto dei braccialetti che Amazon ha brevettato per monitorare i propri dipendenti ed inviare impulsi-vibrazioni in caso di “errori”. I ministri italiani si sono subito affrettati a rassicurare l’opinione pubblica e smentire chi sosteneva che tale pratiche avranno vita facile grazie alle norme contenute nel Jobs Act. Ma siamo sicuri che quello di Amazon sia un caso isolato e fantascientifico? A giudicare da quanto mandato in onda lo scorso autunno dall’inchiesta del programma tv francese Cash Investigation non sembrerebbe proprio.

I giornalisti d’inchiesta transalpini si sono infatti calati (letteralmente) nei panni dei magazzinieri della Lidl, facendo assumere (ovviamente in incognito) uno di loro per provare in prima persona cosa voglia dire lavorare per la catena tedesca di hard-discount. Quello che ne è uscito fuori è stato impressionante: qui niente braccialetti ma una sorta di casco parlante che isola i dipendenti gli uni dagli altri e dà loro ordini in continuazione attraverso una voce robotizzata che registra anche quanto tempo impiegano e li sollecita a sollevare pesi uno dopo l’altro.

Per avere un’idea, il giornalista-magazziniere solleva, in un giorno, 1400 pacchi per un peso totale di 8 tonnellate. Ritmi e carichi giudicati dannosi per la salute da medici del lavoro che hanno analizzato la registrazione della frequenza cardiaca del magazziniere all’opera.
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Il lavoro è stato il grande assente dalla campagna elettorale

di Marina Forti

Se si esce da Milano verso nord la città sembra non finire mai. Superando Sesto San Giovanni e quel che resta delle acciaierie Falck, si può guidare per ore in un paesaggio fatto di uffici luccicanti e capannoni industriali, quartieri residenziali, rotonde, svincoli, centri commerciali.

Questo paesaggio è il cuore dell’area metropolitana più grande d’Italia, una zona che dalla periferia milanese si estende a nordest fino alle porte di Bergamo, o ancora verso Saronno, Busto Arsizio, fino a Gallarate e all’aeroporto di Malpensa a nordovest. Attraversa quattro province – Milano, Monza-Brianza, Lecco, Varese – ma qui nessuno dubita che si tratti di un’area metropolitana integrata.

Uno studio dell’università di Milano-Bicocca fotografa la sua complessità: 858 comuni, sette milioni e mezzo di abitanti, ottomila chilometri quadrati di superficie. Da qui ogni giorno più di 700mila persone prendono un treno suburbano o regionale per andare a lavoro. È anche la zona più ricca e produttiva d’Italia, all’interno di una regione che da sola produce circa il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dove da alcuni anni l’economia è in crescita e la disoccupazione supera appena il 7 per cento, contro una media nazionale del 12 per cento – anche se resta comunque il doppio rispetto a dieci anni fa, quando è cominciata la crisi.
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Amazon brevetta il bracciale elettronico. “Pagati per lavorare, non per pensare”, come un secolo fa

di Francesca Fornario

“Voi siete pagati per lavorare, non per pensare; c’è qualcun altro che è pagato per questo”. È quel che spiegava poco più di un secolo fa a un operaio Frederick Winslow Taylor, campione di tennis e primo classificato agli Us Open del 1881 in coppia con il cognato Clarence Clarke; campione di golf volato a rappresentare gli Stati Uniti d’America alle olimpiadi di Parigi del 1900, ingegnere e inventore del “taylorismo”, la teoria sull’efficientamento del ciclo produttivo che prometteva di eliminare in un colpo solo i movimenti superflui del lavoratore e il conflitto di classe ottenendo “il massimo dei benefici per i dipendenti, i dirigenti e i proprietari di azienda”.

“Il preciso risultato dell’applicazione di queste teorie è la riduzione della necessità di pensiero da parte degli operai”, chiosava entusiasta il suo emulo Henry Ford, che ha tradotto le teorie del campione di tennis e golf Frederick Winslow Taylor nella catena di montaggio.

A esonerare i lavoratori dall’esercizio del pensiero ci pensa oggi Amazon. Il colosso dell’e-commerce ha brevettato i “bracciali intelligenti” legati al polso dei lavoratori per monitorare la correttezza e la rapidità ogni singolo movimento e avvisare con una vibrazione in caso di errore o ritardo. Riporta la notizia il sito GeekWire. Per ora non ci sono indicazioni da parte di Amazon sui tempi di utilizzo del brevetto, ma il confine tra “uno strumento che serve a rendere il lavoro più efficiente”, come dice l’azienda, e una forma di controllo che si sostituisce ai metodi già molto pervasivi denunciati da molti dipendenti di Amazon è labile anche dal punto di vista legale.
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Amazon, le sette sorelle del silicio e gli algoritmi: il lavoro nel nuovo Millennio

Di seguito pubblichiamo la premessa e il pdf scaricabile dell’ultimo lavoro di Luigi Agostini, coordinatore della Fondazione Isscon. Si parla di digitale, ma anche di lavoro e sfruttamento del lavoro, in nuove forme. Per questo è un importante testo per fare il punto della situazione.

di Luigi Agostini

Premessa

La lotta dei lavoratori di Amazon di Piacenza rompe un incantesimo e apre una nuova epoca. Amazon è una delle sette sorelle del silicio, i signori della Rete; cosi sono chiamate le nuove multinazionali dell’informatica. I signori del silicio stanno sostituendo le antiche sette sorelle del petrolio nel dominio del mondo. La determinazione dei ritmi e delle modalità di lavoro in Amazon, come in tante altre imprese, è affidata ad un algoritmo: l’algoritmo ha assunto anche il ruolo del vecchio Capo cottimo.
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Il nuovo “duopolio” tra Amazon e Poste

di Vincenzo Vita

Pensate alla massima di Adriano Olivetti, in base alla quale tra il vertice di un’azienda e l’ultimo assunto il rapporto stipendiale doveva rimanere nella forbice dieci a uno. Ora, quale proporzione corre tra il patron di Amazon Jeff Bezos e un addetto ai pacchi a domicilio che corre a tutte le ore per l’imponente impresa dell’infosfera? Forse neanche è calcolabile.

La distribuzione e la logistica sono uno dei punti salienti dell’architrave del capitalismo delle piattaforme. Insomma, il tema delle poste, ben lungi dall’essere un residuo del passato, è un punto chiave nella geopolitica dei sistemi. Ecco perché, quindi, uno degli Over The Top -Amazon, che ha puntato enormemente sul commercio elettronico – si è strutturato (anche) come enorme servizio di recapito dei pacchi. Si è imposto con la forza dei fatti compiuti e delle economie globali, non certamente nel rispetto del diritto.

Non a caso, lo scorso dicembre l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dal 2012 anche autorità postale, ha diffidato il gruppo sovranazionale. Quest’ultimo svolge l’attività attraverso una miriade di piccole società senza averne titolo formale. Il tutto si risolve in una concorrenza sleale, già passibile di sanzione.
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Lavoratori e consumatori: uniti nella lotta

di Luigi Agostini, coordinatore Fondazione Isscon

Nelle tre vertenze più note degli ultimi tempi – Amazon, Ikea, Melegatti -, è emersa una comune e fondamentale novità: l’ingresso del consumatore nella arena delle relazioni industriali. Cosi sintetizza D. DiVico, nell’editoriale del Corriere della Sera del 13 dicembre scorso il significato più emblematico di tali esperienze.

Va sottolineato che tali vertenze parlano più che di presente-passato, di presente-futuro: la vertenza Amazon sembra addirittura annunciare una nuova epoca, i termini del conflitto sociale del futuro in una delle aziende leader del capitalismo digitale. Il dato nuovo che va sottolineato da parte nostra, è che il successo di tali lotte è dovuto anche dalla di scesa in campo dei consumatori. La discesa in campo dei consumatori ha evitato l’isolamento di tali lotte, isolamento ricorrente negli ultimi anni.

Il sindacato, racconta DiVico, ha perfino conquistato simpatie dentro la community degli innovatori, community che rappresenta il nocciolo duro degli utilizzatori del servizio Amazon. La “ipertecnologica” Amazon, la “democratica” Ikea, immagini aziendali costruite con un investimento di tali e tante risorse pubblicitarie e sapienza mediatica che avrebbero dovuto metterle al riparo da iniziative veterosindacali – ritenute cosi dai vertici aziendali e non solo -, si sono dovute scontrare anche con un secondo fronte, il fronte dei consumatori.
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Deep web iceberg

Deep web: viaggio nel lato oscuro di Internet / 2

di Onofrio Bellifemine e Paolo Zerbinato

Sul deep web non solo l’attività degli utenti è incontrollata, ma trova anche supporti e aiuti tecnici. Si può chiedere qualunque cosa: in moltissimi risponderanno cercando spesso di fornirti aiuti pratici. WeedIndeed ad esempio cerca dei cadaveri. Soprattutto vecchi di colore, neonati e bambini bianchi. Risponde Digithb. Dice di essere un killer nigeriano, di avere tre bambini subito sottomano “pronti” per l’uso e di essere disposto a “sbrigare” l’intera faccenda per 30.000 dollari. Di discussioni come queste il Deep Web è pieno.

L’italiano Khmerboy propone di creare una grande rete di spacciatori e consumatori di stupefacenti che possano organizzarsi sul web per poi realizzare i propri affari nella vita di tutti i giorni, fissando persino luoghi e modalità di vendita. Ma nel deep web non ci sono limiti. Spuntano come funghi siti che offrono omicidi a pagamento. Veri e propri killer, con tanto di indicazioni su modalità di pagamento, contatti e tariffario. 20.000 euro per un omicidio, ma il prezzo può crescere a seconda della vittima. 50.000 per un poliziotto o un paparazzo, il doppio per un boss di un’organizzazione criminale.

Per un politico bisogna salire di prezzo a seconda della sua importanza. Tra i siti più famosi ci sono Slate e Uctum, e alcuni hanno anche delle regole umanitarie: non uccidono donne incinte e minorenni. I pagamenti, come quasi tutte le transizioni del deep web avvengono in bitcoin, una moneta digitale, criptata e non rintracciabile che potrebbe diventare la nuova frontiera del riciclaggio di denaro sporco. Nelle nostre scorribande virtuali ci siamo imbattuti anche in un killer italiano, tale ShadowTwo, un professionista con un passato in un organizzazione criminale non meglio definita.
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Deep web iceberg

Deep web: viaggio nel lato oscuro di Internet / 1

di Onofrio Bellifemine e Paolo Zerbinato

Drugstore Cowboy è un film del 1989, per la regia di Gus Van Sant con Matt Dillon protagonista. Racconta di quattro tossicodipendenti che per procurarsi droghe e farmaci, assaltano le farmacie degli ospedali. In uno dei tanti forum visitati, ci siamo imbattuti in un topic strano. Si intitola proprio così: Drugstore Cowboy. L’utente che ha aperto la discussione si fa chiamare Cophnia e va subito al sodo: ha bisogno di droga, tanta, buona e gratis e ha pensato di assaltare l’ospedale della sua città.

Entrare nel deep web è come entrare in un mondo nuovo, un mistero che può nascondere un’infinità di labirinti, di recessi, di enigmi e di incognite. Il web è una galassia da 550 miliardi di documenti dei quali i motori di ricerca raschiano solo la superficie, indicizzandone 2 miliardi appena, meno dell’1%. Il resto galleggia in una sorta di iperspazio, al quale si può accedere solo con speciali programmi di anonimizzazione. Quando entri, ti imbatti in siti, dove puoi trovare qualsiasi cosa illegale e potenzialmente pericolosa. Armory ad esempio è un grande mercato ombra online dove si possono comprare e vendere armi in totale segretezza, sicuri di poter difendere il proprio anonimato.
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