Le radici comuni di un lessico fascista

di Claudio Vercelli

 

Zeev Sternhell. È morto a 85 anni lo storico di origini polacche che ha ricostruito e collocato la genesi dei fascismi europei nella Francia anti-illuminista e illiberale.

 

Il peggiore tributo che si può rendere a Zeev Sternhell, deceduto domenica scorsa, è il risolvere la complessità della sua personalità intellettuale e civile nei termini di un colto dissacratore. Ovvero di una figura «controcorrente» (per altri anche «controversa»), così come una parte della pubblicistica italiana si è incaricata, in queste ore, di affermare. Non intese mai la sua attività di ricerca in tali termini, interrogandosi semmai sulle sovrapposizioni e le contaminazioni che accompagnano la lotta politica. Sempre, comunque e ovunque. In tale senso fu, a modo suo, allievo di George Lachmann Mosse: non esiste un’«identità» fissata una volta per sempre bensì un terreno scivoloso, quello che indirizza gli individui, in quanto masse storiche, verso un lessico politico che traduce le loro rabbie in mobilitazione e, con essa, in ricerca di una soluzione «rivoluzionaria». A destra così come anche a sinistra. La propensione d’animo a ritenere alcuni gruppi e certe classi, al pari delle società e delle nazioni, come immunizzate da tali rischi, gli è sempre stata estranea. Peraltro la sua vita attraversa proprio quei territori geografici e quegli ambiti di tempo che sono stati lo scenario privilegiato di tali repertori, dove la regressione è stata spesso vissuta da certuni come rigenerazione.

NATO NEL 1935 in Polonia, scampato rocambolescamente allo sterminio nazista (non così la sua famiglia), dopo avere avviato gli studi in Francia nel 1951 emigrò in Israele, dove di fatto si divise tra il completamento della sua formazione, l’insegnamento universitario a Gerusalemme, la pubblicistica, l’attività militare (essendo un quadro dell’esercito e combattendo in più guerre) insieme all’impegno civile e politico. Nel 2008 ricevette il prestigioso «Premio Israele», riservato alle figure di rilievo del paese. La sua ricerca sui nazionalismi e sui fascismi, come poi anche sulle radici della modernità e, con essa, del sionismo e delle culture politiche dell’ebraismo contemporaneo, si inscrive quindi dentro un tale tracciato, che fa corrispondere impegno intellettuale ad obbligo civile.
Non a caso è stato un esponente di quel composito «campo della pace» il cui declino, in questi vent’anni, è stato al medesimo tempo effetto ma anche causa delle diverse metamorfosi intervenute nella società israeliana. Nel 2008 subì un attentato, dopo essere stato fatto destinatario di durissime polemiche da parti di esponenti del movimento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Anche a seguito di ciò, dopo la delusione per il tramonto e il fallimento dell’architettura negoziale sottoscritta con gli accordi di Oslo degli anni Novanta, si è più volte espresso sulla «fragilità della democrazia israeliana».
Il fuoco della sua riflessione non a caso ruota intorno al rapporto tra universalismo, illuminismo, e liberalismo nelle loro rispettive crisi, con il riaffermarsi e il consolidarsi di posizioni particolariste, identitarie, quindi fondamentaliste.

LA SUA STESSA FORMAZIONE, e la conseguente attività scientifica, che hanno dato origine ad una serie di volumi indispensabili per comprendere l’Otto-Novecento, è sempre rimasta felicemente sospesa tra storia e scienze politiche. Non esiste infatti una linea di divisione, nei suoi lavori, tra analisi del pensiero militante, destinato a trasfondersi nei movimenti collettivi, e comprensione dei processi sociali che si accompagnano allo scorrimento del tempo. L’una cosa immediatamente si travasa negli altri, ritenendo la contemporaneità come l’età dove la costruzione di idee condivise è il motore di molti processi sociali.
Il tempo presente è, infatti, quello in cui più e meglio si consumano immagini, parole d’ordine e pensieri comuni. Il fascismo, per Sternhell, era anche questo. Forse anche per una tale ragione, il vero indice della sua ricerca rimane comunque la secolarizzazione della storia, ossia lo sforzo di sottrarla a un’interpretazione mitografica, coltivandone semmai un’idea al medesimo tempo discorsiva e scientifica.

Da ciò, i suoi libri hanno generato aspri dibattiti, ai limiti della secca contrapposizione, sia sui coni d’ombra delle storie nazionali (in Francia) sia sulle prospettive del proprio paese (in Israele). Sternhell ha ricostruito e collocato la genesi dei fascismi europei nella Francia anti-illuminista e illiberale, fortemente proclive ad aprirsi alle suggestioni di un «socialismo nazionale» destinato a celebrare la morte della democrazia in quanto falsa forma di organizzazione collettiva. L’idea regressiva di una nazione come organismo vivente, per lo studioso si coniugava all’intreccio tra esaltazione delle diseguaglianze ed enfatizzazione dell’autorità, ovvero delle gerarchie, in un contesto di mobilitazione collettiva.

LA MISCELA tra nazionalismo, statocentrismo, antisemitismo, razzismo coloniale, omologazione patriottica e uso della questione sociale come strumento per smantellare la ragione, sostituendola con la funzione catalizzatrice del mito, veicolo di identità collettiva, è quindi all’origine dell’esperienza fascista europea. Così come una parte di quel socialismo che, a cavallo tra due secoli, aveva rigettato completamente il marxismo non solo come metodo di analisi ma soprattutto come percorso politico. L’obiezione che da più parti gli è stata ripetutamente espressa è quella di avere cercato a tutti i costi un modello definitivo (una sorta di forma perfetta, un calco conclusivo) per inquadrare un fenomeno storico invece mutevole e proteiforme qual è stato il fascismo.

A FRONTE DELL’INCESSANTE ricerca sui tracciati ideologici, lo Sternhell storico avrebbe più volte trascurato la necessità di rapportare i primi con gli svolgimenti materiali concreti, trascurando anche diversi aspetti della specificità del caso italiano. A tale obiezione ha spesso risposto rivendicando la sua appartenenza alla scuola della «storia delle idee», codificata dal filosofo americano Arthur Oncken Lovejoy, per la quale vale il presupposto che l’analisi dei sistemi di pensiero politico non debba mescolarsi con il ricorso a discipline diverse, dalla sociologia all’antropologia.
Rimane il fatto che lo studioso israeliano identificava nella contrapposizione tra democrazia universalistica e nazionalismo etnico il vero spartiacque non solo della storia trascorsa ma anche del tempo a venire. Su una tale linea di divisione, non ha mai deflesso, accentuando semmai, negli ultimi anni della sua vita, le prese di posizione polemiche. Peraltro, due elementi hanno pesato nel modo di intendere le cose del mondo, quindi non solo quelle che ha affrontato con il suo lavoro intellettuale e scientifico.

DA UNA PARTE, infatti, è rimasto sostanzialmente estraneo alla lunga stagione della memoria, quella che si è innescata con gli anni Ottanta per arrivare fino a noi. Dall’altra, ha tesaurizzato la sua lunga esperienza di lavoro sul campo, affidandosi assai di meno sulle testimonianze e molto di più sui documenti e sulle fonti archivistiche. Non si tratta di due sfumature occasionali ma di uno specifico modo di intendere la ricostruzione delle radici dei comuni modi di pensare, attraverso la ricerca della «prova», ossia di quelle tracce unite le quali ne deriva un plausibile quadro di riferimento.
Lo stesso coinvolgimento in una serie di astiose vicende giudiziarie, quando fu chiamato a rendere conto in un tribunale francese di alcune sue affermazioni contenute nei suoi libri, corroborava la fallacia del rifarsi al testimone come feticcio di realtà e garante di veridicità. La sua lotta di una vita è stata indirizzata a impedire al «controilluminismo», di cui il fascismo era la forma compiuta, di continuare a camuffarsi sotto le bugiarde sembianze di un soggetto rivoluzionario. Nel passato così come nel presente.

SCHEDA. LA RIVOLTA CONTRO LA RAGIONE E IL NAZIONALISMO

Il percorso di ricerca sulle radici del fascismo si apre per Zeev Sternhell con un libro su «Maurice Barrès et le nationalisme française» pubblicato a Parigi nel 1972. A quel testo, introduttivo alla sua analisi, fanno seguito nel 1978 «La Destra Rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo» (uscito in Italia per Corbaccio nel 1997), nel 1983 «Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia» (Baldini & Castoldi,1997), nel 1989 «La nascita dell’ideologia fascista» (Baldini e Castoldi, 2002), nel 2006 «Contro l’illuminismo. Dal XVIII Secolo alla Guerra Fredda» (Baldini Castoldi Dalai, 2007), nel 2019 «L’Histoire refoulée: La Rocque, les Croix de feu, et la question du fascisme français» (Éditions du Cerf). Nel 1996 sempre in Francia è uscito «Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni» (Baldini & Castoldi, 1999). Infine, nel 2014 è apparsa la sua autobiografia, «Histoire et Lumières. Changer le monde par la raison»: una lunga intervista realizzata dal giornalista di «Le Monde» Nicolas Weill (ed. Albin Michel).

 

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto il 23 giugno 2020

 

Autore dell'articolo: Amministratore

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