I Teatri , forse uniti, alla prova di una stagione da inventare (parte prima)

di Silvia Napoli

Sono stata tra gli ultimi irriducibili a recarmi a teatro, qualunque cosa ciò volesse dire e vedremo quanta importanza può avere questo discorso oggi, che tutta la partita delle nostre stagioni astronomicamente e culturalmente definite si gioca in termini di agibilità, sentendomi già un poco carbonara mentre abbracciavo e baciavo persone come in partenza su una tradotta, perché si sa, il Teatro è una community di gente persistente, che cresce e non invecchia che anagraficamente.

Ho provato un sincero sgomento alle prime avvisaglie delle ordinanze che suonavano e suonano tuttora particolarmente restrittive per tutte le forme di spettacolo dal vivo e non solo e non tanto perché, -cosa mai avrei scritto per i miei quattro lettori, da quel momento in avanti?-, chi mi avrebbe aiutata a intelligere, nel senso più altamente etimologico, un mondo sempre più politicamente ed ecologicamente impoverito?, ma, soprattutto, perché ravvisavo nel ritrovarsi teatrale uno spirito di laica ecclesia, certo utile in momenti di collettivo smarrimento?

Mi configuravo i teatri a porte aperte come le Chiese, quando si suona il richiamo all’unità delle anime e degli intenti.

Ma poi no, va bene anche cosi, perché il Teatro maiuscolato e i teatri, nelle loro declinazioni singole cosi ben identificabili, non sono né possono e forse vogliono essere, il luogo dell’unanimismo e del pedagogico conformante: forse è vero che per ostinarsi a tutti i livelli nella pratica teatrale, ci vuole tanta fede, ma non è questo il mandato comunicativo comunque, che si assegnano le contemporanee drammaturgie, né tantomeno quello di un atteggiamento zen o di una obbedienza confuciana, pur essendo indubbio che queste attitudini di rigore e disciplina nutrano il terreno dell’ispirazione anche più apparentemente erratica.

Ho provato allora a chiedermi, non già come si usa nei dibattiti pensosi: quale il ruolo del teatro, oggi, che persino il ruolo è lemma opinabile, quanto quale la sua…potrei dire persino immanenza presso di noi.

Non già, il suo Tempo, ora che la Storia ha compiuto una delle sue terribili e prodigiose torsioni quando già data per spacciata diverse volte, non i suoi tempi, che ora i tempi di tutti ed ognuno, sono dilatati in un’agenda planetaria determinata e compulsata al momento da altro da noi e il teatro ed i suoi artefici ed adepti, non trascendono certo un bel nulla in presunta purezza, né si ergono super partes rivendicando chimeriche neutralità.

Il teatro nell’occidente, storicamente palestra di retoriche e dialettiche, ho provato allora a concepirlo come spazio, ma non dato e assegnato, bensì come un farsi largo emozionale e intellettuale che dilaga tra noi, si fa distanziamento in connessione, piazza interiore che trova mille sbocchi all’esterno, decisa a preservare le sue valenze di pubblico discorso, anche in assenza del cosiddetto pubblico: perché la sciagura della polis oggi come allora è il rovello del singolo dentro il tutto pubblico che mi contiene, cosa vera come non mai ora che siamo immersi nel total social.

Anche qui, il Teatro, dopo un comprensibile momento di diffidenza, di scoramento, di disadattamento, ha saputo benissimo fare piazza per sé e tra noi, servendosi di tutto ciò che c’era a disposizione, superando in qualche modo, tra compagini piccole e grandi, più e meno strutturati, lo shock da fallimento che chiunque di noi lavori per mesi e mesi su progettualità, conosce benissimo quando tutto sembra andare in fumo e rivelandosi a se stesso come, senza annullare differenze e diversità, il posto dove trova posto il parlarsi, per esempio, di disuguaglianza, in un momento in cui il conforme sembra prendere il sopravvento assumendo il sembiante della grande livellatrice. Ma proprio perché in Teatro non esistono rimossi e tabu, casomai nel nostro caso italiano si scontano aporie e carenze di sistema, proprio perché da ben prima della scuola di Francoforte, si assume l’istanza del vero, che ci scoraggia dalla pretesa di parlare a tutti, bensì, casomai si connota come luogo che parla di tutti, ho anche immaginato questa materia di cui sono fatti i sogni imbottigliata in un flacone di antidoto democratico a tutte le possibili forme di pensiero dominante.

Per questo ho intrapreso una sorta di viaggio esplorativo, partendo dalle programmazioni anche teatrali, di questa sorta di fiera del made in ER, che è l’emittente Lepida tv, voluta con molte doverose e prestigiose partnership in primis dalla nostra Regione come momento alto di trattenimento modulato secondo molteplici modalità nelle nostre case di semi quarantena, sotto l’egida dello slogan proattivo la cultura non si ferma, passando per la lettura di testi, inchieste e reportages e riflessioni ospitate e orchestrate dall’ottimo Massimo Marino sulla rivista Doppio zero, proseguendo poi con una mia personale ricognizione di personalità rappresentative del nostro panorama teatrale, chiudendo per ora con il confronto organizzato virtualmente negli studi di Neu Radio, starring l’assessore alla Cultura del nostro comune Matteo Lepore e soprattutto la maratona assembleare voluta da Altre velocità, questo ensemble con base bolognese di critici, pensatori e formatori teatrali giovani che si pone come osservatorio, diciamo epidemiologico dello stato delle cose teatrali. Maratona che ha evidenziato due cose, una, forse, già abbastanza evidente, cioè, il posizionamento strategico della nostra area produttiva regionale come forza catalizzatrice di molte altre energie organizzative magari di nicchia, in altre aree del Paese e l’altra, la potenza organizzativa dei mezzi tecnologici oggi bene o male a disposizione.

Infatti, accortamente mi sono espressa con un “per ora”, perché stante i tempi di uscita dalla quarantena particolarmente ostici rispetto alla ripresa delle attività in presenza, c’è da scommettere che questo pour parler, che pure sotterraneo circolava da settimane tra gli addetti ai lavori, replicherà visto il potenziale di unitarietà che sta cominciando a delinearsi. Quando mai, su un piano pratico, di realtà, sarebbe possibile radunare per ore e ore interventi di decine e decine di soggetti in qualche modo effettivamente compresenti e al netto di distrazioni, chiacchiericci e bla bla blà, tutti egualmente centrati sulle ragioni profonde di questo pieno di senso in combinazione di vuoto di corpi materiali? In qualche modo un cambio di paradigma sembra avvenuto tra i teatranti e gli addetti ai lavori, oggi consapevoli in maniera acuta e lucida sia dei risvolti economicamente e produttivamente tangibili della situazione, ma fuori finalmente da una sorta di vittimismo corporativo, dall’altra anche convinti di esistere comunque, di non essere stati annientati, di avere risorse impensate e carte da giocare.

Certamente esistono distinzioni da fare molto nette sul piano dell’impresa culturale tra i teatri del circuito ATER ed Ert, che rappresentando come giustamente osserva Antonio Taormina, un bel sei per cento del più culturale regionale, hanno uno status in termini di responsabilità pubblica del loro modus operandi, che li pone ad un livello istituzionale persino di indirizzo. Dunque, da un lato la necessità duplice di non sparire dalla…scena, di riempire un possibile vuoto e di non essere dimenticati, dall’altro anche la necessità di continuare le proprie prassi didattiche e di elaborazione drammaturgica a distanza, che chissà, per entrambe le due fondazioni potrebbe diventare uno strumento in più ed anche un arricchimento, d’altro canto ancora, la necessità di continuare ad essere ciò che si è sempre stati, pur tra altalenanti riconoscimenti e cioè, servizio pubblico. Dunque, enfasi come del resto per tutte le grandi realtà culturali mondiali sull’apertura di un patrimonio audiovisivo archivistico vastissimo e accattivante, nonché presenza tematizzata con iniziative pensate ad hoc per tutti i grandi appuntamenti civili come per esempio il 25 Aprile, quando ci si è collegati da tutti i sette teatri ERT della Regione. Ci sono naturalmente le anche tanto discusse dirette streaming, ma più che altro Ert è riuscito a darci, a farci recuperare con coraggio e convincimento una vastissima porzione di programmazioni di grande impatto pescando, si fa per dire tra i nomi più brillanti della scena contemporanea nazionale passati nel suo circuito. Si sono visti molti speciali dedicati a compagnie cardine della ricerca, ma su tutti spiccano 4 messe in scena di Pippo Delbono, talmente toccanti, cosi ficcanti nella puntualità della ripresa video da sembrare profeticamente pensate per questa emergenza. Si possono vedere ancora sul canale dedicato di Ert fino al 31 di maggio e vi assicuro che ne vale la pena. A questo proposito, cioè del valore culturale che si cerca a tutti i costi di non perdere, Ert ci dona una chicca ancora più esemplare, programmando sempre per ERT on air, alle ore 16 di domenica tre maggio, Bajazet di Franz Castorf, in lingua originale francese uno spettacolo ispirato ad un serrato quanto sorprendente confronto istituito dall’ex direttore della Volksbuhne, tra Racine e Artaud. Questo spettacolo avrebbe dovuto chiudere la quindicesima edizione del festival “Le vie” e chiude dunque simbolicamente la prima fase del nostro lockdown. Ma è anche fortemente simbolico del legame fortissimo esistente tra la direzione di Ert e un’idea di Europa che rischia di essere travolta da un qualcosa che ancora fatichiamo a spiegarci. E che preoccupa molto certamente chi come l’attuale Direzione di Ert ha speso tempo ed energie intellettuali ed artistiche notevoli, nel ricercare un immaginario, una poetica del nostro vecchio continente. Intanto, buona visione.

Autore dell'articolo: Amministratore

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