Né corona Né virus

di Maurizio Matteuzzi 

“Cherchez la femme” dicono più romantici i francesi, “follow the money” correggono più pragmatici gli inglesi. Cercate la donna, seguite i soldi e troverete la risposta: nel caso spagnolo le due raccomandazioni coincidono. Donne bellissime e spregiudicate navigatrici d’alto bordo (nella fattispecie, la principessa tedesco-danese Corinna zu Sayn Wittgenstein, ex amante del re di Spagna, e l’iraniana Shahpari Zanganeh, ex moglie del famigerato Adnan Khashoggi, trafficante d’armi saudita e uno degli uomini più ricchi del mondo). E soldi, tanti soldi, centinaia di milioni di dollari o euro. Che vanno e vengono da una banca svizzera all’altra (la Banca Mirabaud, la Lombard Odier, il Credit Suisse), da un paradiso fiscale all’altro (la fondazione Zagatka, una parola russa che guarda caso vuol dire enigma, basata in Liechtenstein, la fondazione Lucum basata a Panama). E, in mezzo a tanto beautiful people, tangenti, donazioni e “regali” milionari, tracce di corruzione e frodi fiscali, di lavaggio di capitali, di ricatti e minacce, di contratti miliardari sospetti.

Un intrigo internazionale che sarebbe piaciuto a Hitchcock e Le Carré con sullo sfondo un personaggio squallido ma centrale in questa storia (una storiaccia): il re di Spagna Juan Carlos Alfonso Victor María Borbón y Borbón-Dos Sicilias, messo sul trono dal dittatore Franco alla sua morte nel ’75 e in carica fino al 2014 quando dovette abdicare in favore del figlio Felipe sull’onda degli scandali (come quello del 2012 quando il paese soffriva la drammatica crisi economica e lui, da bravo presidente del WWF, insieme a Corinna andò in segreto a fare un safari all’elefante in Botswana, venuto alla luce perché inciampò e cadde rompendosi l’anca). Tanti e tali da non poter essere più taciuti dalla compiacente stampa spagnola e da imbarazzare la servizievole magistratura post-franchista nonostante il re fosse, secondo la costituzione del 1978, “inviolabile”, ossia di fatto impune.

Anche questa storia(ccia) sarebbe rimasta “inviolabile” se non fosse intervenuto, una volta tanto per scoprire e non per coprire come i suoi colleghi spagnoli, un magistrato svizzero di Ginevra. Il giudice Yves Bertossa che nel 2018, dopo l’emergere di dichiarazioni esplosive (e registrate addirittura nel 2015) da parte della principessa Corinna – che probabilmente, dopo la fine della love story con l’ormai ex-re cominciava a sentire puzza di bruciato -, si è messo sulle tracce di una tranche da un centinaio di milioni di euro finiti, dopo svariate peregrinazioni fra fondazioni offshore e banche svizzere, sul conto (personale) di Juan Carlos, e di un’altra tranche da 65 milioni di euro andati sul conto di Corinna (che, causa divorzio ha recuperato il nome d’origine e adesso si fa chiamare solo Larsen). Per non parlare di un’altra tranche, da 134 milioni di euro, di cui non si ha avuto conferma o notizia, intascata – pare – da Shahpari, la misteriosa e affascinante intermediaria iraniana.

Intermediaria di che? Intermediaria al pari, anche se non allo stesso prezzo, di Juan Carlos e di Corinna nel colossale contratto per la costruzione dell’ “Ave del deserto”, il treno ad alta velocità sui 450 km fra la Mecca e Medina, le due città sante dell’Islam. Un affare da 7 miliardi di dollari assegnato nell’ottobre 2011 a un consorzio di 12 società spagnole fra cui la OHL dell’amico del re Juan Miguel Villar Mir, ex falangista-franchista, e la ACS del patron del Real Madrid Florentino Pérez. La più lucrosa commessa estera nella storia della Spagna esigeva compensi adeguati. I rumors dicono che senza i buoni uffici di Juan Carlos, amico dei sauditi da lunga data, quella mega-commessa non sarebbe mai arrivata. Idem per Shahpari, ex-moglie del saudita Khashoggi e buona amica di Juan Carlos. Idem per Corinna, anche se il suo ruolo oscilla fra quello di intermediaria o di prestanome. Perché come già detto – e qui arriviamo al dunque – 65 di quel centinaio di milioni ricevuto da Juan Carlos, nel 2012, sempre attraverso le fondazioni e le banche svizzere, sarebbero stati girati sul conto di Corinna. Come compenso ai suoi servizi di convincimento dei sauditi ? O per coprire i conti esteri e mai dichiarati dell’ancora re e ancora amante Juan Carlos (il cui numero di cellulare privato lei aveva memorizzato sotto il nome di John Smith)? Da principio lei nega tutto e dice che quella sommetta è stata solo “un regalo” in cambio di niente ma solo per “cariño”, l’affettuosa simpatia che il re provava per lei. Poi però cambia versione.

Il giudice Bertossa dovrà districarsi in un bel ginepraio, non solo con Corinna, che adesso si dice pronta a denunciare lo sputtanatissimo “re emerito” davanti a un tribunale di Londra, dove si è trasferita da Montecarlo, per “molestie e minacce” e per essere stata volgarmente abusata per coprire i fondi segreti di Juan Carlos in Svizzera, le proprietà in Marocco, etc. etc.

C’è anche un altro principe fra tanto beautiful people che entra nel giro Juan Carlos con la sua fondazione. E’ il principe Álvaro de Orleans-Borbón, italiano, ingegnere, imprenditore e pilota di aerei senza motore, residente a Montecarlo e uffici a Ginevra, lontano cugino di Juan Carlos, che nel 2003 ha creato la Fondazione Zagatka a Vaduz e dal 2007 al 2018 ha pagato voli privati gratis in mezzo mondo al cugino e alla sua amante, ovviamente bisognosi di discrezione. Totale 5 milioni di euro. Solo questo? “Né prestanome né fiduciario. Sono l’unico proprietario delle mie proprietà”, assicura il principe.

Soldi misteriosi, tanti, che viaggiano indisturbati (finora) lasciando poche impronte. L’unica cosa che sembra sicura è che sia i sauditi sia il super-consorzio hanno pagato quanto pattuito a Sua Maestà, alla principessa tedesco-danese e alla gran dama iraniana. A Villar Mir il Borbone ha perfino regalato un titolo di marchese. Loro tre, quantomeno per gratitudine, avrebbero dovuto esserci il 25 settembre 2018 alla stazione della Mecca per l’attesa (e ritardata di un anno e mezzo) inaugurazione del treno del deserto. Invece niente. C’era il re saudita Salman bin Abdalaziz al Saud, ma non c’era nessun esponente del governo socialista spagnolo e neanche del mega-consorzio. E non c’erano loro tre, quelli decisivi.

Tutto questo sarebbe finito in cavalleria. Come nel 2018 quando, dopo la pubblicazione delle rivelazioni di Corinna il giudice Diego de Egea archiviò in quattro e quattr’otto l’indagine affermando che esse potevano essere indotte dalla rottura della relazione amorosa e che non c’erano né “dati” né “documentazione” sufficienti per sostenere le accuse contro l’ex-re. Che oltretutto, pur non essendo più “inviolabile”, è sempre protetto anche dopo aver abdicato nel giugno del 2014 da una giurisdizione speciale regalatagli dal governo del PP, per cui può essere giudicato solo dal Tribunale Supremo.

Ma questa volta (fortunatamente) è arrivato un imprevisto a rompere la routine e a far rotolare lo scandalo. Il 3 marzo la Tribune de Genève rivela che la procura ginevrina segue le tracce di una “presunta donazione” a Juan Carlos di 89.7 milioni di euro a nome dell’allora re saudita Abdullah bin Abdulaziz al Saud su un conto della banca svizzera Mirabaud, e dei 65 milioni di quella “supposta donazione” che sarebbero stati girati su un conto di Corinna (le cifre più o meno coincidono, qualche milione di euro per lorsignori sono argent de poche). Il 5 la magistratura spagnola è costretta a riaprire il caso e sembra che il giudice Bertossa sia già stato a Madrid a conferire con i colleghi. Il 6 Corinna annuncia che denuncerà Juan Carlos a Londra per “una campagna di molestie e minacce”. Lo stesso giorno due gruppi parlamentari – Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) e i piccoli partiti del Grupo Plural, decisivi tutti per la sopravvivenza del governo PSOE-Podemos – presentano alle Cortes la richiesta di istituire una commissione d’indagine sugli imbrogli di Juan Carlos. E’ possibile che “un re, ‘per simpatia’ regali 65 milioni di euro?”, che “un re, per quanto solo emerito, possa avere soldi in paradisi fiscali?”. Anche Podemos di Pablo Iglesias, il vice-presidente del governo guidato dal socialista Pedro Sánchez, appoggia la richiesta. Il 10 marzo, come previsto, la Camera la boccia con i voti non solo della destra – PP, Ciudadanos e VOX – ma anche del PSOE, sostenendo che, se pur ci fossero di mezzo dei reati, non sarebbero perseguibili in quanto a quel tempo Juan Carlos era ancora il re e quindi “inviolabile”. Il 14 il londinese Daily Telegraph cala un altro carico da 11 e rivela che il re Felipe è fra i beneficiari di una società offshore, la Fondazione Lucum, creata a Panama da suo padre nel 2008 e con un conto nella banca Mirabaud di Ginevra, per ricevere una “donazione” di 65 milioni di euro dell’allora re saudita. Anche El Pais sembra risvegliarsi dal torpore e scrive che il re emerito figura come beneficiario di una fondazione basata in Liechtenstein, la Fondazione Zagatka del generoso cugino Àlvaro de Orleans-Borbón, grande dispensatore di viaggi aerei ma non solo. Su Majestad el rey emerito diventa l’emerito imbroglione, Su Enormidad lo chiamano.

La famiglia Borbone – che ha già perso per strada l’infanta Cristina, la sorella minore e il marito coinvolti in una truffa, privata del titolo di duchessa e costretta al dorato esilio di Ginevra – deve correre ai ripari perché in gioco, ancora una volta, c’è la corona: E appena un giorno dopo, il 15 marzo, re Felipe annuncia, con una nota lunga e circostanziata, di svincolarsi dalle attività malandrine del padre, di cui assicura che non ne sapeva niente, rinunciando “personalmente” a qualsiasi eredità paterna ma non solo: gli toglie anche l’appannaggio assegnato dal bilancio dello stato, 194 mila euro l’anno sugli 8 milioni che spettano alla Casa reale. Una sconfessione secca che suona come una confessione aperta. E anche una furbata. Primo perché la rinuncia all’eredità è giuridicamente nulla, alla luce del codice civile, prima della morte del padre. Secondo perché la nota della Casa reale è diffusa – singolare coincidenza – lo stesso giorno, domenica 15, in cui la Spagna ha ben altro da pensare e in cui entra in vigore lo “stato di allarme” proclamato 24 ore prima dal premier Pedro Sánchez per cercare di contenere l’epidemia del coronavirus che sta massacrando il paese. Re Felipe nei 7 minuti del suo intervento televisivo di mercoledì 19 non fa cenno alle vicende del padre e della corona ma a ricordagliele sono le “assordanti caceroladas” che in contemporanea si sentono in molte città del paese, non solo in Catalogna e nei Paesi Baschi, e che gridano gli slogan più ovvi – che giri quei 100 milioni di euro alla sanità pubblica sotto stress in questo momento drammatico – e più fantasiosi. Uno per tutti che è anche una speranza: “ni virus ni corona”.

 

Autore dell'articolo: Amministratore

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