Il lockdown rafforza lo strapotere dei big del digitale. E questa non è una bella notizia

di Andrea Ventura

A seguito della crisi del 2008 il nostro Paese perse quasi un quarto della capacità industriale, emersero nuove forze politiche e si affermò nuovo criterio di governabilità: lo spread. Anche l’Europa e il mondo da allora non furono più gli stessi. L’emergenza attuale si va a sommare a quegli sconvolgimenti ed è presumibile che il mondo di domani – dagli assetti europei alle catene globali del valore, fino alle questioni sanitarie e alla qualità della democrazia – sarà molto diverso da quello di ieri: se questo cambiamento avverrà in meglio, oppure all’insegna di un regresso sociale, dipende anche dalle scelte che verranno fatte in queste settimane.

Soffermandoci brevemente sui processi produttivi, l’aspetto più innovativo degli ultimi decenni è indubbiamente lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione. Molto è stato scritto su questo, ma è d’obbligo riprendere il tema: potrebbero essere queste le attività che usciranno rafforzate dai drammatici fatti di queste settimane.

Due eventi hanno indirizzato gli sviluppi di queste tecnologie. Il primo fu gli attentati dell’11 settembre 2001, a seguito dei quali le agenzie di intelligence utilizzarono le loro potenzialità per la prevenzione del terrorismo. Google e la Cia collaborarono per la raccolta e l’analisi dei dati, mente al contempo le leggi contro il terrorismo indebolirono le protezioni della privacy garantite dalla costituzione americana (una ricostruzione della vicenda è nel volume di S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss 2019). Il secondo fu la scoperta del valore economico delle informazioni ricavabili dalla rete, che da allora furono raccolte in modo massiccio. Questo portò ad una modifica del modello di business delle imprese del web, che abbandonarono l’idea della condivisione, per orientarsi verso lo sfruttamento del potenziale economico delle informazioni stesse. La predisposizione di algoritmi sempre più potenti, e la ricerca sull’intelligenza artificiale, ne uscirono rafforzate.

Un ulteriore fattore che ha favorito l’affermazione dei colossi della rete è l’immensa liquidità messa a disposizione delle autorità monetarie dopo la crisi del 2008. È questo un fattore poco analizzato, sul quale invece occorre riflettere. In un’epoca dove le grandi imprese multinazionali, anche tramite le loro società finanziarie, possono accedere a condizioni di favore alla liquidità delle banche centrali, mentre le piccole sono costrette a indebitarsi a tassi più elevati presso le banche private, si genera una grave distorsione della concorrenza: le prime pagano il denaro poco o nulla, le seconde rischiano di essere strozzate dalle contrazioni creditizie. Oltre che per il loro enorme giro d’affari, anche per questo Google, Facebook, Microsoft, Apple e in genere le grandi imprese dispongono di immense risorse finanziarie a bassissimo costo. Questo eccesso di liquidità gli consente di investire in un’ottica di lungo periodo, cosa che sarebbe meno conveniente se i tassi di interesse fossero più elevati.

Prendiamo il caso di Amazon. Potrà sorprendere, ma il servizio di consegne a domicilio, per il quale Amazon è famosa, è in predita. Non solo, ma Amazon sta anche estendendo queste attività, cercando di entrare di recente in Deliveroo. Ci si chiede perché un’impresa offra un servizio rimettendoci del denaro. Potrebbe farlo perché guadagna sulle informazioni che raccoglie grazie al servizio stesso, ma la spiegazione, purtroppo, è ben diversa: Amazon mira ad eliminare i concorrenti, conquistando così una posizione di monopolio. La chiusura delle librerie, ad esempio, gli fornisce un enorme potere sul mercato mondiale delle vendite, dunque anche su quello editoriale. Autori, editori e lettori, tra poco potrebbero non avere altra scelta che rivolgersi ad Amazon, facendogli di recuperare ampiamente le perdite che ora subisce.

Amazon, in sostanza, può attendere. Al contempo le piccole librerie sono quasi del tutto sparite. Già oggi, piuttosto che chiedere consigli al libraio e aspettare che il volume preferito arrivi in libreria, sempre più persone si lasciano guidare da oscuri algoritmi che interpretano le scelte passate, le incrociano con quelle di lettori dal profilo simile, e suggeriscono cosa leggere; il volume è poi comodamente consegnato a domicilio. Anche altri settori legati alle tecnologie informatiche, o che riescono a sfruttarle, stanno sostituendo le attività tradizionali. Pensiamo alla crisi della carta stampata, alla chiusura delle edicole, allo scontro tra Uber e i tassisti, a quello tra le strutture alberghiere e Airbnb, a Netflix, che dalla distribuzione di Dvd è passata alla produzione di film, a Spotify ecc.

Uniamo ora quanto detto fin qui con quello che osserviamo in queste settimane. Chiudono esercizi commerciali, mercati locali, cinema, palestre, teatri, librerie, bar, mentre le consegne via web hanno un’impennata. Anche musica e concerti, per alleviare questi giorni di solitudine, ci sono offerti tramite la rete. Passerà tutto questo? Si, certo, ma non è facile prevedere quante di queste attività possano riaprire.

L’attuale emergenza, in sostanza, potrebbe produrre una modifica irreversibile del panorama economico e sociale. È possibile inoltre che la globalizzazione subisca un arresto non superabile; le difficoltà di questi giorni nella circolazione delle merci e delle persone, infatti, si saldano con tendenze nazionalistiche e protezionistiche che da tempo covano in molti Paesi occidentali, cosicché, anche sotto questo profilo, è prevedibile che l’attuale emergenza sanitaria possa costituire uno spartiacque. Nell’insieme, le conseguenze di questi processi possono essere particolarmente gravi per un Paese esportatore come il nostro, dotato di una struttura produttiva basata su piccole e diffuse attività commerciali, artigianali e produttive, che potrebbero subire gravi danni dall’attuale congiuntura. Dipende da quanto durerà tutto questo, e dipende anche dalle politiche economiche che verranno attuate a loro sostegno.

Se un’attività chiude, non è scontato che, passata l’emergenza, possa facilmente riaprire. Gli shock economici possono generare effetti irreversibili di enorme portata. Queste settimane potrebbero dunque lasciare un deserto. Bisogna intervenire a protezione dei cittadini e delle imprese, considerando che questi eventi si accompagnano a conflitti anche violenti tra interessi, nazioni, aree geopolitiche, modelli industriali, modificando i rapporti di forza. Lo scontro che si profila all’interno dell’Europa sulle modalità di aiuto ai Paesi in difficoltà, come anche quello tra Stati Uniti e la Cina sulle responsabilità dell’epidemia, indica quanto questi eventi si intreccino con i conflitti geopolitici in corso. Tutto questo si intreccia peraltro al tema del potere delle imprese del web, i cui colossi sono decisivi per il potere degli Stati Uniti: oggi, e ancor più domani, chi controlla l’informazione controlla il mondo. Di qui il conflitto tra Cina e Stati Uniti sulla realizzazione della rete 5G, all’interno del quale, purtroppo, l’Europa ha poche carte da giocare.

Infine, come abbiamo ricordato, le attività delle imprese del web pongono sollevano gravi problemi di protezione della privacy. Conviviamo ormai con queste tecnologie, che vengono ampiamente usate nei settori più disparati. La letteratura sui rischi di un loro utilizzo improprio è ormai sterminata: ogni nostra interazione sociale, infatti, è tracciata e registrata, offendo un profilo completo di noi stessi sul quale non abbiamo alcun controllo. Nel contesto dell’attuale crisi sanitaria questo aspetto assume aspetti ancor più decisivi. La tecnologia, infatti, offre la possibilità di tracciare incontri e spostamenti, e dunque di individuare i potenziali percorsi dei contagi per contrastarli. Queste tecniche sono già state impiegate in Corea del Sud, Cina, Taiwan, Israele e Singapore, e il dibattito sul loro utilizzo è ormai in corso anche nel nostro Paese.

Se da un lato, indubbiamente, i tracciamenti si sono mostrati efficaci per contrastare l’epidemia, inquieta pensare ai rischi di un loro uso improprio per il controllo della società. È chiaro, ancora una volta, quanto queste tecnologie, dalle immense potenzialità in tutti campi, siano ormai sviluppatissime, e quanto sia necessario essere consapevoli che il nostro futuro – in termini di economia, cultura, salute e libertà individuali – dipenderà dall’uso che ne sarà fatto.

Anche la formazione dell’opinione pubblica e i processi democratici sono da tempo influenzati dal web. Vale di nuovo quanto abbiamo appena osservato circa il potere degli Stati Uniti sul mondo: chi controlla l’informazione controlla la società. Qualsiasi connubio oscuro tra imprese del web e il potere politico va dunque contrastato con ogni mezzo. È in questione la qualità della nostra democrazia. Purtroppo, e non da ora, troppi segnali indicano che si stia andando nella direzione opposta: in un frangente come l’attuale, il Presidente del Consiglio Conte si è rivolto per ben due volte al Paese (mercoledì 11 e sabato 21 febbraio) annunciando provvedimenti sempre più restrittivi sulle attività commerciali, le riunioni e gli spostamenti. Questi provvedimenti erano indubbiamente necessari, ma Conte, piuttosto che utilizzare le reti Rai, ha affidato i suoi messaggi a due dirette Facebook.

Inquieta vedere che, mentre il Parlamento è nell’impossibilità di riunirsi regolarmente, il capo del governo comunica per questa via provvedimenti limitativi delle garanzie costituzionali. Se la crisi del 2008 ci ha lasciato in balìa dello spread, non vorremmo risvegliarci domani da questo incubo governati da Facebook.

Questo articolo è stato pubblicato su Left il 25 marzo 2020

Autore dell'articolo: Amministratore

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