Perché non conviene “sacrificare” un parco

di Paolo Pileri

L’occasione questo mese ce la dà il taglio di un parco urbano di 6mila metri quadrati per costruire un nuovo dipartimento nel campus Città Studi del Politecnico. Un consumo di suolo per me molto doloroso perché avvenuto dentro il mio ateneo del quale stimo il ruolo guida per il futuro dei cittadini e del Paese. Doloroso anche per centinaia di colleghi, studenti e cittadini. Ci sono state mail, articoli, discussioni, petizioni, assemblee, presìdi, cortei fin sotto le finestre del sindaco per cercare di rivedere la decisione, pur formalmente legittima, presa alcuni anni fa. Ma nulla da fare. All’alba del 2 gennaio 2019, protette da un inaspettato cordone di polizia locale, polizia di Stato e carabinieri, le motoseghe sono entrate in azione: 37 grandi alberi sono caduti. Il cantiere ora può iniziare.

In tutto questo trambusto, il Politecnico si è offerto di compensare il danno. Ed è su questo che voglio soffermarmi. La compensazione è la soluzione al consumo di suolo? Se sì, come si calcola? Quanto vale un parco? Basta contare gli alberi e ripiantarli da qualche parte? Bisogna conteggiare anche il valore secondo gli abitanti? E se la città è in emergenza climatica come Milano? Chiariamo: la compensazione non è la soluzione, ma solo un rimedio imperfetto da attivare dopo che sono state tentate tutte le vie per evitare il consumo, per ridurlo e mitigarlo (Ispra, 2018). Altrimenti perde di senso: dal dissuadere il consumatore si finisce per offrirgli una strada facile, pagando. In Italia questo concetto non vuole entrare in testa. Comunque, quando si arriva a dover compensare va calcolato il danno per decidere che fare. Taglio due alberi e ne pianto tre? Trenta? Trecento?

Per evitare di essere additato come ideologo green e signor ‘no’, non ho preso uno studio fatto da ecologi, ma da autorevoli economisti olandesi (Bockarjova, 2018) basato su centinaia di casi al mondo e interviste a 41mila persone. Così hanno scoperto che il valore di un parco dipende dai suoi servizi ecosistemici ma anche, e molto, dal ruolo culturale e ricreazionale, dal PIL dei cittadini, dalle tasse e dalla densità abitativa. Un solo ettaro di un medio parco europeo arriva a valere 250-500mila dollari per anno. Badate: per anno!

Significa che se si elimina un suolo o un parco si interrompe la produzione di quei valori per un tot di anni, almeno fino a quando non saranno tornate allo stesso livello le compensazioni realizzate. Ci vogliono milioni di euro, quindi, per compensare: altro che ripiantare le piante e aspettare che crescano. È come per un prestito: per compensare chi ha deciso di prestare dei soldi, li si devono restituire con interessi, visto che non li ha potuti usare per sé. Se poi si è già debitori, si è meno credibili e più alti sono gli interessi da pagare. Così se una città è in crisi climatica, tagliare anche un piccolo parco è di gran lunga più grave di quel che pensano i suoi decisori politici. E neppure si può dire che consumare suolo si può se è una scuola o un asilo a farlo perché significa prendere fischi per fiaschi: sono entrambi servizi pubblici irrinunciabili e non ha senso metterli in competizione.

Oggi la responsabilità del pensiero ecologico applicato alla politica in fondo sta esattamente qua: considerare l’ambiente non sacrificabile e smettere di arrampicarsi sugli specchi di ogni compromesso che passa. La cultura della responsabilità, ricordava il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a fine anno, è il più forte presidio di difesa dei principi su cui si fonda la Repubblica. E la tutela ambientale è tra quelli.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

Questo articolo è stato pubblicato da Altreconomia il 1 febbraio 2020 – Foto di Alessio Giancola – Flickr

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Perché non conviene “sacrificare” un parco

    Gianni Sartori

    (15 Febbraio 2020 - 17:19)

    MATTEO CHI? MATTEO QUALE?
    Ripropongo qui questo articolo, scritto anche per rispondere a chi aveva contestato il mio intervento dell’anno scorso su “L’alpinismo: una prosecuzione del colonialismo con altri mezzi?”. Evidentemente chi ormai vive di Montagna (o meglio, come già detto, della sua mercificazione spettacolare) ha la coda sostanzialmente di paglia. Ma il motivo contingente è anche un altro. Forse incautamente avevo ironizzato sulle “settimane bianche” in Pakistan. Leggo oggi su la Repubblica che un noto esponente politico (stando ai miei parametri, sostanzialmente di centro-destra) andrà appunto in Pakistan a fare dell’heliski (una delle attività meno ecocompatibili tra quelle svolte in Montagne).
    Dirò solo che si chiama Matteo, indovinate voi quale dei due…
    GS

    MA SONO MORALMENTE ACCETTABILI LE “SETTIMANE BIANCHE” IN PAESI SOTTOPOSTI A REGIMI MILITARISTI E REPRESSIVI?

    Gianni Sartori

    A voler essere irriverenti, scanzonati, magari leggermente cinici si potrebbe anche dirlo: “Ah! Ecco perché gli elicotteri di soccorso (militari o comunque gestiti dall’esercito) non arrivavano – o arrivavano in ritardo – per soccorrere gli spavaldi occidentali in gita sulla neve!”. Servivano ad altro evidentemente. Quando non li usano per colpire – anche con gas letali – le popolazioni indocili (come nelle città di Dera Bugti, Mashkai, Awaran, Nisarabad, Panjgur… bombardate e ridotte in macerie), sono utilizzati per scaricare in mare dissidenti e oppositori. Meglio se beluci.
    Per saperne qualcosa di più in merito alla sostanziale “pulizia etnica” con cui i governi pachistani intendono mantenere nei limiti di norma (i loro limiti di norma , beninteso) la questione Belucistan, conviene andare a rileggersi l’articolo di Francesca Marino (Espresso del 3 novembre 2019, “Gettati in mare dagli elicotteri: il Pakistan come l’Argentina golpista”). Ricordando anche che il Pakistan è al secondo posto (dopo il Qatar e prima della Turchia) tra i paesi destinatari della vendita di armamenti italiani.
    Un passo indietro. Messo alla gogna per un pacato intervento sull’alpinismo come ipotetica prosecuzione del colonialismo, ho lasciato perdere avendo altro (molto altro, vedi il Kurdistan) di cui occuparmi.
    Tuttavia rispolverando le mie – per quanto frammentarie – informazioni sul Pakistan, ho ripescato cose che già sapevo, ma su cui non mi ero mai soffermato più di tanto.
    Per esempio sui beluci che vivono una situazione analoga a quella dei curdi in Bakur, i territori sottoposti alla Turchia (ma non solo; non è che nel Rojhelat – territorio curdo sottoposto al regime iraniano – se la passino tanto meglio, come del resto succede ai beluci “iraniani”).
    Tra l’altro ho ritrovato un mio vecchio articolo (vedi “Gli USA ridisegnano (a tavolino!) un nuovo Medioriente. Un tentativo di strumentalizzare le lotte per l’autodeterminazione di curdi e beluci?” – 21 gennaio 2007, dovrebbe essere ancora in rete) dove appunto tali analogie – per quanto non approfondite quanto meritavano – si intravedevano tra le righe.
    In sostanza, se inizialmente parlando di “colonialismo” mi riferivo più che altro all’aspetto culturale (diffusione del consumismo, spettacolarizzazione e mercificazione della Montagna, degrado ambientale…) ho dovuto prendere atto che forse eravamo di fronte a forme di colonialismo classiche: investimenti economici, controllo delle classi dirigenti (della comprador bourgeoisie), accordi militari…

    Sia di quello occidentale nei confronti di paesi del – cosiddetto, molto cosiddetto – “terzo mondo”, sia di quello “interno” operato da Stati – come appunto il Pakistan o la Turchia – nei confronti delle popolazioni minorizzate (“minoritarie” non rende l’idea).

    MA “IL PREZZO DELLA CONQUISTA” CHI LO HA PAGATO VERAMENTE?

    Non mancavano i precedenti. Anche leggendo il libro-intervista con Lacedelli di Giovanni Cenacchi sulla conquista del K2 nel 1954 si comprende – al di là delle intenzioni degli autori – quale fosse la reale posta in gioco.
    Nonostante scelga di non approfondire più di tanto (pag. 115: “è questo un argomento su cui non è possibile trarre conclusioni certe” sic!) sui rapporti tra il governo italiano e quello pakistano dell’epoca, l’autore non può ignorare che le imprese italiane (tra cui spiccava la nota, per qualcuno famigerata, Impregilo)*, utilizzando sia finanziamenti governativi, sia quelli della Banca mondiale, ebbero in appalto le “grandi opere”. In particolare quelle da realizzare nel bacino dell’Indo (dighe, canali, infrastrutture…) come la monumentale diga di Tarbela. Senza escludere altri benefit (politici, economici, commerciali…forse anche militari) in cambio del permesso per la spedizione.
    Ma – per restare in clima coloniale – si va completamente fuori del vaso con il tentativo di giustificare Lacedelli & C per le problematiche sorte con i portatori hunza
    Le definisce un “tema d’atmosfera (a cosa si riferisce, forse a quella rarefatta delle alte vette??? nda ) che può imbarazzare nel racconto del nostro alpinista ampezzano”. E fustiga (pag. 90) preventivamente gli eventuali buonisti radical-chic con parole che riporto per esteso e che si commentano da sole:
    “Una retorica etnologica e terzomondista che affligge ancora oggi molte relazioni d’alpinismo extraeuropeo dipinge a volte l’indigeno di montagna come un “buon selvaggio”, generoso e sorridente, povero di beni materiali ma ricco di una spiritualità da cui noi ricchi occidentali dovremmo imparare valori rimossi . Il ricordo che Lino Lacedelli, montanaro tra i montanari agli antipodi culturali delle sue Dolomiti, ci consegna a proposito di hunza e balti è tutt’altro che edificante e “politically correct”. Tra i coolies della lunga carovana del K2 non mancavano soggetti affidabili e ammirabili, certo. Ma la maggior parte pare fosse costituita da fannulloni, scioperati e scioperanti, bugiardi, pronti a darsi malati e a fuggire alla prima occasione, non senza aver rubacchiato dalle italiche tasche. Lacedelli ricorda che a volte “era necessario prenderne uno o due da parte e usare la piccozza” (…). Fin qui note di colore (…)”. **
    Di colore? O forse intendeva “di dolore”?
    Lacedelli & C – poveretti! – saranno anche stati figli del loro tempo, ma tali frasi vengono scritte e pubblicate nel XXI secolo (il libro è del 2004).
    Capite ora perché insisto: gli alpinisti, così come i loro parenti stretti, i turisti, è meglio se ne restino a casa loro. Dovunque vanno fanno solo danni, morali e materiali.

    Si parva licet…

    Con tali premesse, a questo punto anche la sostituzione di un ponte in legno con uno in acciaio può assumere valenze differenti da quelle di un intervento umanitario. Magari una forma di “pubblicità” che rinvia a futuri accordi commerciali, appalti e commesse. Per non parlare del fatto che tale ponte, oltre ai fuoristrada per raggiungere comodamente il villaggio turistico, consentirà il transito anche a blindati e affini. Non si sa mai, visto che non ci troviamo nella tradizionalmente neutrale Svizzera, ma nella Repubblica islamica del Pakistan. Il Paese che avrebbe (condizionale d’obbligo) ospitato per anni a Abbottabad il latitante Osama Bin Laden (nonostante Islamabad ricevesse sostanziosi aiuti militari anche dagli USA). Il Paese che mantiene tuttora in carcere, sottoponendolo a torture, Shakil Afridi, l’incauto medico che nel 2011 avrebbe (sempre col condizionale) fornito alla Cia le informazioni (e il dna) che avrebbero consentito ai Navy Seal l’eliminazione fisica dello sceicco.

    Per non parlare della difficile situazione sanitaria che non si risolve certo con qualche donazione e creando ulteriore dipendenza e subalternità.
    Per dirne una, quest’anno una epidemia di Hiv ha colpito centinaia di bambini (di famiglie povere, particolare non secondario) a Ratodero.
    Le accuse nei confronti di un pediatra che avrebbe riutilizzato le stesse siringhe (evento peraltro probabile) avevano lo scopo di minimizzare la gravità della situazione. Con centinaia di dentisti, barbieri e paramedici che operano direttamente in strada, senza rispettare – anche volendo – procedure e protocolli e utilizzando strumenti non sterilizzati. Del resto la possibilità di cure adeguate per gran parte della popolazione, soprattutto la più diseredata, sta diventando un lusso inaccessibile e ci si arrangia come si può.
    Ma su questo la popolazione, i sindacati, le associazioni si stanno già, per quanto faticosamente, riorganizzando.
    Anche recentemente si sono avuti scontri tra manifestanti (medici, operatori sanitari, parenti di malati…) e polizia, con numerosi feriti e arresti, davanti a cliniche e ospedali per protestare contro la nuova legge RDHA che promuove la privatizzazione della sanità.
    Concludo. Nel secolo scorso si praticavano forme di boicottaggio nei confronti dell’apartheid di Pretoria e – ancora oggi – della pulizia etnica di Ankara contro i curdi (qualcuno rammenta la la spinosa faccenda della Turban?). Allo stesso modo – almeno credo – si dovrebbe agire nei confronti di Islamabad che – tra le altre cose – perseguita e opprime i beluci (decine di migliaia le persone torturate e i desaparecidos, oltre alla sostituzione etnica in stile cinese, come in Tibet).
    E ovviamente la prima forma di boicottaggio è quella del turismo. Sia alpinistico che sciistico, escursionistico o magari balneare. Quindi, niente settimane bianche sulle vette pakistane più o meno inviolate. Pensateci, ma non limitatevi a questo.
    Resta comunque improbabile che tali argomenti tolgano il sonno a quanti vivono di Montagna. O meglio, della sua rappresentazione spettacolare (vedi operatori turistici, documentaristi, scrittori “di montagna”… e affini). Ormai ridotti a propagandisti sponsorizzati – direttamente o indirettamente – dell’ideologia della stessa. Un tanto al chilo.
    Gianni Sartori

    *nota 1: Attualmente denominata Salini-Impregilo, è stata oggetto di una denuncia all’Ocse da parte di Survival International per la realizzazione della Gibe III, la più grande diga africana. Devastante per l’ambiente e le popolazioni locali.

    **nota 2: A parte un possibile riferimento polemico al libro di Ralph Bircher “Gli Hunza”, va segnalato l’abbinamento – con intenzioni offensive – di “scioperati e scioperanti” (neanche il diritto di sciopero per gli indigeni?) e l’utilizzo – coloniale DOC – del temine “coolies”.
    Come è noto i coolies vennero sfruttati, maltrattati e malpagati (oltre che in Asia, in Australia e negli Stati Uniti) fino al XX secolo per i lavori più faticosi e malsani.
    Quanto alle piccozzate pare che all’epoca non scandalizzassero più di tanto. E forse ancora oggi non scandalizzano abbastanza. Meno, sicuramente, di quelle inferte nel 2014 da due escursionisti polacchi alla capanna “Info Mont-Blanc”.

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