“Black Panther”: un film politico da cui si originano molteplici letture

di Michele Marchioro

Di recente si è aperto un ampio dibattito, seguito subito da numerosi apprezzamenti critici, sul film Black Panther prodotto dalla Marvel e uscito a inizio 2018. Primo film su un supereroe nero, è stato pubblicizzato e presentato al grande pubblico come un’opera politica e educativa che intendeva finalmente prendere le parti degli afroamericani e porre rimedio all’emarginazione dei neri a Hollywood.

Molta critica ha espresso soddisfazione per il grande risultato dell’identità nera, spesso presagendo un radioso avvenire di liberazione e uguaglianza delle razze; ci sembra però che la realtà sia molto differente e, se la pubblicità è per natura iperbolica, la critica dovrebbe essere molto più attenta e parsimoniosa nei giudizi – laddove, si dà per scontato, non agisca in malafede come del resto spesso avviene. Sotto l’aspetto politico, su cui andremo a concentrarci, il film è un’operazione fra le più interessanti della Marvel e si presta a una molteplicità di letture che travalicano il giudizio estetico per invadere, come sempre ma qua particolarmente, il campo del sociale.

Supereroi e superuomini

Bisogna premettere un vizio di fondo che rovina la maggior parte dei film di supereroi: costruiti su un’opposizione manichea fra una parte buona e una cattiva, che sono separate da un divario abissale e incolmabile, obbligano lo spettatore a scegliere e parteggiare per il bene.

Il bene, però, è quello già scelto dal regista­­ – o più spesso dalla produzione, e rare e sparute sono le eccezioni (come il caso di Lo chiamavano Jeeg Robot, che infatti ha sollevato molti dubbi sulla sua catalogazione). Sono delle forzature che impediscono di restituire le realtà complesse e sfumate delle vite umane e dei nostri rapporti con l’altro, soprattutto quando vengono affrontate tematiche razziali per cui è necessaria un’analisi da una prospettiva di intersezione fra numerose componenti (classe e genere in primis).

I supereroi sono, nella maggior parte dei casi, spersonalizzazioni senza dubbi né paure, tipi generalizzanti e assoluti. Quanto il buono è virtuoso e positivo, tanto il cattivo è selvaggio, disumano e irredimibile per natura; due opposti che annullano ogni confronto e dialettica per lasciare spazio solo a violenza e sopraffazione.

Se inseriamo l’analisi in un’ottica più ampia, è un’opposizione che ricorda la critica di Carl Schmitt all’ideale di “guerra giusta”, che gli USA hanno utilizzato dalla Prima guerra mondiale in poi: la lettura della guerra come uno scontro fra valori aprioristicamente giusti (la libertà americana) e sbagliati (la negazione della libertà del nemico) ha giustificato ogni sorta di intervento e di violenza a livello internazionale.

Per gli Stati Uniti il bellum iustum è diventato autolegittimazione non solo della guerra, ma anche della necessità di ottenere una vittoria così schiacciante da poter imporre e insegnare i propri valori superiori, mentre all’avversario non sono riconosciuti diritti né il valore delle proprie idee. Lo stesso accade nei film di supereroi, non a caso un cardine dell’egemonia culturale statunitense che ancora oggi tanto è forte nel mondo. Come in una “guerra civile” (per riprendere Schmitt, e Civil War è anche un film della Marvel) non ci si può limitare a vincere, è necessario dominare e distruggere l’altro, averne il controllo completo del corpo e del pensiero, a costo di annientarlo.

C’è da aggiungere che in questo genere, che dagli USA ha invaso le sale di tutto il mondo negli ultimi decenni, viene sempre mostrato il singolo super-uomo che si impone su delle circostanze esterne, negative e imprecisate (“tanti nemici” che non sono mai contestualizzati da un punto di vista storico né sociale) e che in maniera volontaristica riesce a salvare la massa, ergendosi al di sopra di essa.

Oltre alle profonde radici irrazionalistiche, c’è all’interno di questo discorso una profonda consonanza, che finisce per essere legittimazione, con il prototipo di individuo prodotto dal neoliberismo: un individuo che non si confronta con la società, anzi la disconosce nell’assumere le sue scelte in maniera autoritaria e individualista. Così si alimenta l’immagine del leader salvifico, forte, sicuro di sé e possibilmente maschio, funzionale all‘odierna restaurazione sovranista, ma che certo non funziona nei movimenti di massa critici verso il sistema in cui viviamo.

Negli ultimi anni, a partire dal 2011 passando per Black Lives Matter e fino ai Gilets Jaunes, si è visto con chiarezza come l’orizzontalità e il rifiuto della rappresentanza verticistica siano stati i caratteri dominanti dei movimenti, un fatto che obbliga a ripensare le forme di organizzazione della classe proletaria mondiale, finito il ‘900 delle figure cosmico-storiche e dei partiti come avanguardie.

Propaganda liberal

Ma Black Panther non è solo un pessimo film perché è una classica americanata che non può strutturalmente servire le cause che dovrebbe propagandare; dimostra anche, volendo essere film politico, una visione vecchia e conservatrice del conflitto razziale. L’ideologia che lo sostiene si inserisce a pieno nella continuità storica della politica americana, che eternamente annuncia e celebra l’infinito progresso del capitalismo liberale, procrastinando ogni rottura reale dello sfruttamento coloniale su cui essa è nata e si è formata – dal genocidio dei nativi alla tratta degli schiavi.

Il capitale, per mantenere intatti questi rapporti razziali e di classe, tende a frammentare le collettività politicizzate nere che via via si formano (il divide et impera classico di ogni potere), cooptando gli esponenti più disposti al compromesso ed elargendo loro limitate concessioni (spesso comprandoli con concessioni e privilegi personali, come Samuel L. Jackson in Django Unchained, per fare un esempio). E’ un processo coloniale che indica questi uomini di mezzo come buoni esempi di cui ci si può fidare, rendendoli cinghie di trasmissione del comando che proviene dall’alto, e addita invece gli altri come dei selvaggi riottosi incapaci di trovare un accordo fra persone civili.

Niente di nuovo se già negli anni ’60, periodo da cui prende spunto l’immaginario del film, questa era la principale critica delle Pantere Nere verso coloro che scendevano a patti con il potere gestito dai bianchi – sono importanti a tal proposito gli scontri sulla strategia fra Malcolm X e Martin Luther King -, illudendosi di risolvere le contraddizioni attraverso il successo individuale o con un dialogo slegato dai rapporti di forza reali, preferendo la contrattazione alla lotta e la riforma alla rivoluzione.

Black Panther esalta nel suo protagonista proprio la figura di nero funzionale al potere, una figura capace di guidare i suoi simili, ma allo stesso tempo disponibile al dialogo e contrario a ogni rottura e violenza. Spiritoso, brillante e di buoni sentimenti – molto simile all’immagine che si è costruito Obama durante la presidenza -, questo è erede al trono del ricchissimo regno africano di Wakanda, e intende usare il suo potere per aiutare i “fratelli neri” collaborando con gli altri stati per creare un piano di aiuti internazionali. Il trono gli è però conteso da suo cugino, antipatico, cinico, arrogante e solo, sulle orme del padre che già anni prima voleva finanziare e aiutare i gruppi armati e radicali degli USA, in modo da contribuire alla liberazione del popolo nero.

Le due diverse visioni che si scontrano sono entrambi progetti per la liberazione del popolo nero ma opposti nei mezzi: nel primo il nero buono e facoltoso elargisce dall’alto una parte della propria ricchezza ai suoi fratelli più poveri, tenendosi però sempre ben stretta la proprietà e la produzione della ricchezza e rifiutando ogni tipo di violenza. Ciò non solo significa perpetuare la diseguaglianza economica, ma anche creare con la beneficenza un potenziale dispositivo di controllo dell’emancipazione e della mobilità sociale, perché è il nero ricco e buono a decidere chi è dignitoso o meno di essere aiutato. Dall’altra parte c’è la volontà di compiere un’azione violenta e mondiale che spazzi via l’intero apparato di oppressione, un senso di necessità storica che riecheggia lo slogan “Freedom by any means necessary”, un radicalismo che legge la realtà sociale come conflittuale e di classe piuttosto che come un blocco che avanza compatto nella storia.

Hollywood, Trump e i movimenti

In generale, non c’è da discutere il fatto che un film di supereroi con un protagonista nero e fieramente africano, che si confronta con le tematiche della colonizzazione e della discriminazione negli USA, sia un fatto sociale importante e un simbolo delle vittorie riportate dai movimenti afroamericani statunitensi. Non è però, come certa critica vorrebbe, un avanzamento dell’industria cinematografica, bensì un suo tentativo – peraltro affannoso – di adattarsi a un contesto storico e sociale in rapida mutazione.

Seguendo i suoi interessi, il capitale cinematografico difende la propria capacità di controllare e omologare il consumo culturale di massa in crisi per la recente politicizzazione di soggetti subalterni in seno alla società statunitense, nello specifico per la presa di coscienza delle lotte razziali. La repressione dei valori anticoloniali non si svolge più solo in maniera diretta (con il “bastone” della dottrina del primo Roosevelt), ma con dispositivi di controllo più mediati, come la grande industria culturale, che cercano di appiattire e uniformare i consumi per incanalare il dissenso in circuiti riformistici e istituzionali.

Black Panther risponde più all’interesse politico di fare egemonia nel movimento antirazzista che è in crescita e sta riallacciando la sua storia a quella dell’abolizionismo e delle lotte per i diritti civili, piuttosto che a grandi ideali di cambiamento e di rottura; vi si parla di colonizzazione, di differenze razziali, ma solo nella misura in cui possono essere veicolate e imposte nelle interpretazioni desiderate dalla produzione.

D’altronde, il film è anche simbolico di una riflessione in corso a Hollywood sulla posizione da tenere in un momento di torsione autoritaria della democrazia americana. Fa parte di un tentativo di rinnovare l’immaginario in crisi del capitalismo liberale classico per come era emerso dalla Guerra Fredda e poi eroso dall’evoluzione neoliberista, con interessi conflittuali con quelli del nuovo sovranismo trumpiano dotato invece di un forte potere simbolico identitario e aggressivo.

Il successo di questa operazione – in costruzione e attraversata da numerosi conflitti interni – sembra improbabile in quanto difende un modello di capitalismo consunto e al tramonto, visti l’appiattimento sulle posizioni sovraniste della destra americana e soprattutto i mutamenti in atto nel Partito Democratico espressi anche nelle elezioni di Midterm del novembre 2018. Eppure, se Black Panther vuole influenzare la cultura politica in fermento a sinistra, resta allora importante affermare come non si tratti di un modello politico, ma solo di un esempio dello schieramento di Hollywood, e del capitale che lo sostiene, su una questione fondamentale nel campo di resistenza all’autoritarismo.

In sostanza Black Panther, eleggendo a eroe un re illuminato che illude gli altri di cambiare il mondo attraverso riforme, investimenti e buona volontà, rimuove trecento anni di politica dalla Rivoluzione Francese in poi. Ed è strano dover affermare di nuovo che questi illuminati li vediamo all’opera e li conosciamo bene anche qui nel XXI secolo e sono colpevoli del disastro della stagnazione politica africana, o delle sconfitte che hanno investito il movimento afroamericano ogni volta che ha preferito l’intermediazione, la delega e la rappresentanza verticistica allo sforzo collettivo.

Infine, l’aspetto forse più fastidioso di questa opera di propaganda liberal di basso livello è la riscrittura storica che ridicolizza decenni di riflessione sull’intersezionalità e riduce a un’esperienza estremista e sconclusionata decenni di lotte e di organizzazione del Black Power. Certo, un tempo un film del genere avrebbe suscitato ben altro dibattito rispetto all’entusiasmo idiota della critica di oggi, ma un tempo le armi arrivavano per davvero nei ghetti neri degli Stati Uniti e le Pantere Nere lasciavano in subbuglio le città per settimane con i loro interventi, non erano stereotipi affissi sulle locandine cinematografiche.

Ciò che consola è che questa visione che vuole ridisciplinare il conflitto e ricondurlo a un dialogo pacifico, decidendo chi sono i neri buoni e i neri cattivi a seconda della loro mansuetudine rispetto al potere, è stata compresa e superata da molte pratiche del movimento americano. Le recenti elezioni di medio termine del novembre 2018, che hanno visto l’ingresso di numerosi giovani candidati socialisti e socialdemocratici alla Camera a Washington, hanno ribadito la coscienza in una parte di società dell’esigenza di reinventare nuove maniere di fare politica rileggendo in chiave innovativa le esperienze passate. La presenza di rappresentanti nativi, latini e neri è un buon risultato che dimostra l’urgenza di ribaltare la narrazione dominante e di ripensare da un punto di vista anticoloniale la storia e la politica statunitense e mondiale.

Non ci può quindi stupire che l’unica battuta importante del film la pronunci un cattivo: “Seppelliscimi nell’oceano come i miei antenati che si buttavano dalle navi, sapevano che la schiavitù era peggio della morte”.

Autore dell'articolo: Amministratore

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