Bologna, città di cosa? Non certo dell’ambiente

Case ecologiche e riuso del territorio a Bologna

di Silvia R. Lolli

Non capisco proprio come Bologna possa aspirare a essere città dell’ambiente, proprio oggi, 2017, quando si sta per far approvare l’ennesimo consumo di territorio con il benestare dei vertici politici regionali che stanno per deliberare la legge sull’urbanistica.

Il vertice G7 sull’ambiente proprio qui dove si continua ad infittire un tessuto territoriale, da secoli votato all’agricoltura dalla quale ha costruito la propria identità culturale sociale ed economica, di cemento e asfalto con autostrade, strade, case, centri commerciali, centri sportivi, parcheggi, alte velocità.

L’ennesima contraddizione di chi fa politica sul risultato immediato e non è più capace di investire culturalmente ed economicamente. Le parole che continuiamo a sentire ci sembrano sempre più vuote, utilizzate per le occasioni e facenti parte di apparenze, di effimeri, dove le realtà saliranno alla ribalta per lasciarci sbalorditi davanti alla povertà territoriale.

Non più consumo di territorio, dice la legge regionale, ma solo dal 2020 o giù di lì; si potranno terminare tutti i progetti approvati finora dai piani urbanistici che prevedono ancora consumo di territorio, quello che fino a poco tempo aveva un vincolo paesaggistico regionale.

La pianura Padana, nella quale Bologna si trova al centro, è una delle zone più inquinate al mondo; invece di prevedere abbattimenti di costruzioni dismesse e la piantagione di alberi, si continua a costruire con una mobilità aerea e automobilistica in aumento, che vuol dire combustibili fossili abbondantemente usati anche d’estate.

Dove troviamo le misure ambientali che ci farebbero diventare “città dell’ambiente”? Anche dalla questione della ristrutturazione dello Stadio comunale si prevedono soltanto speculazioni, chiamate riqualificazioni o rigenerazioni, e non la messa a dimora di aree boschive, tra l’altro già esistenti e vincolate, per attutire il forte inquinamento da traffico.

Poi si parla di capacità di riciclo di materiali. Chiediamoci se le politiche di questi anni di partecipata Hera hanno prodotto miglioramenti significativi? Ci sembra di no, ed ora, improvvisamente diventiamo città dell’ambiente?

L’ambiente ha i suoi tempi di sviluppo o di rigenerazione (non è quella urbana, ma delle attività naturali). Pensare allo stesso tempo al marketing di questi giorni, promosso in città verso i ministri dell’ambiente del G7 ed i giornalisti presenti, ci sembra una contraddizione, anche se il tavolo rotondo inquadrato varie volte, soprattutto nelle trasmissioni locali, aveva sopra una rigogliosa erba, quindi era un tavolo green.Certamente è stato un volano per lo sviluppo turistico di Bologna far conoscere la città ed il modo di fare la sfoglia ai ministri e ai giornalisti, soprattutto in vista dell’altra operazione in cantiere a Bologna, il F.I.CO del quale si racconta già da tempo per lo sviluppo di un marketing agricolo-culinario che deve servire per richiamare milioni di turisti per coprire le ingenti spese d’investimento. Ma l’agricoltura e il buon cibo possono continuare ad essere raccontati solo in termini economici?

C’è l’allontanamento dalla Bologna tradizionale, in cui si imparava dalla arzdàura l’economica domestica, il riuso ed il riciclo di tutti prodotti agricoli disponibili. Soprattutto in ogni stagione si mangiava ciò che nel periodo la terra produceva. Anche così si debellava l’effetto serra; era quindi più viva che mai la lotta all’effetto serra; le primizie si lasciavano ai ricchi che spesso non conoscevano i veri sapori e odori della terra. Certo la povertà in futuro si misurerà anche per l’impossibilità di acquistare prodotti meno contaminati e ci sarà un’inversione rispetto ad ieri: saranno, anzi in molti luoghi lo sono già, i poveri delle periferie e bidonville nelle megalopoli a non conoscere più i sapori dei cibi appena raccolti ed incontaminati.

Speriamo che Bologna metropolitana non vi rientri. Di certo spazio per il suolo agricolo, anche biologicamente trattato, qui è diminuito negli ultimi anni, anche se ci sono sperimentazioni importanti per una possibile inversione di tendenza. Lasciamo stare per ora F.I.CO. e pensiamo alla cooperativa Arvaia e agli orti urbani, esperienza sociale nata qui da parecchi anni.

Non ci resta che sperare, ma occorre liberarsi dalle troppe contraddizioni troppo evidenti.

Autore dell'articolo: Amministratore

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