Astrit Dakli: crocevia umano di etnia, culture e sguardi sul mondo

Astrit Dakli
Astrit Dakli

di Pierluigi Sullo

I lettori del manifesto più antichi e affezionati si sono chiesti, per molti anni, chi si nascondesse dietro il nome di Astrit Dakli, la firma sopra gli articoli che raccontavano loro gli scricchiolii sempre più potenti e infine il crollo dell’Unione sovietica, l’effervescente e tossica vitalità delle ex repubbliche sovietiche e, prima ancora, molti altri fenomeni di cui il giornale si occupava, e che ad esempio firmava la quotidiana rassegna stampa, negli anni Ottanta, a cura dei tre capiredattore: lui stesso, Sandro Medici e io.

Qualcuno, nel tempo, azzardò la domanda: è una ragazza svedese? Qualcun altro mandava infatti lettere ad “Astrid”, nome proprio femminile scandinavo. Lui e noi ce la ridevamo.

Era un bell’uomo, Astrit, alto e asciutto, assomigliava vagamente a Clint Eastwood. Era bello come sono i meticci. Mescolava una radice albanese, quella di suo padre, esule in Italia dopo la seconda guerra e dotato di un passaporto da apolide, con una ascendenza triestina, quella della mamma, bellissima signora a sua volta con qualche parentela asburgica, benché il padre, il nonno di Astrit, arruolato a forza dall’esercito austro-ungarico e catturato dai russi, evase dalla prigione siberiana e attraversando la Cina tornò a combattere perché Trieste tornasse all’Italia (e, cosa curiosa, quando andò a Mosca per il giornale, Astrit assunse un tale Nikolai, alcolizzato traduttore di Moravia, il cui nonno, generale zarista, era stato il carceriere del nonno triestino: il mondo è fatto di traiettorie che si incrociano in modi sorprendenti).

Astrit è morto domenica 31 gennaio 2016. Dopo lunga e dolorosa malattia, come si dice. Aveva 67 anni. Ed era apparentemente l’opposto delle sue esotiche origini. Metodico, prudente, esasperante quando non si eccitava nemmeno per un terremoto o una rivoluzione: Sandro o io o qualcun altro irrompevamo gridando della stanza del caporedattore “eh, Astrit, fine di mondo!”, e lui, impassibile, rispondeva “ma no, già visto, già successo”. (Era un buon equilibrio, tra noi, chi spingeva e chi frenava). Ma i suoi difetti sembravano averla sempre vinta.

Astrit era appunto eccessivamente pacato, sembrava disinteressato, pareva facesse il nostro mestiere (in un tritatutto come il manifesto dell’epoca) con distacco. Poi ci sorprendeva: aveva subito capito il punto, ci costruiva sopra un pezzo in un batter d’occhio. Facevamo, lui e io, la gara a chi scriveva più rapido un pezzo da cento righe (oggi si dice: seimila battute). Qualche volta vincevo io, altre vinceva lui.

Quando cominciammo a lavorare insieme, al Quotidiano dei lavoratori (giornale di Avanguardia operaia, la terza e meno prestigiosa organizzazione della nuova sinistra anni Settanta), lo si vedeva scrivere in piedi: si appoggiava in grembo l’Olivetti portatile e scriveva così, sembrava un matto. Ma un matto lucido.

Astrit era taccagno. In quarant’anni non sono mai riuscito a farmi offrire un caffè (che era la cerimonia di tutti, al giornale, quando volevamo una pausa o fare due chiacchiere in privato). Entrava nel bar sempre prendendo la curva larga, così arrivava alla cassa per ultimo. Ma quando rimasi senza casa, alla fine degli anni Settanta, e all’epoca trovarne una era un’impresa, mi ospitò in casa sua ad oltranza, cioè finché non riuscii a sistemarmi, e stavo in una stanza così piccola che la chiamavamo “la bara”: però c’era un letto, e tanto bastava.

Astrit era eccessivamente prudente, non muoveva un passo senza prima saggiare il terreno con cura. O così sembrava. Quando però ce ne andammo dal Quotidiano (il servizio d’ordine manifestò il suo disaccordo su come facevamo il giornale) e fummo assunti dal manifesto, nel ’77, lui prese su, insieme a Miriam, sua moglie, e andammo a Roma. Senza sapere, o quasi, cosa avremmo trovato.

Astrit non pareva particolarmente comunista o estremista o militante. Anzi, il contrario. Eppure violò molte regole, lasciando le sicurezze di una famiglia benestante e abbandonando la facoltà di architettura per avventurarsi in un mestiere che non conosceva e correndo su un filo sottile, fino ad approdare al moribondo (in quegli anni) manifesto. Sembrava suo nonno in fuga dalla Siberia, in effetti.

Lunedì mattina, quando ho visto Giulia e Bianca, le sue figlie, ho avuto l’assurdo riflesso di sentirmi loro “zio”. Mi sono ritratto, non voglio essere invadente. Però ci ho riflettuto e ho concluso che i fratelli vanno e vengono ma in fondo restano, restano per sempre, specialmente quando li si è scelti.

Autore dell'articolo: Amministratore

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