“Due euro l’ora”: il cinema e la narrazione dei diritti

Due euro l'ora
Due euro l'ora
di Romeo Pisano

Non a caso scelgo di andare sul set del film Due euro l’ora nei giorni in cui si sono consumate le ennesime tragedie di morti bianche in questo paese che non sembra in grado neppure di tenere corrette statistiche del fenomeno. Spero di riuscire ad ottenere un minimo di attenzione da Andrea D’Ambrosio, il regista impegnato sul set di un film difficile con un tema, quello dei diritti negati, che raramente entra nella narrazione cinematografica; se succede ne esce dalla porta posteriore, espulso dalla nostra secolare inclinazione a considerare tutto inutile, vago e mai vero.

Posso contare sul vantaggio di conoscere questo giovane regista, avere un’idea del suo talento e della sua capacità di analisi della società, soprattutto meridionale, magistralmente rappresentata negli innumerevoli documentari di cui è costellata la sua carriera. Trovo un ambiente, Montemarano, davvero affascinante, un set naturale, in cui si muove una troupe entusiasta; in essa noti subito presenze giovanili che ti confessano candidamente di avere avuto nell’altra vita esperienze di “due euro l’ora”, stupiti che si possa partecipare ad una impresa così esaltante, oltre tutto con un regolare contratto (a proposito di diritti!)

Il regista mi dedica del tempo nella pausa pranzo e le sue prime parole mi convincono che sui diritti e molti altri argomenti Andrea D’Ambrosio ha idee chiare e questa chiarezza vuole infondere nel film. Mai intervista è stata più semplice, tutto ciò che volevo chiedere mi è stato spontaneamente e anticipatamente offerto nelle acute analisi del regista; quale migliore garanzia che i diritti saranno oggetto fondamentale della sua narrazione?

Se poi le esigenze di produzione non ne scardineranno l’impianto, avremo in programmazione per il 2015 un ottimo film; nel malaugurato caso contrario un buon film, in cui le intenzioni degli autori sono state ancora una volta vittime dalla nostra propensione per l’inutile, il vago e mai vero. In tutti i casi il regista non appartiene alla schiera di quelli che raccontano il proprio ombelico (tanto per usare una sua citazione…)

Come nasce l’idea del film?

L’idea del lungometraggio nasce da un fatto di cronaca accaduto nel 2006. Un triste episodio, Annamaria Mercadante e Giovanna Curcio muoiono soffocate in una fabbrica di materassi mentre lavoravano per soli 2 euro l’ora. Da questa tragedia ho preso spunto per la narrazione cinematografica, senza volermi soffermare a raccontare la loro vita. Questo per cercare di comunicare una storia universale, che parlasse non solo di lavoro ma anche di sud. Un sud che è costretto ancora una volta a subire, ma anche un sud pieno di speranze e di sogni disattesi.

Il perché della scelta dell’ambientazione a Montemarano?

Ho scelto Montemarano perché mi sembrava il luogo adatto per poter raccontare una storia così. E’ un paese aperto ai cambiamenti, patria del carnevale e della tarantella. L’ospitalità è nella natura delle cose. Un set naturale per una storia con dei chiaroscuri.

Stando al titolo ed all’episodio di cronaca, il film sembra essere una opera concentrata sulla rappresentazione del lavoro e la conseguente precarietà, se non addirittura schiavitù, mentre c’è spazio per l’amore, i sogni e la condizione umana: la precarietà osservata da un punto di vista privilegiato, quello delle vittime o dei diretti interessati…

Il lavoro è l’asse portante del film. Anzi la fabbrica è il luogo in cui le operaie lavorano, è l’alveo naturale in cui nascono e si sviluppano le storie. C’è la storia d’amore di Gladys che sogna il principe azzurro che la faccia sentire donna, la storia di Rosa e Franco figlia e padre in perenne conflitto che cercano un punto d’incontro. Lei vuole scappare per raggiungere il fidanzato in Svizzera, lui è un camionista di lunga tratta che ormai ha abdicato alla vita. La figlia stessa è l’unica cosa che lo fa sentire padre e uomo. Ci sono i sogni delle operaie, i loro ricordi, la loro vita. E c’è Blasi l’imprenditore che tratta tutte come roba sua.

Viviamo tempi in cui la questione della precarietà e del lavoro viene ridotta a semplici slogan (vedi il dibattito sull’articolo 18), come pensi che il cinema possa contribuire a ribaltare il linguaggio vuoto ed assurdo dei nostri tempi, riportandolo sui contenuti reali?

Il cinema ha un compito fondamentale secondo me, quello di raccontare una realtà che molto spesso gli altri media ignorano o raccontano in modo edulcorato. Deve riscoprire la capacità di raccontare il reale, di narrare storie che ci rappresentano senza filtri, ma con la durezza che solo il cinema del neorealismo italiano ha saputo fare. Se penso a Ladri di biciclette o Umberto D. penso ad un cinema che è oltre gli autori, oltre noi stessi che non si ferma a raccontare il proprio ombelico o la cucina, ma che sappia cogliere nei problemi che attanagliano la nostra società, un volano per dipingere un mosaico di racconti. Spesso si racconta il potere, ma non sempre chi invece il potere lo subisce.

Non ti sembra che il cinema (soprattutto nostrano) sinora abbia affrontato questi temi con troppa inclinazione verso la commedia finendo non per svelare, ma svilire?

Il cinema italiano molto spesso è più incentrato sui bisogni degli autori che non sul mondo circostante. Mi piacerebbe che il lavoro (soprattutto quello che manca o quello che non si vede) fosse raccontato con la giusta serietà e con la corretta sobrietà che la nostra storia ci ha insegnato. Ci sono dei filoni che poi tendono ad esaurirsi. Ormai si racconta l’immigrazione, le generazioni, ma si perdono di vista temi fondamentali che possano aiutare la società italiana a cambiare. Una volta il cinema era lo specchio della società, oggi mi sembra più lo specchio delle esigenze individuali di un autore. Spero che tutto questo cambi.

Non credi che oggi il disagio delle giovani generazioni rispetto alla questione lavoro, sia trattato con la sufficienza di statistiche che fluttuano o ridotto ad ineluttabili fatalità? Non credi che si sia abbandonata la strada della critica al sistema economico, allo sfruttamento illimitato in nome del profitto?

Non sono un sociologo ma credo che oggi si sia perso di vista il profondo umanesimo che ha contraddistinto le società del passato. Oggi si parla di marketing, di grandi numeri, di inflazione, un tempo l’uomo era il centro del mondo. L’uomo ora sembra collocarsi ai margini, è diventato un calcolo per economisti bocconiani. Prima il contadino coltivava la sua terra e sapeva quello che produceva, l’operaio lavorava in fabbrica e sapeva di fare parte di un collettivo di lavoratori, di un gruppo, di una classe. Oggi è come se non si conoscesse più il mondo in cui si viene catapultati. I giovani sono buttati in lavori che non amano, si adeguano e poi partono per altri paesi. La prospettiva di sviluppo del nostro paese è diventata di nuovo la valigia di cartone. Si emigra per cercare una vita che i nostri predecessori hanno calpestato, guidati da una classe dirigente inetta e incapace che ha scaraventato il paese in un oblio profondo.

Arriviamo alla questione meridionale nella visione di un regista del Sud che ne conosce valori e difetti…

La questione meridionale è un tema purtroppo sempre attuale. Il sud è un modo di esistere, oltre che un luogo geografico. Fa comodo ai politicanti di turno lasciarlo marcire nella propria inedia ma molto spesso siamo noi stessi cittadini del meridione a considerarci cittadini di serie B. Il sindaco di Teora in un convegno dopo il terremoto dell’80 disse che l’assistenzialismo è come la peste, solo che i malati sono contenti. Si muore molto spesso di assistenza, perché il clientelismo ancora oggi è una piaga insopportabile e difficile da debellare. La sacca dell’elettorato si riempie durante le campagne elettorali con promesse di stampo “laurino” che portano poi alla disperazione, all’abbandono della propria terra e molto spesso alla delinquenza. Le mafie ingrassano sulla mancanza di una politica del lavoro, di riassetto del territorio, sull’abbandono delle radici. Corrado Alvaro scrisse una volta che “la disperazione più grande per una società è pensare che vivere onestamente sia inutile”. Questo è il problema maggiore di una terra che potrebbe vivere di luce propria, di agricoltura e di turismo, di cultura ma che spesso è soppressa e schiacciata dalla atavica inedia di chi pensa che in fondo per campare basta sopravvivere. Accanto a questo ci sono eccellenze di grande qualità, piccole industrie, aziende di vino e di olio ma che devono combattere contro i grossi marchi e le grosse etichette. Bisogna riscoprire e riabitare i piccoli paesi, i piccoli borghi cercando di essere viaggiatori del futuro, ma con la testa ben salda ad un passato glorioso.

In quale periodo del cinema italiano ed in quale regista ti riconosci?

Sicuramente il neorealismo e Rossellini sono per me una scuola non solo di cinema, ma anche di vita. I miei insegnanti sono stati Giuseppe De Santis e Carlo Lizzani. Penso al cinema di Pasolini, di De Sica, ma anche ai fratelli Dardenne. Tutti quelli che con grande sobrietà sono riusciti a raccontare la loro epoca senza formalismi, ma con grande asciuttezza e senso del reale.

Cosa farai da grande?

Da grande vorrei ritornare ad essere piccolo, avere l’ingenuità della mia infanzia vissuta nelle campagne del Cilento. Continuare a sentire i campanacci delle vacche e il suono delle cicale. Non vorrei morire di cemento e di bruttezza, ma vorrei essere figlio di un’Italia migliore. Altrimenti, come dice De Niro in bellissimo film di Sergio Leone, “andrò a letto presto”.

Me ne torno a casa con la piacevole sensazione di condividere con Andrea D’Ambrosio anche il giudizio sul film di Sergio Leone

TRAMA

In un paesino del Mezzogiorno si incontrano casualmente i destini di due donne tra loro molto distanti. La diciassettenne Rosa, aggrappata a un amore adolescenziale che si augura la porti lontano da tutto, e la quarantacinquenne Gladys, appena tornata dal Venezuela, sono due delle operaie che confezionano in un sottoscala  umido e fatiscente tute sportive per conto di un datore di lavoro rozzo e manesco. Mentre entrambe tornano a sperare e ad amare, un incendio nella fabbrica le coglierà di sorpresa. Ispirato a un fatto di cronaca avvenuto nel 2006, Due Euro l’ora è l’opera del regista Andrea D’ambrosio ispirata alla drammatica vicenda della morte di Anna Maria Mercadante e di Giovanna Curcio, avvenuta a causa dell’incendio del materassificio di Montesano sulla Marcellana dove le due operaie lavoravano, appunto, per soli 2 euro l’ora. L’Irpinina è la location scelta per le riprese.

CAST E TEAM

  • Peppe Servillo, Chiara Baffi, Paolo Gasparini, Massimo De Matteo, Antonella Morea, Lello Serao, Alessandra Mascarucci, Patrizia Di Martino, Marianna Mercurio, Davide Schiavo, Peppe Miale, Lorena Leone, Gabriele D’Aquino, Alyona Osmanova
  • Sceneggiatura: Andrea D’Ambrosio, Donata Carelli
  • Fotografia: Giulio Pietromarchi
  • Scenografia: Carmine Guarino
  • Costumi: Francesca Apostolico
  • Produttore: Enzo Porcelli
  • Produzione: Achab Film, Rai Cinema, con il contributo del MiBACT

BIOGRAFIA

Andrea D’Ambrosio, 39 anni, è diplomato in regia presso la Nuct di Roma con Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Florestano Vancini e Ugo Pirro ha diretto con Daniele Di Biasio Pesci Combattenti 2002, vincitore del “Premio Cipputi” al 20° Torino Film Festival. Vincitore del premio Fellini dell’ UNESCO, assegnato nell’ambito del MEDFEST 2003 ad Ascea Marina. Candidato ai David di Donatello 2003-2004.

Tra i suoi film: Nel Paese di Temporali e di Primule, sul periodo friulano di Pasolini, presentato alla Mostra del Cinema di Pesaro, Come una Nuvola che Danza, sulla poetessa Alda Merini, presentato al festival del cinema di Salerno e Checosamanca?, presentato alla Festa Internazionale di Roma 2006.

FILMOGRAFIA

  • In produzione 2 Euro l’Ora: regia (opera prima), soggetto, sceneggiatura
  • 2014 corto I Frutti del Lavoro: regia
  • 2010 » doc Campania Burning: regia, soggetto, sceneggiatura
  • 2010 » doc Di Mestiere faccio il Paesologo: regia, soggetto, sceneggiatura
  • 2010 » doc I Giorni della Merla: regia, soggetto, sceneggiatura
  • 2007 » doc Biùtiful Cauntri: regia, soggetto, sceneggiatura
  • 2006 » doc Checosamanca: regia
  • 2002 » doc Pesci Combattenti: regia, soggetto, sceneggiatura

Autore dell'articolo: Amministratore

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