Migranti a Bruxelles

La mobilitazione dei rifugiati e dei migranti a Bruxelles

di Marta Lotto

Il Consiglio europeo si riuniva il 26 e 27 giugno 2014, sordo alle proteste che si alzavano a un isolato dalle proprie porte laddove la critica e la contestazione sono ammesse in tempi di summit. I contenuti di un corteo che riempivano di un senso diverso le parole d’ordine del vertice “libertà, sicurezza e giustizia” rimbalzavano sui vetri dei palazzi del SEAE – Il servizio Europeo per l’azione esterna, di un quartiere fantasma e deserto all’ora di cena.

Si costruivano consapevolezze e legami, motivazioni a scavalcare le divergenze per azioni e lotte comuni. Qualcuno sperava di poter influenzare gli orientamenti strategici della programmazione legislativa e operativa dell’UE in materia di immigrazione affidandosi a Dio e alla bontà delle proprie ragioni, ma in molti echeggiava un senso di impotenza e cresceva la determinazione a costruire percorsi politici per guadagnare visibilità e per ottenere libertà di circolazione, di mobilità e di vita.

Nel palazzo si rafforzava l’impegno a “mettere in opera una gestione efficiente delle frontiere esterne dell’UE, attraverso la prevenzione e la lotta contro l’immigrazione irregolare, anche per evitare perdite di vite umane di migranti che intraprendono viaggi pericolosi”.

All’aperto, nella strada, a scandire slogan c’erano le madri, i fratelli, gli amici che le vite umane le avevano perse, le avevano viste affondare nei nostri mari, spezzarsi nelle zone di frontiera, nel deserto, nelle carceri e per le “cure” dei militari dei paesi con cui l’Unione Europea si propone di rafforzare la cooperazione per la gestione della migrazione e delle frontiere.

Fuori la lucidità dell’ossimoro “rafforzare le frontiere per evitare perdite umane” produceva rabbia e la determinazione a non lasciare che il silenzio colluda con questi discorsi. E non c’era ideologia, ma una costatazione fatta d’esperienza.

A denunciare i propositi, le pratiche dell’Unione Europea, a ricordare che ai confini dell’Europa sono morte più di 2.350 persone nel 2011 e almeno 800 nel 2013, e oggi, nonostante tutti gli investimenti per pattugliare il mare, continuino a morirne, sono stati i migranti stessi giunti da tutta Europa, per una settimana di mobilitazioni.

Migranti approdati in Europa e europei di nascita – un esiguo migliaio di persone – hanno marciato, dalle 15 alle 22h30 di questo giovedì di giugno per le vie di Bruxelles. Una manifestazione risoluta e instancabile che nella sua estetica esplosiva mostrava la novità dei soggetti che ne prendevano parte: nessun passo cadenzato, ma al contrario una camminata a buon passo, nessuna distanza rispettata tra i moltissimi striscioni, scritti in lingue diverse e caoticamente retti dalle braccia del corteo, indipendentemente dalle appartenenze d’origine.

Inutili i tentativi di dare una forma più classica a questo esprimersi: un corteo, di tante cose da dire e da urlare impazientemente, che avanzava compatto, fitto, con ritmi diversi che si sommavano, amplificando il rumore e l’energia.

Solo i cavalli di Frisia e il filo spinato che proteggevano il Consiglio hanno interrotto il passo dei manifestanti. Ostacoli carichi di un potente significato simbolico quando le istanze della rivendicazione sono l’immigrazione e il diritto di circolazione. Il filo spinato richiama alla mente frontiere: una ragazza lo tocca incredula, ignara che si tratti di una normale pratica della polizia belga e dice “c’est du vrai” (è vero), alla sua destra un ragazzo le mostra le cicatrici sul viso e le dice “questo era ancora più vero”.

In rue de la Loi, nella città nella quale si decidono e vengono stanziati finanziamenti per impedire ai migranti di bruciare le frontiere della fortezza europea, a 400 metri gli uni dagli altri, i rappresentanti europei e i rifugiati e migranti che abitano l’Europa discutono di Frontex e del nuovo sistema europeo di sorveglianza delle frontiere EUROSUR, risvegliando due immaginari diversi: da una parte, si richiamano i rischi, le morti, l’impossibilità di fuggire da guerre e dall’altra, la fredda cinica capacità di controllo e di sorveglianza alle proprie frontiere esterne. Qualche lobby dietro gli specchi si sfrega le mani calcolando interessi finanziari e possibilità d’investimento. (Frontex è stata l’agenzia che ha visto moltiplicare il suo budjet in maniera sproporzionata – si parla di cifre intorno ai 90 milioni di euro annuali e gli investimenti per droni e radar portano cifre da capogiro).

Claire Rodier ne ha scritto un libro : Xénophobie Business, nel quale si domanda, con un’analisi rigorosa, quali razionalità, motivazioni e interessi vi siano nel rafforzamento dei controlli migratori.

In questo faccia a faccia immaginario, il corteo chiede all’Europa di fermare la vergogna delle espulsioni e dei centri di trattenimento per migranti, richiama all’accoglienza, alla dignità e ai diritti umani, critica e rigetta le convenzioni di Dublino e domanda senza compromessi, il diritto, di cui solo l’uomo occidentale è detentore, di scegliere dove vivere.

Questa manifestazione è stata la tappa finale di una settimana di mobilitazione, che ha portato collettivi, gruppi e singoli a incontrarsi e costruire un percorso di lotta comune, per rivendicare il diritto alla mobilità in tutta Europa, la regolarizzazione di tutti e il diritto di circolazione.

Alcuni dei partecipanti erano insieme già dal 18 di maggio quando sono partiti da Strasburgo per raggiungere Bruxelles, a piedi, passando le frontiere tedesche, francesi, del Lussemburgo e del Belgio. Questa settantina di persone, a cui se ne aggiungevano di nuove, per una tappa, magari per alcuni giorni, ha dato vita a una marcia per la libertà, che portava visibilità ai contenuti della mobilitazione nei piccoli centri abitati attraversati.

Altri, come i sans-papiers di Parigi, hanno attraversato le frontiere in pullman, forti della legittimità che si sono guadagnati con le loro battaglie quotidiane. Più accidentato il viaggio dei migranti provenienti dall’Italia: dei due pulman partiti da Torino in un clima di entusiasmo, solo uno ha varcato la frontiera, nonostante tutti fossero in possesso di un regolare permesso di soggiorno (ma non di un passaporto). Per la metà di loro disillusione, tristezza e rabbia per l’appuntamento atteso e negato, la frustrazione, non nuova, di non poter essere liberi di andare in uno Stato diverso da quello in cui è loro imposto di vivere, ma anche appuntamenti con fratelli, cugini e amici da annullare.

Circa 400 migranti provenienti dalla Svizzera, dall’Olanda, dal Belgio, da molte città della Germania, ognuno con la sua determinazione, con ostacoli diversi da superare, sono riusciti a riunirsi in un accampamento al Parco Maximilien dal 20 al 27 giugno.

La scelta del luogo rispondeva alla volontà di occupare uno spazio simbolico di fronte all’ufficio degli stranieri, diventando una sorta di presidio permanente e impotente davanti all’istituzione che dispone ogni giorno l’allontanamento dei migranti irregolari.

L’accampamento a cielo aperto, ai margini della città, a due passi dalla Gare du Nord, dal quartiere a luci rosse, dai comuni popolari e scorgibile da dietro le vetrate dei grattacieli degli uffici circostanti dell’Espace Nord, si è rivelato un cantiere di discussione e assemblea, ma anche di convivialità e di condivisione di consigli e informazioni, in cui le frontiere e le appartenenze erano fluide: assemblee in francese, inglese e arabo, dialoghi che cominciavano in una lingua e si perdevano in molte altre, persone che avevano vissuto in paesi diversi, con reti e amicizie incuranti dei confini.

In questa faticosa settimana sono emerse le concrete difficoltà dell’organizzazione di una mobilitazione di migranti. Le strategie e le pratiche sono ancora da rafforzare e costruire e le incomprensioni, i timori di essere strumentalizzati e l’ambiguo rapporto tra sostegno, solidarietà e lotta comune si sono rivelate questioni non marginali.

Le realtà che hanno animato l’accampamento – dalle correnti anarchiche, al sindacalismo di base, così come i collettivi di sans-papiers – hanno accettato la sfida, affrontando i sospetti, la preoccupazione per la violenza con i rischi che comporta per i non-cittadini e la paura dell’inefficienza delle proprie azioni, dando vita a un’esperienza di una potente intensità. Tra dibattiti appassionati e rischi di frammentazione, le tensioni e i conflitti si sono eclissati davanti alla determinazione energica e “tosta” del movimento, capace di mediare e superare le divergenze, per degli obiettivi comuni.

Durante la settimana si sono susseguiti così momenti di mobilitazione, assemblee e azioni politiche, lunghe attraversate della città per raggiungere obiettivi strategici: l’ambasciata della Germania e dell’Olanda, per protestare contro le espulsioni dei migranti dalle strutture occupate che li ospitano, e l’ambasciata italiana, riconosciuta come la porta d’entrata in Europa.

Oltre all’entusiasmo e alla fatica, il peso psicologico dei temi mobilitati non è stato trascurabile, in particolare quando un uomo, stanco di diritti e richieste inascoltati e di cari dispersi in mare, ha tentato di immolarsi dandosi fuoco.

Un gesto estremo e limite, una messa in scena della sofferenza subita, che mostra lo sconforto e come alcuni possano arrivare a orientare la violenza contro sé stessi, testimoniando indirettamente come la violenza degli Stati sia ancora più forte e capace di spingere gli individui a dei tali atti: scioperi della fame, presidi in situazioni pericolose sui tetti, sulle gru, sulle torri, atti di autolesionismo sono infatti rappresentazioni non rare di una categoria che subisce quotidianamente ingiustizie e violenza, e che ha scarsi margini di manovra, di contrattazione, di ascolto e di cattura dell’attenzione mediatica. Nella stesse ore, per esempio, i migranti e rifugiati di Berlino minacciavano, sul tetto della scuola occupata in via di sgombero, di buttarsi giù.

A Bruxelles, quello che però si è costruito è stato il tentativo di dar forma alle proprie rivendicazioni in maniera collettiva, dar risonanza alle situazioni vissute localmente e alle proprie esperienze individuali, arricchire le proprie lotte, creare reti di solidarità e supporto e ancora immaginare di crescere come una forza capace di scalfire i muri delle istituzioni e portare alla luce la contrarietà alle politiche migratorie, presentate sovente come necessarie.

Un appuntamento che non ha ottenuto particolare visibilità ma che ha rafforzato il movimento stesso, con un effetto catartico e una presa di coscienza sul fatto che valga la pena unire le forze, investirsi a livello locale ma anche affermarsi e rendersi visibili a livello europeo. Il tutto si è concluso con il rilancio di una data vicina: ottobre a Roma.

Per approfondimenti

Questo articolo è stato pubblicato su Inchiesta online il 6 luglio 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

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