Ben oltre lo sfruttamento: lavorare da migranti in agricoltura / 1

Le arance di Rosarnodi Domenico Perrotta

Lo scorso settembre, la tv francese France 2 ha mandato in onda un’inchiesta, dal titolo “Les récoltes de la honte”, sulle condizioni di lavoro e di vita dei braccianti stranieri impiegati in Puglia nella coltivazione e lavorazione di broccoli e pomodori venduti dalle catene di supermercati francesi, come Auchan, Carrefour e Leclerc. Gli autori del documentario – che ha approfondito le condizioni dei lavoratori anche in Camerun e Guinea Conakry – mostravano ai consumatori francesi che i prezzi bassi dei prodotti alimentari sono possibili grazie ai bassissimi salari corrisposti a quei lavoratori.

L’inchiesta francese non è un caso isolato: in altri Paesi europei fanno notizia le condizioni dei migranti occupati nell’agricoltura nel Sud Italia. Il caporalato e gli abusi sui raccoglitori di pomodori in Puglia sono stati oggetto di una campagna di denuncia anche sui media norvegesi, tanto da spingere sindacati e catene di supermercati di quel Paese a chiedere un incontro, tenutosi lo scorso ottobre, a sindacati e associazioni di produttori agricoli italiani, per promuovere «standard etici».

E in Gran Bretagna, ma non solo, avevano fatto molto discutere due inchieste del mensile «The Ecologist»: la prima, nell’agosto 2011, descriveva la filiera dei pelati che, raccolti in Basilicata da braccianti africani e trasformati da aziende quali Conserve Italia e La Doria, arrivano ai supermercati britannici (Sainsbury’s, Waitrose, Tesco, Morrison’s); la seconda, del febbraio 2012, raccontava la situazione di Rosarno e interpellava direttamente la Coca Cola per conoscere i prezzi ai quali la Fanta acquista le arance dai commercianti calabresi.

Ecco l’immagine dell’agricoltura italiana che si sta diffondendo in Europa

Queste inchieste descrivono una realtà fatta di sfruttamento lavorativo ai limiti della schiavitù, condizioni abitative drammatiche nei casolari abbandonati e nei «ghetti», lavoro nero o grigio, caporalato, aziende agricole in difficoltà, strozzate dai prezzi imposti dalle catene della grande distribuzione. Questa è l’immagine dell’agricoltura italiana, soprattutto meridionale, che si sta diffondendo in Europa. Una situazione non certo sconosciuta in Italia. È dai primi anni Settanta che braccianti stranieri sono impiegati nelle campagne del Sud (i primi furono i tunisini in Sicilia); migranti provenienti dal Maghreb, dall’Africa sub-sahariana e poi dall’Est Europa (con il caso, più particolare, dei sikh indiani impiegati nell’allevamento) si sono man mano affiancati, e in alcune mansioni sostituiti, agli italiani, da Sud a Nord. Dopo la grande emozione suscitata dall’uccisione del rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo nel casertano nel 1989 e dal rogo, nel 1994, del «ghetto di Villa Literno», uno dei primi grossi insediamenti di braccianti africani nelle campagne del Sud, c’è però stato un lungo periodo di silenzio, durato una decina d’anni. Una disattenzione cui hanno posto fine le inchieste di Medici Senza Frontiere nel 2004 (I frutti dell’ipocrisia) e nel 2007 (Una stagione all’inferno), l’articolo di Fabrizio Gatti su «l’Espresso» nel 2006 (Io, schiavo in Puglia) e il libro di Alessandro Leogrande sulle violenze subite dai braccianti polacchi in Capitanata da parte dei caporali (Uomini e caporali, Mondadori, 2008).

Negli ultimi anni, e soprattutto dopo la «rivolta di Rosarno» del gennaio 2010 e lo sciopero dei braccianti africani di Nardò (Lecce) dell’agosto 2011, giornali, televisioni e siti internet dedicano spesso articoli e inchieste a questi temi, con titoli quali Gli schiavi dei pomodori senza tetto né legge («La Stampa», 3.8.2010); Rosarno, gli africani schiavi della ‘ndrangheta («Corriere della Sera», 7.12.2011), Così vivono ottocento forzati della terra (Le inchieste di «Repubblica», 3.6.2013), Inferno Rosarno («il manifesto», 27.10.2013). E poi indagini sindacali (come Agromafie e caporalato, Flai-Cgil, 2013) e di importanti Ong (Volevamo braccia e sono arrivati uomini. Sfruttamento lavorativo dei braccianti agricoli migranti in Italia, Amnesty International, 2012) e gli studi più recenti compiuti da diversi ricercatori accademici.

Non si può sostenere che il problema sia sconosciuto alla politica, all’opinione pubblica, alle associazioni, al sindacato. Anzi. Al di là di denunce più o meno circostanziate, però, mi pare che poche pubblicazioni abbiano descritto la questione nella sua complessità e ancor meno abbiano indicato proposte concrete per affrontare tale situazione.

Ma attenzione, l’agricoltura che utilizza manodopera migrante non è povera e arretrata

La questione delle condizioni di vita e di lavoro dei «nuovi braccianti» nelle campagne del Mezzogiorno – e non solo, come vedremo – può essere affrontata solo se si tengono presente contemporaneamente almeno cinque temi: le politiche sull’immigrazione, le caratteristiche delle filiere agricole, le condizioni abitative dei braccianti stagionali, il collocamento, la crisi economica generale.

Cominciamo dalle leggi sull’immigrazione: finché le politiche italiane mireranno a governare le migrazioni in maniera puramente restrittiva e senza istituire meccanismi di reclutamento legali efficaci, con la conseguenza di rendere debole e precaria la posizione dei lavoratori non italiani, le condizioni di questi difficilmente miglioreranno, nelle campagne come altrove. I migranti privi di permesso di soggiorno sono certo i più vulnerabili, ma anche i «regolari» sono estremamente ricattabili e a volte lavorano in agricoltura in nero per poi pagarsi un permesso di soggiorno presso datori di lavoro di altri settori e in altre regioni italiane. Un altro effetto paradossale è poi dovuto alla presenza di alcuni tra i più grossi centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) italiani a ridosso delle aree del Mezzogiorno nelle quali più c’è richiesta di manodopera: è così che migranti africani sopravvissuti al Sahara e alla traversata del Mediterraneo, dopo aver fatto richiesta di protezione internazionale a Lampedusa e dopo essere stati ospitati per qualche mese a Bari Palese o a Borgo Mezzanone, a Mineo o a Crotone, finiscono direttamente nei «ghetti», a chiedere lavoro ai caporali. Tuttavia, le politiche migratorie italiane non spiegano tutto. Nelle campagne meridionali, cittadini neocomunitari – oggi soprattutto rumeni e bulgari – spesso vivono nelle stesse condizioni e percepiscono gli stessi salari dei non comunitari, nonostante la loro mobilità sia quasi del tutto libera da vincoli. È necessario quindi analizzare altri aspetti del problema.

È indispensabile studiare a fondo l’agricoltura: quella che utilizza manodopera migrante non è povera e arretrata. Si tratta invece di produzioni e filiere profondamente inserite nei mercati nazionali e internazionali e diffuse nelle pianure costiere dell’Italia meridionale: il casertano e la Piana del Sele in Campania; le piane di Sibari e Gioia Tauro in Calabria; il siracusano, il ragusano e il trapanese in Sicilia; la Piana di Metaponto e la zona dell’Alto Bradano in Basilicata; la Capitanata, il Nord Barese e la zona di Nardò in Puglia. Ciascuno di questi territori presenta delle specificità: ad esempio, vi sono delle differenze rilevanti tra le aree nelle quali si è sviluppata una importante agricoltura in serra, e che quindi richiedono manodopera per quasi tutto l’anno, come il ragusano o la Piana del Sele, e quelle in cui il picco della domanda di manodopera si verifica nei periodi delle «grandi raccolte», come nel caso degli agrumi in Calabria, delle patate nel siracusano o delle angurie a Nardò. Altri territori hanno caratteristiche miste: nel foggiano, ad esempio, in agosto la raccolta del pomodoro da industria richiama migliaia di braccianti, mentre nel resto dell’anno sono altre coltivazioni (broccoli, finocchi, oliveti, vigneti) a dare impiego a un gran numero di stranieri. Ovunque, però, gli imprenditori agricoli (e non solo meridionali) ripetono: «non possiamo pagare ai braccianti il salario previsto dai contratti provinciali, perché i prezzi dei nostri prodotti si abbassano e saremmo fuori dal mercato; il lavoro è l’unico costo che possiamo comprimere, mentre aumentano il gasolio, i concimi, le piantine».

La presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi, insomma, ha consentito a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata, causata in definitiva dalla competizione internazionale dovuta alla liberalizzazione dei mercati dei prodotti agricoli. Naturalmente, vi è una grande differenza tra piccole e grandi aziende: le prime hanno difficoltà maggiori e spesso chiudono o restano inattive (secondo il censimento dell’agricoltura del 2010, in dieci anni si è verificata una diminuzione delle aziende agricole e zootecniche attive del 32,3% e la dimensione media aziendale è cresciuta del 44,4%). In generale, sembra che le filiere agricole meridionali siano meno attrezzate rispetto a quelle di altri territori – ad esempio l’Emilia o il Piemonte – per affrontare la concorrenza e quindi ricorrano maggiormente al lavoro nero e grigio. E questo soprattutto in aree caratterizzate da «monocoltura», dove, cioè, per gli agricoltori è più difficile cambiare produzione, come nel caso delle arance della Piana di Gioia Tauro. Tuttavia, anche filiere apparentemente meno a rischio sono sottoposte a grosse pressioni.

Il grande problema abitativo è legato in maniera strettissima a quello del caporalato

Una terza questione – forse la più visibile e che ha dato luogo al maggior numero di denunce – riguarda le condizioni abitative dei braccianti, soprattutto stagionali. Nel loro peregrinare per le regioni meridionali (ma anche in alcune zone del Nord) seguendo la domanda di lavoro, essi trovano riparo in casolari abbandonati, in grandi «ghetti» o, al meglio, in centri di accoglienza più o meno militarizzati e destinati ai soli regolari. Poche amministrazioni locali si sono poste il problema del diritto all’abitazione per lavoratori stagionali che contribuiscono alle produzioni agricole del territorio; più spesso, laddove non si verifichino casi di vero e proprio «razzismo istituzionale», si interviene nell’ottica dell’«emergenza umanitaria» per affrontare una questione che è invece strutturale e ricorrente. Il problema non è soltanto che i braccianti vivono in abitazioni senza luce, acqua, letti e tetti adeguati, ma anche che essi si trovano per lunghe settimane in una situazione di vera e propria segregazione: lontani dai centri abitati, isolati fisicamente e socialmente, alla mercé dei caporali, che invece conoscono bene il terreno e hanno costruito legami forti con aziende e segmenti delle società locali. Una segregazione che è a volte causa di morte, come nel caso di Dominic Man Addiah, liberiano, morto di freddo nella propria auto lo scorso novembre, dopo che gli era stato rifiutato l’accesso alla tendopoli allestita per i raccoglitori di agrumi dal comune di San Ferdinando nella Piana di Gioia Tauro, o in quello di Ousmane Diallo, senegalese, impiegato nella raccolta delle olive a Campobello di Mazara (Trapani) e morto in ottobre a seguito dello scoppio di un fornelletto da campeggio nel ghetto in cui aveva trovato riparo con altri ottocento lavoratori.

Il problema abitativo è legato in maniera strettissima a quello del caporalato, cioè del collocamento. Talvolta descritti come gli unici responsabili della situazione, violenti, schiavisti e mafiosi, i caporali – spesso connazionali dei braccianti – sono certo figure odiose; tuttavia, non sono la causa prima di queste forme di lavoro semi-coatto, dovute piuttosto alle leggi sull’immigrazione e in generale a un mercato dell’impiego nel quale i cittadini di origine straniera sono particolarmente vulnerabili e precarizzati. Non a caso, molti braccianti vedono i caporali come figure da rispettare, indispensabili per potersi muovere e trovare un impiego nelle campagne del Sud. Essi, inoltre, sono estremamente efficienti nel fornire servizi agli imprenditori, tanto che, nonostante rappresenti, dal 2011, un reato penale, il caporalato detiene oggi nel Mezzogiorno un monopolio nell’attività di mediazione che non viene sfidato da nessun attore pubblico o privato: i caporali, insomma, hanno un ampio spazio d’azione in quanto si inseriscono nel vuoto che c’è tra datori di lavoro e braccianti.

Continua

Questo articolo è stato pubblicato su Il Mulino 1/14 il 25 febbraio 2014

Autore dell'articolo: Amministratore

2 commenti su “Ben oltre lo sfruttamento: lavorare da migranti in agricoltura / 1

    Gianni Sartori

    (28 Maggio 2014 - 20:21)

    FRONTIERE DA VARCARE
    (Gianni Sartori)
    Tijuana come Lampedusa. Emblema della linea che separa i sommersi dai salvati, la frontiera.
    Ufficialmente circa 3000 all’anno, ma probabilmente molte di più le donne latino-americane scomparse nel nulla alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. A Tijuana una misteriosa “industria dei video pornografici” realizza DVD con immagini di violenza sulle donne. Un’imprenditoria mafiosa che trae profitto dalla spettacolarizzazione e mercificazione della violenza. Marketing che si mescola con il sadismo. Ne ha parlato Azzurra Carpo nel suo Romanzo di frontiera (Ed. Albatros), senza concedere nulla ai particolari raccapriccianti talvolta evocati da inchieste e trasmissioni televisive.
    “Ho avuto la fortuna di crescere sulle frontiere -racconta l’autrice- ero migrante già da bambina, in Perù, in Brasile, dove i miei genitori lavoravano con la cooperazione internazionale”. Anche se, precisa “migrando dal Nord al Sud ho viaggiato con il tappetto rosso”. Accolta, non additata. Ha incontrato persone che “attraversavano le frontiere come i personaggi di questo libro, conoscevano i nomi dell’esclusione, dell’embargo, i muri e i limiti della nostra società”. In anni recenti, la giovane scrittrice ha studiato al confine tra Usa e Messico potendo “conoscere i due lati della frontiera – da El Paso a Ciudad Juarez, da San Diego a Tijuana – dove nessuno sa immaginare il futuro, ma scorre l’adrenalina della speranza”. Un aspetto affascinante, l’”ibridismo linguistico e gergale”. Il migrante apprende le parole essenziali, per poter sopravvivere e farsi riconoscere come essere umano.
    A livello globale la principale vittima resta la donna. Nei conflitti, quella contro le donne è guerra aperta e lo stupro – in Bosnia, in Congo, in Kurdistan o in Libia – viene usato come arma.
    Una strategia, denuncia l’autrice “per distruggere il cuore del nemico, degradando simbolicamente il corpo della donna”. Così nelle frontiere, dove il corpo della donna migrante è il più vulnerabile, il più esposto allo sfruttamento, al traffico clandestino, alla morte. Lungo il Muro della vergogna che separa Messico e Stati Uniti, ogni notte migliaia di donne come la protagonista Leonor “devono gettare il loro corpo al di là della barriera per poi andare a riprenderselo”. E non è scontato che possano ritrovarlo. La maggior parte dei migranti che raggiungono Tijuana proviene dall’America centrale. Sono guatemaltechi, salvadoregni, cubani. Senza documenti, cercano di racimolare il denaro necessario per pagare i trafficanti lavorando in fabbriche dalle condizioni durissime. Il trafficante (il coyote) conosce i punti in cui è possibile passare, superare muri e fili spinati. Accompagna i migranti per qualche chilometro e poi si devono arrangiare. Nel deserto, molti non sopravvivono alla disidratazione o al freddo. Altri soccombono a causa di serpenti e scorpioni.
    Per l’autrice ognuno di noi dovrebbe “aggiustare il mondo con quello che sa fare, sporcarsi le mani con allegria e umiltà perché questo sprigiona energie positive”. Uno dei protagonisti di Romanzo di frontiera, Ben, sfida l’embargo per affinare le corde dei vecchi pianoforti cubani. Perché “accordare un piano è un po’ aggiustare il mondo, aprendo fessure nelle frontiere”. Anche in quelle dell’ideologia o del razzismo.
    Gianni Sartori

    […] (Prima parte) di Domenico Perrotta […]

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