Laura Boldrini: l’odio non serve, meglio concentrarsi su Costituzione e democrazia

Laura Boldrini - Foto di Giorgio Montersino
Laura Boldrini - Foto di Giorgio Montersino
di Nunzia Catena

Una persona rara: con testa, cuore e passione, così mi è apparsa nei giorni scorsi Laura Boldrini con il suo discorso alla stazione di Bologna per la strage del due agosto. E deve essere stato così anche per tutti i partecipanti alla manifestazione se è vero che hanno applaudito costantemente e lungamente. Ieri, il lutto che si ripete da trentatré anni, per la prima volta nella mia memoria, è stato un vero lutto, profondo nel suo significato di perdita di vite umane, profondo nel senso di ciò che viene dopo ogni tragedia.

Ci si aspettava da tempo, come per ogni lutto, prima di tutto, parole di rispetto della morte e della vita, che non sono mai arrivate fino a ieri. Per una strage come questa di Bologna, e per le altre che la Boldrini ha giustamente e con forza ricordato, si attendevano risposte a domande con frasi ed atti di serietà istituzionale. A cominciare da come continuare a cercare la verità e tenerla stretta nella memoria del nostro Paese, per i più giovani, ha detto Lei, per tutti quelli che non possono dimenticare, dico io.

Boldrini ha detto molte cose, ha parlato di mandanti delle stragi da trovare, ma anche di come non si può denigrare chi non riesce ad affidarsi e credere nelle istituzioni che non funzionano, che non ci rappresentano. Lei stessa si è detta in una qualche difficoltà nel suo ruolo di rappresentante istituzionale a cui però, evidentemente, non ha voluto sottrarre un confronto reale con un’intera città colpita. La sua personale vicinanza è diventata la personale vicinanza dello Stato, per una volta.

Ieri l’intervento della Boldrini ha steso tra la gente il filo di assenso e di emozione, ed erano moltissimi gli sguardi che si sono incrociavano a chiedere conferma di quel sentire, e pochi, credo forse nessuno, si è sentito solo. Ma quello che è successo ieri, e che tutti abbiamo capito, è che, al di là di tutto il suo bellissimo discorso, la Boldrini ci ha mostrato che ci sono ancora persone vere che fanno politica e quelle che vogliono stare in Parlamento per non pagare le proprie malefatte. E che le prime possono fare la differenza.

E nonostante tutto la Boldrini ci ha chiesto di non cadere nella trappola dell’odio, perché è l’odio che porta a vie senza uscite. È difficile non odiare, visti gli esempi; chi ha rubato, ingannato, ucciso e sta portando un intero popolo alla miseria vuole continuare a farlo impunemente, come si fa a far finta di niente? Quando oltretutto arrivano le dichiarazioni di Bondi che invita ad una guerra civile per una condanna a Berlusconi!

Eppure è vero, l’odio non serve, allora vigiliamo e difendiamo la nostra Costituzione, la nostra democrazia, difendiamoci, ma con la ragione, con la forza del sapere. Grazie Laura Boldrini, sono certa che molti ieri hanno pensato che è come Lei che vorremmo i nostri politici, magari come Lei vorremmo anche il nostro prossimo Presidente della Repubblica.

Autore dell'articolo: Amministratore

1 commento su “Laura Boldrini: l’odio non serve, meglio concentrarsi su Costituzione e democrazia

    Gianni Sartori

    (26 Giugno 2014 - 14:41)

    Un contributo dal passato, ciao
    GS

    UN INCONTRO CON LAURA BOLDRINI PORTAVOCE DELL’ “ALTO COMMISSARIATO DELLE NAZIONI UNITE PER I RIFUGIATI” (UNHCR)

    (Gianni Sartori – giugno 2009)

    D.Potrebbe spiegare cos’è l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)?
    R. E’ l’agenzia dell’Onu che si occupa di chi fugge da guerre e persecuzioni. Nata nel 1950, avrebbe dovuto dedicarsi alle vittime della seconda guerra mondiale e poi chiudere. Purtroppo quella dei rifugiati rimane ancora una ferita aperta, ben lontana dal dirsi risolta. L’UNHCR lavora in 116 paesi con uno staff di 6.200 persone. Naturalmente i suoi compiti non sono ovunque gli stessi. Se in Afghanistan ci preoccupiamo di fornire assistenza materiale e alloggio ai rifugiati, in Italia ci dedichiamo soprattutto alla tutela di richiedenti asilo e rifugiati attraverso una costante collaborazione con governo ed enti locali. Siamo presenti nelle Commissioni Territoriali per il Diritto d’Asilo che esaminano le domande d’asilo. Inoltre, attraverso l’informazione dell’opinione pubblica, siamo impegnati nel contrastare la xenobia e l’intolleranza.

    D.Qual’è il vostro giudizio sulle Commissioni territoriali? Sono adeguatamente preparate? Cosa può dirci sulle possibilità dei rifugiati di essere riconosciuti nel nostro paese?
    R. Attualmente le Commissioni Territoriali sono quindici, composte da vari soggetti istituzionali (un prefetto, un funzionario di polizia, un esponente degli enti locali e uno dell’UNHCR) con il compito di ascoltare i rifugiati. Le domande vengono vagliate e la risposta, oltre al diniego, può essere la concessione dello status di rifugiato, la protezione umanitaria o la protezione sussidiaria (in caso di malattia ad esempio). Anche in questi due casi non può essere respinto in quanto la sua vita sarebbe in pericolo. In Italia la percentuale di concessione della protezione (status, protezione umanitaria, protezione sussidiaria) è buona, intorno al 50%, soprattutto se confrontata con quelle di altri paesi europei. Proprio oggi (16 giugno) è uscito il Rapporto statistico e possiamo vedere come in Grecia sia meno dell’1%, in Spagna sul 10,8%, in Francia attorno al 30%.
    Va anche ricordato che in Italia i rifugiati sono pochi, circa 47mila, mentre in Francia sono 150mila, in Gran Bretagna 300mila, in Germania 580mila. Buona parte dei rifugiati in Italia provengono dal Corno d’Africa (Eritrei, Somali), dall’Afghanistan o dall’Iraq. Nell’ultimo periodo, le domande di asilo in Italia sono aumentate. Erano 14mila nel 2007, 30mila nel 2008.
    Nel complesso il nostro giudizio sulle Commissioni Territoriali è positivo. Non solo rispetto alla situazione precedente, ma anche in generale.

    D.Recentemente a Milano le proteste di alcuni rifugiati, soprattutto eritrei, sono state represse dalla polizia. Ci sono stati altri episodi del genere?
    R. Quello di Milano non è stato un caso isolato. Si tratta di persone a cui comunque era stato riconosciuto lo status di rifugiato o la protezione internazionale, ma che vivevano in condizioni di grande disagio. Ragion per cui nascono le occupazioni di case e i successivi sgomberi. Una dimostrazione di quanto siano carenti (anche per le risorse limitate) i percorsi di integrazione che spesso tagliano fuori una buona fetta di coloro che ne avrebbe diritto. I rifugiati non chiedono assistenza, ma la possibilità di un percorso verso l’autosufficienza.
    Quello dell’integrazione è oggi l’anello debole della legislazione sull’asilo, mentre dovrebbe essere fondamentale.

    D. E riguardo ai ricorrenti “respingimenti” (che Curzio Maltese ha definito “parola orrenda”) dei barconi provenienti dalla Libia?

    R. La maggior parte degli irregolari in Italia entra con un regolare visto oppure sono persone che prima avevano un lavoro e poi lo hanno perso e in base alla Legge Bossi-Fini sono diventati irregolari. Sbagliato quindi accanirsi contro quel 15% che viene via mare.
    Lo scorso anno gran parte di questi (il 75%) erano richiedenti asilo e al 50% veniva riconosciuta una forma di protezione. Da questi elementi derivano le nostre preoccupazioni.

    D Qualche dato sulla provenienza dei richiedenti asilo, in particolare da quelle nazioni in cui sono in atto conflitti, a bassa o alta intensità?
    R. I dati ufficiali per il 2008 della Commissione nazionale in base alle richieste di asilo presentate ci dicono che 5300 richiedenti asilo provenivano dalla Nigeria, 4500 dalla Somalia; 2800 dall’Eritrea; 2000 dall’Afghanistan; 1850 dalla Costa d’Avorio; 1700 dal Ghana; 1400 dal Bangladesh; 920 dal Pakistan; 830 dal Togo; 800 dall’Iraq.

    D. I CPT sono stati sostituiti dai CIE dove le condizioni di vita sono molto dure con conseguenze a volte tragiche. Una sua considerazione in proposito…
    R. Si tratta di centri detentivi che sviluppano le dinamiche caratteristiche delle carceri. Oltretutto con persone che non si sono macchiate di qualche crimine. Esservi rinchiuso diventa allora ancora più frustrante, soprattutto sapendo di doversene andare.
    Al momento nella legislazione ci sono delle disfunzioni che favoriscono l’irregolarità o con facilità espongono un migrante a diventare irregolare. La “Bossi-Fini” pretende che una persona venga assunta senza essere stata incontrata dal datore di lavoro, su chiamata dall’estero. Questo meccanismo crea facilmente una situazione di illegalità, sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Gli italiani preferiscono assumere persone con cui hanno potuto parlare e che ispirano fiducia, anche se irregolari, piuttosto che prendere qualcuno a scatola chiusa. Oggi come oggi, per un immigrato finire in un CIE non è difficile.

    Gianni Sartori (giugno 2009)

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