Mobilità - Foto di iMec, giornale metalmeccanico

Auto, navi, treni: dalle crisi industriali al bisogno di un progetto di mobilità diversa

di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil

Viviamo in un paese un po’ strano. Abbiamo città ingorgate, inquinate, con un trasporto pubblico carente e un po’ vecchio, ma delle due industrie italiane che possono produrre autobus, una – Irisbus – è già stata chiusa dalla Fiat e l’altra – Breda Menarini – è a rischio perché la proprietà – Finmeccanica – non si sa che ne voglia fare. Così, quando le regioni e i comuni saranno costretti a comperare nuovi autobus (anche per evitare le sanzioni dell’Europa) dovranno farlo all’estero, mentre i lavoratori italiani del settore restano per strada.

Abbiamo un trasporto ferroviario tutto centrato sull’alta velocità – per cui uscire da quelle poche tratte trasforma il viaggio in un calvario – e anziché sviluppare il trasporto su rotaia soprattutto sulle tratte dei pendolari e incrementare quello delle merci, si continuano a gettare risorse per opere inutili e dannose come la Tav in Val di Susa. Mentre Finmeccanica, intenzionata a puntare tutto sul comparto militare, sembra voler vendere le produzioni ferroviarie di Ansaldo Breda. Abbiamo poi dei cantieri navali importanti per storia e capacità professionali che restano sottoutilizzati – con continui ricorsi alla cassa integrazione e ricorrenti voci di dismissioni – mentre avemmo bisogno di rinnovare le flotte di traghetti – anziché privatizzarne la gestione -, sviluppare il trasporto delle merci sulle tanto evocate (ma sempre rinviate) autostrade del mare per decongestionare le strade d’asfalto e investire sull’offshore in chiave di risparmio energetico.

E, poi, c’è il nodo-automobile, con la Fiat che taglia produzioni parallelamente all’occupazione e ai diritti di lavoratrici e lavoratori, con ripercussioni su tutta la componentistica, perché le poche fabbriche dell’indotto che oggi lavorano in Italia sono quelle che forniscono i marchi stranieri, tedeschi in particolare. Vent’anni fa Fiat e Volkswagen stavano sullo stesso piano, ma in questo lasso di tempo i tedeschi hanno deciso di innovare, espandersi e allargando la gamma sono in grado di produrre dall’auto piccola a quella grande; e oggi, loro che sono competitivi, progettano una trasformazione di senso, passando dal semplice e tradizionale obiettivo di vendere più automobili possibili alla vendita dell’uso delle auto.

Questi esempi, queste realtà ci indicano come la mobilità, il muoversi delle persone e delle merci – che nella globalizzazione è diventato ancor più importante – richiede idee, risorse e azioni coordinate, non serve improvvisare, né affidarsi al mercato. È interesse pubblico – dei lavoratori coinvolti e dei cittadini che usufruiscono di quei prodotti – ripensare la mobilità e concepirla come prodotto. Vuol dire dotarsi di un progetto, concepire un nuovo prodotto – fatto di mezzi di trasporto diversi ma integrati – e saperlo realizzare. E questo ha bisogno di una guida che non può essere che pubblica, e significa non rivolgersi solo alle imprese ma coinvolgere i governi, le università, le scuole, gli enti locali: produttori, progettatori, utenti.

Dovrebbe essere un ragionamento acquisito, persino ovvio, che prende semplicemente atto della realtà per sviluppare una politica industriale che valorizzi ciò che abbiamo e lo indirizzi verso un bene comune, una mobilità più libera e più pulita. Ma per far questo serve una regia e non può che essere pubblica. Prendiamo il caso di Finmeccanica: è il più grande gruppo industriale italiano, ma non ha un piano industriale degno di questo nome, perché è una follia la messa in vendita di tanti pezzi del comparto civile – dall’Ansaldo energia all’Ansaldo Breda – per puntare solo sul militare.

E noi non possiamo permettere che un gruppo così importante, fatto di mestieri e competenze, vada progressivamente verso il suo depotenziamento sprecando la possibilità che le industrie a partecipazione pubblica possano contribuire in maniera decisiva alla soluzione di un problema d’interesse generale come la realizzazione di un piano dei trasporti. Un progetto di nuova mobilità – ma lo stesso discorso potremmo farlo per le energie rinnovabili o per le telecomunicazioni – che non c’è, serve urgentemente e deve essere il cuore di una politica industriale utile ad affrontare e superare la drammatica crisi economica che porta con sé disoccupazione e degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. Per il bene comune, di tutti.

Questo articolo (pdf, 1,35 Kb) è stato pubblicato su iMec – Giornale metalmeccanico del 5 marzo 2013

Autore dell'articolo: Amministratore

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