The First Grader

“The First Grader”: in un film la decolonizzazione e i suoi orrori espliciti e taciuti

di Angelica Erta

“The First Grader” di Justin Chadwick appartiene a quella schiera di film per cui le immagini valgono più delle parole (come recitava lo slogan della settima edizione bolognese di Cinemafrica in cui è stato presentato). Ambientato in Kenya, racconta il Paese attraverso la vicenda vera dell’ex combattente Kimani Nganga Maruge. Nel 2003 il neo eletto presidente Kibaki azzera le tasse scolastiche e 7 milioni di bambini invadono le scuole elementari, oltre un milione in più rispetto all’anno precedente.

Fra questi anche il vecchio guerrigliero dei Mau Mau, talmente testardo per iscriversi a 84 anni, per leggere finalmente che posto gli assegna la sua Repubblica, mezzo secolo dopo l’indipendenza del 63. Il film scava fra gli omissis del processo di decolonizzazione, nelle atrocità compiute dal governo britannico dell’epoca, pronte a deflagrare sullo schermo e nella memoria traumatizzata del protagonista. Di questa Shoah non raccontata chiede giustizia il film, con il linguaggio cruento dei fotogrammi, nello stesso modo in cui Maruge s’intestardisce per leggere la lettera dal suo Kenya, che a decenni di distanza gli riconosce una compensazione.

Prodotta dalla BBC, la pellicola scrive le sentenze che la corte inglese ancora oggi non emette. Del 5 ottobre 2012 il pronunciamento della corte perché, a dispetto del tempo passato, si possa aprire un processo completo, come chiesto dai veterani Mau Mau. All’inizio il governo inglese si era trincerato dietro la decorrenza dei termini – una sorta di prescrizione per i crimini della Storia – per poi sostenere il paradosso che ai tempi della guerra di liberazione il Kenya aveva già una propria amministrazione, per cui non era legittimo fare riferimento al governo britannico per i crimini compiuti nei suoi territori. Una mistificazione insopportabile, come la definizione del governo dell’epoca – “repressione antiterroristica” – che costò la vita a centinaia di migliaia di kukuyu, non solo tra i guerriglieri, ma anche tra i civili morti per le terribili condizioni di vita all’interno dei villaggi protetti e dei campi di detenzione.

L’orrore è sotto i nostri occhi quando il vecchio Maruge trema con la matita in mano, la punta non è “sharp”, e non lo è per mancanza di diligenza, ma per la ferocia dei ricordi. Temperare è risvegliare l’abisso, la punta conficcata nella pelle, nei timpani che esplodono e poi il silenzio. La vita dell’ex guerrigliero si è fermata, crollata al suolo con la moglie a cui l’esercito ha sparato in capo, con i figli ammazzati. Per vivere solo l’oppio del ricordo che gli restituisce le forme sinuose di una ragazza kukuyu.

I collaborazionisti kukuyu – appartenenti alla Home Guard e complici delle atrocità compiute dal governo britannico – e i combattenti Mau Mau (anch’essi reclutati fra il popolo kukuyu) sono gli estremi da rimuovere nello Stato del primo presidente Yomo Kenyatta. È il tempo dell’oblio. Kenyatta, sbattuto in galera ai tempi della rivolta Mau Mau, come loro ispiratore, viene riabilitato negli anni successivi tanto che l’Economist lo presenta come “Our man in Kenya”. Con il primo governo la spartizione della memoria segna anche la spartizione della terra, del potere, del denaro. “Le hanno restituite le terre, ma non a tutti” fa dire il regista all’ex guerrigliero. La corruzione inizia ad essere la piaga del Paese, e l’appartenenza etnica fa gioco nello schema del potere.

La forza della sceneggiatura sta qui, nel riannodare i fili della storia al presente, con il suo mosaico di etnie, affiliazioni e rancori. Non è l’identità della tradizione, quella che piace agli occidentali affascinati dai pastori Masai a dividere il kenya, ma l’appartenenza all’etnia, al clan, come strumento di governance, il legame familistico clientelare che fa lobby. Allora come oggi le differenze fra i partiti non stanno nei programmi, ma nell’etnia degli uomini designati al potere. “Gli avvoltoi” sono l’élite politica corrotta che, dopo l’arrivo dei media occidentali, si reca nella scuola in odore di denaro. Le caramelle ai bambini e le parole sussurrate per comprendere come sfruttare questa nuova visibilità: “Ti hanno dato dei soldi vecchio, e non li vuoi spartire”.

Ma il Kenya raccontato è soprattutto la terra della maestra Jane che combatte contro l’amministrazione per avere più fondi dal governo, con le classi di oltre cinquanta bambini e altrettanti sorrisi. Il Paese dove madri e padri si accalcano dietro i cancelli della scuola l’indomani dell’annuncio del presidente kibaki. Tutti con il certificato di nascita in mano, a sperare di esseri idonei come i migranti italiani in tempo di sanatoria. “Unbelievable” esclama la voce di un cronista radiofonico nei primi minuti del film, “incredibile un presidente che mantiene le promesse”. E al ritmo di questo primo sussulto procede spedito il film, “unbelievable” uno scolaro di 84 anni, “unbelievable” un kenyota alla Casa Bianca (l’ovvio riferimento alle origini di Barack Obama). E così a sorprenderci è l’energia di un popolo che trascina con sé i detriti del suo passato, ma corre, deve correre, più veloce.

Autore dell'articolo: Amministratore

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