Golpe e omissis

Il “golpe” del 1964, il memoriale Moro e la seconda Repubblica: cosa non si è capito (e non si è fatto)

di Sandro Padula

Il 16 luglio del 1964, di primo mattino, s’incontrarono il presidente della Repubblica Segni e il generale dei carabinieri De Lorenzo. Entrambi non vedevano di buon occhio la formula governativa del centro-sinistra e puntavano almeno a diluirne i contenuti programmatici. In occasione della crisi del primo governo guidato da Aldo Moro, una crisi apertasi il 26 giugno di quell’anno, lasciarono intendere che ci fosse nell’aria un colpo di Stato ma si trattava di un bluff.

I carabinieri, da soli e senza neanche l’avallo del governo degli Usa,a quel tempo diretto dal partito democratico, non potevano assolutamente realizzare un golpe. “Il tentativo di colpo di stato nel 64 – spiegò Aldo Moro nel 1978 – ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. (….) Il Presidente Segni ottenne, come voleva, di frenare il corso del centro-sinistra e d’innestare una politica largamente priva di molti elementi essenziali di novità. L’apprestamento militare, caduto l’obiettivo politico che era quello perseguito, fu disdetto dallo stesso Capo dello Stato” (Memoriale di Aldo Moro – La crisi del 1964: il Presidente della Repubblica Segni e il piano del Gen. De Lorenzo; in Comm. Moro, 125; Comm. stragi, II 381-383; Numerazione tematica 1).

L’intera vicenda del “golpe” del 1964 è ricostruita in modo esauriente da Mimmo Franzinelli nel saggio intitolato “Il Piano Solo. I servizi segreti, il centrosinistra e il «golpe» del 1964” (Mondadori, 2010). Questo libro, pur sostenendo l’errata ipotesi secondo cui le Br avrebbero creduto alla “vulgata di sinistra sul colpo di Stato approntato dai carabinieri d’intesa con gli americani” (pagina 227), propone una tesi compatibile con quanto si legge nel Memoriale lasciato da Aldo Moro ai brigatisti, si avvale di una vasta documentazione e finora è riuscito a presentarsi come il miglior libro di storia sull’argomento. Lì viene precisato che il Piano Solo costituì «un’ interpretazione estensiva e autonoma» del «piano di emergenza speciale» architettato dalla polizia nel novembre del 1961 per prevenire delle eventuali violenze di piazza in seguito alla crisi di Berlino.

In caso di «emergenza» il Piano prevedeva l’internamento di 731 persone tra cui molti dirigenti del Pci e della Cgil, intellettuali di sinistra e qualche socialista. Il 16 luglio del 1964 lo stesso De Lorenzo, su spinta del presidente della Repubblica Segni e dopo l’incontro con quest’ultimo, avvisò del “piano di emergenza speciale” alcuni uomini politici fra cui Aldo Moro e il segretario della Dc Mariano Rumor. L’obiettivo politico dei “poteri forti” (Confindustria e Banca d’Italia) e del “tentativo di colpo di stato” di Segni e De Lorenzo era, come minimo, quello di far accantonare le “riforme di struttura” della sinistra del Psi (e quelle ipotizzate dal Pci), un risultato questo che in effetti fu raggiunto il 22 luglio con la formazione e il giuramento al Quirinale del secondo governo organico di centro-sinistra, un Esecutivo ben più moderato del primo ma diretto sempre dallo stesso Aldo Moro e benedetto dagli uomini di Stato degli Usa.

La Cia e i governanti d’Italia sapevano com’erano andate le cose ma nel mondo giornalistico rimase molta confusione. Nella primavera del 1967 Eugenio Scalfari, attraverso il settimanale L’Espresso e avvalendosi anche di un articolo firmato da Lino Jannuzzi, promosse una campagna contro De Lorenzo e Segni sul presunto golpe del 1964 come se ci fosse stato un vero e proprio tentativo di instaurazione di una dittatura militare. La verità storica è invece che già nei primi mesi del 1964 – quindi molto prima della crisi governativa determinatasi il 26 giugno – la Cia (il servizio segreto degli Usa) sapeva che secondo De Lorenzo si sarebbero aperte solo due ipotesi nella situazione politica italiana, quella di un “governo di salvezza nazionale” o quella di un nuovo e più moderato governo Moro di centro-sinistra:

«Premettendo che non è questione di colpo di Stato, De Lorenzo aggiunge che è ora che capi responsabili facciano scelte responsabili. Il governo Moro – dice – non può continuare così: il Paese cadrebbe nelle mani dei comunisti, lui e altri diverrebbero “i soliti esuli”. Questo è il momento della fermezza, finché le forze dell’ordine pubblico, specialmente i carabinieri, possono ancora controllare la situazione. Se scoppiassero disordini, verrebbero affrontati con determinazione, anche a costo di vittime. Secondo De Lorenzo, il ministero in carica dovrebbe cedere il posto a un governo guidato dall’ex primo ministro Leone o dal presidente del Senato Merzagora o dal ministro dell’Interno Taviani, oppure a un “governo di salvezza nazionale” o anche a un nuovo governo Moro, ma con spina dorsale e una linea d’azione ben definita. Deve essere chiaro, a Moro e agli altri leader, che questo è il tempo delle decisioni».

(libera traduzione; Rapporto Cia del 9 marzo 1964 sulle “opinioni dei carabinieri e degli uomini dell’intelligence sulla situazione politica italiana, da pagina 283 a pagina 287 del citato saggio di Mimmo Franzinelli).

De Lorenzo si muoveva in subordine rispetto al Presidente della Repubblica e aveva idee più flessibili e razionali rispetto a quelle, maggiormente a destra ma del tutto metafisiche, di personaggi come l’ex Vicepresidente del Consiglio dei ministri (De Gasperi IV) ed ex Ministro della Difesa (dal 1948 al 1953 nei governi De Gasperi V, VI e VII) Randolfo Pacciardi (1899 – 1991).

Costui, espulso dal partito repubblicano nel dicembre 1963 per aver votato in Parlamento contro il governo di centro-sinistra, nella primavera del 1964 fondò l’Unione Democratica per la Nuova Repubblica e in seguito, nel corso di quello stesso anno, avrebbe desiderato colpire Aldo Moro facendolo uccidere dal tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà, come si legge nella nota 11 del terzo capitolo del famoso libro “La strage di Stato” (Samonà e Savelli, 1970) a sua volta basata su notizie diffuse dalla stampa nel novembre 1967. Oppure, facendo leva sul pacciardiano Peppe Coltellacci abitante nel quartiere romano dell’Eur, avrebbe vanamente auspicato l’organizzazione del sequestro del leader democristiano nel giro di pochi giorni e prima della presentazione in parlamento del secondo governo moroteo, come si legge nell’autobiografia di Stefano Delle Chiaie “L’aquila e il condor” (Sperling & Kupfer, 2012) e in una recensione a quest’ultimo libro firmata su La Repubblica di Scalfari da Silvia Mazzocchi (“Delle Chiaie: ci proposero di rapire Moro nel 1964”, La Repubblica, 29 maggio 2012).

Chiarito che nel 1964, a differenza di quanto può far pensare nel 2012 La Repubblica di Scalfari, le piccole forze reazionarie ruotanti attorno a Peppe Coltellacci e subordinate al signor Pacciardi (opportunamente non citato da tale quotidiano) erano incapaci di intendere e fare le cose, così come di capire le dinamiche politiche allora dettate in Occidente dall’egemonia del partito democratico degli Usa, è opportuno ribadire la validità dell’analisi presente nel Memoriale di Moro circa i problemi politici italiani di quell’anno.

I fatti ancor più illuminanti sull’intera faccenda del presunto “golpe”, di cui Scalfari non ha mai fornito una spiegazione razionale, sono due. Uno quasi contemporaneo e l’altro successivo di circa 17 mesi. Il primo porta la data del 30 luglio 1964 ed afferisce alla circostanza per cui, nella presentazione del nuovo governo alla Camera dei Deputati, Moro rese “omaggio alla serena imparzialità, alla saggezza e all’assoluta correttezza costituzionale con cui il presidente Segni ha guidato il corso della crisi di governo” (“Omaggio a Segni per la sua serena imparzialità” di Fausto De Luca, La Stampa, 31 luglio 1964), cioè disse l’opposto di quanto sul medesimo tema affermò nel suo Memoriale di 14 anni dopo.

Il secondo invece avviene nel dicembre 1965, quando De Lorenzo – in precedenza sempre ammirato dal Pci di Togliatti (morto il 21 agosto 1964) solo perché era stato un partigiano bianco della lotta contro il nazifascismo – fu promosso capo di stato maggiore dell’Esercito dal secondo governo Moro e su proposta di Andreotti appoggiata da Nenni e Saragat, rispettivamente capi dei socialisti e dei socialdemocratici. Sì, fu premiato dai governanti perché nell’Italia della metà degli anni Sessanta del XX secolo la fabbrica della paura golpista, nonostante le sue accertate interferenze extralegali provocate da uomini come il Presidente della Repubblica Segni, finì per essere strumentalizzata da chi poi, sul piano strategico, riusciva a gestire una moderata stabilizzazione del potere politico e, in nome della Ragione di Stato, nascondeva con gli “omissis” le responsabilità della destra Dc, della Confindustria e della Banca d’Italia.

Ecco il motivo per cui ottenne una lauta ricompensa il modernizzatore del preventivo “piano di emergenza speciale” che, rinnovato su commissione del Quirinale e da realizzarsi in caso di necessità e possibilità, avrebbe comportato l’internamento in Sardegna di molti dirigenti del Pci, della CGIL, di qualcuno del Psi e di figure intellettuali come i registi Pier Paolo Pasolini e Gillo Pontecorvo. Solo in seguito all’esplosione dello scandalo del Sifar, tre anni dopo il presunto “golpe”, De Lorenzo fu lasciato nella più solitaria solitudine, si considerò una specie di “capro espiatorio” dei governanti e a quel punto, per salvare se stesso da un’eventuale carcerazione, spinse verso l’estrema destra le proprie posizioni politiche e divenne parlamentare prima col partito monarchico e poi con il neofascista Msi.

Una ben diversa sorte, con una carriera contraddistinta dalla nomina a generale di Divisione dei Carabinieri, ebbe invece uno dei quattro collaboratori di De Lorenzo per il “Piano Solo”: l’allora tenente colonnello Romolo Dalla Chiesa (1921-2012), fratello del più famoso Carlo Alberto, che nel 1964 batté a macchina, con la tragicomica intestazione SEGRETISSIMO, “Il Piano Solo per il mantenimento dell’ordine costituito nel territorio dello Stato della 3° Divisione carabinieri Ogaden, accasermata a Napoli ” (pagina 94, “Il Piano Solo”, Mimmo Franzinelli).

Peccato che Scalfari e la sinistra istituzionale, in particolare il Pci, non abbiano mai capito a sufficienza come funzionasse lo Stato italiano della Prima Repubblica, il perché dei suoi “omissis”, delle sue cordate parentali e della sua liberticida meritocrazia al contrario. Quell’ignoranza si è poi trasformata nel tempo: sul finire degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta con l’americanizzazione della sinistra e poi, in una Seconda Repubblica in gran parte simile a quella neoliberista e neoautoritaria sognata da Pacciardi nel 1964, con la suicida adesione di tutte le forze politiche parlamentari alla logica securitaria della Fermezza, del peggioramento del codice penale fascista del 1930 e dell’apologia dello Stato permanente d’eccezione giuridico-penale (come il carcere duro previsto dal 41 bis).

Autore dell'articolo: Amministratore

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