Lettera dal Chiapas: un messaggio per capire lo zapatismo

Zapatisti
Zapatisti
del Subcomandante Insurgente Galeano [*], traduzione a cura dell’Associazione Ya Basta! Milano

Per Juan Villoro Ruiz [*]:

Sono lieto che il resto della famiglia stia bene, e siamo contenti che tu sia il messaggero che fa giungere loro i nostri saluti ed ossequi (anche se sono convinto che cravatte e posacenere o un mazzo di fiori sarebbero stati un’opzione migliore).

Mentre cercavo di proseguire questa lettera, mi è tornato in mente il tuo testo “Conferencia sobre la lluvia”, scritto, credo, per il teatro, e che ho letto immaginando, di sicuro malamente, la scenografia, i gesti e i movimenti dell’interprete del monologo, sentendo quel che mi interpellava più che accusandone ricevuta. L’inizio, per esempio, è una sintesi della mia vita: il laconico “Ho perso le carte!” della prima riga, vale un’enciclopedia se lo lego ai calendari e geografie del continuo cadere e ricadere che è la mia vita.

Perché, invariabilmente, dopo il saluto di apertura, in una lettera, mi sfuggono le idee (“la tonelada” dicono i compas, i compagni, per parlare del tono di una canzone). Voglio dire, l’obiettivo concreto della lettera. Vero che l’aver chiaro chi sia il ricevente potrebbe aiutare, ma non poche volte il destinatario è un ascolto fraterno al quale non si richiede necessariamente una risposta, ma sempre un pensiero, un dubbio, un interrogativo, ma non che paralizzi, bensì che provochi altri pensieri, dubbi, domande, eccetera.
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