Spagna, dalla destra xenofoba alla Chiesa: ecco i nemici del governo Sánchez-Iglesias

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena Fumata bianca. Dopo Portogallo e Finlandia, anche la Spagna svolta a sinistra. Seppur i numeri del neonato governo Psoe/Unidas Podemos siano veramente risicati, i 167 sì espressi nel Congreso di Madrid sono stati sufficienti per permettere la nascita del primo esecutivo di coalizione della storia spagnola dai tempi […]

Il razzismo ridà fiato al fascismo e ai governi xenofobi

di Guido Viale

La ricorrenza del 25 aprile ci impone di aprire una riflessione sul rapporto tra fascismo e razzismo. Fascismo e razzismo non sono la stessa cosa, ma sono parenti. Il razzismo era in auge anche prima dell’avvento del nazifascismo: il colonialismo veniva legittimato con la pretesa superiorità dell’«uomo bianco». Ma è stato il nazismo, prima, e il fascismo, dopo, indipendentemente uno dall’altro, a fare della “difesa della razza”, poi dell’assoggettamento e infine dello sterminio delle “razze inferiori” le loro bandiere.

Oggi però quel rapporto si è invertito. Non è il fascismo a promuovere il razzismo. È un razzismo ormai diffuso in tutta Europa, e particolarmente virulento in Italia, che coincide con il rigetto e la fobia nei confronti dell’immigrato, del profugo, dello straniero, a dar fiato alla nostalgia di fascismo e nazismo. Per le destre sovraniste e nazionaliste si è rivelato una “gallina dalle uova d’oro”, grazie anche al sostegno di quasi tutti i mass media; per la maggioranza di coloro che lo condividono, anche se non lo praticano, è uno stato d’animo, una risposta “facile” e immediata che “spiega” il peggioramento e la precarietà della propria condizione.

L’establishment è riuscito a scaricare sul capro espiratorio la “colpa” dei danni che l’alta finanza sta inferendo a tutto il resto della popolazione con una crisi che viene presentata ormai come un dato naturale. Ma è sbagliato sostenere, come fanno alcuni, che fascismo e antifascismo sono solo fattori di distrazione di massa, perché il vero fascismo è quello delle politiche imposte dalla finanza globale, per lo più indicate con il termine, del tutto inappropriato, di neoliberismo.
Leggi di più a proposito di Il razzismo ridà fiato al fascismo e ai governi xenofobi

Questa Italia senza memoria

di Simona Maggiorelli

Xenofobia e razzismo hanno radici antichissime nella nostra storia. Antiche almeno quanto la nascita del Logos. Basta ricordare che il termine greco bàrbaros indicava il modo di parlare degli stranieri (i latini usavano il verbo balbutio). Nei primi secoli della storia greca il termine bàrbaros non aveva una particolare connotazione negativa ma dopo la guerra con i persiani del 472 a.C. di cui scrisse Eschilo, le cose cambiarono radicalmente. Pensiamo alla figura di Medea in Euripide. è straniera e viene raccontata come una pazza assassina dei propri figli, per vendetta. Come ha scritto Eva Cantarella, è la rappresentazione minacciosa del mondo dei barbari, dell’altro, del diverso da sé, dello sconosciuto. Non andò meglio con la nascita del monoteismo. Anzi. La retorica pericolosa del popolo eletto, nella Bibbia come nei discorsi di tanti presidenti Usa, da Bush a Trump, si regge sulla costruzione del nemico.

Chi pensa di avere Dio e la Verità dalla propria parte, basata sul libro e sulla parola sacra, vede ovunque eserciti di infedeli da combattere. In nome di Dio e della patria Mussolini impose il regime fascista in Italia. E si lanciò nelle campagne coloniali sulla strada disseminata di cadaveri già aperta dal re. L’Italia in Eritrea e Etiopia, similmente alla Francia in Algeria, si è comportata come uno Stato terrorista. Giornalisti osannati in Italia come Indro Montanelli pensavano che fosse normale prendersi e violentare una sposa bambina, solo perché non era italiana. Ma non si può dire. Montanelli, nell’immaginario italiano, sarebbe il padre di un giornalismo libero e dalla schiena dritta. Avendo annullato la memoria del genocidio compiuto da Mussolini in Libia, ci culliamo nel mito “italiani brava gente”.
Leggi di più a proposito di Questa Italia senza memoria

Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.
Leggi di più a proposito di Il razzismo perverso della borghesia

Riflessioni sull'olocausto

A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

di Claudio Cossu

Ha scritto Elena Loewenthal (Add ed. Torino, 2014): “Appena il treno giunse ad Auschwitz – erano circa le ore 21 del 26 febbraio 1944 -, i carri furono rapidamente fatti sgombrare da numerose Ss, armate di pistola e provviste di sfollagente; e i viaggiatori obbligati a deporre valigie, fagotti e coperte lungo il treno. La comitiva fu tosto divisa in tre gruppi: uno di uomini giovani e apparentemente validi, del quale vennero a far parte 95 individui; un secondo di donne, pure giovani – un gruppo esiguo, composto di sole 29 persone – e un terzo, il più numeroso di tutti, di bambini, di invalidi e di vecchi… Si ha ragione di credere che il terzo sia stato condotto direttamente alla camera a gas di Birkenau e i suoi componenti trucidati nella stessa serata…”

Come si fa a scendere a patti con una storia così? Come si fa a farci i conti? A togliersela dalla testa, a non trasformarla in un’ossessione, a evitare che ti si aggrovigli dentro? A pensare che possa lasciarti in pace anche soltanto per un momento, per tutti i giorni della tua vita? Rimuovere la Shoah dall’universo della mia coscienza e del mio inconscio, soprattutto.

Ebbene, a questa tentazione, a questa volontà di rimozione, io dico con determinata fermezza: no. Voglio che il ricordo di tutto questo orrore resti incatenato a una perenne immobilità, voglio incatenare la visione di quei vagoni piombati, la sofferenza di quelle torture, quel numero tatuato sul braccio di ognuno, quelle urla disumane dei guardiani, quel latrare di cani, quelle fucilazioni di massa.
Leggi di più a proposito di A proposito del Giorno della Memoria: perché è importante ricordare

Fermo: quando il linguaggio dell’odio non viene combattuto è fascismo

di Sergio Sinigaglia

Ora è un diluvio di condanne, di dichiarazioni contro il razzismo e quant’altro. Poco fa il ministro Alfano in conferenza stampa, con un mezzo sorriso di autocompiacimento, ha annunciato che la moglie di Emmanuel avrà il via libera per la richiesta di asilo. Ma è un diluvio di ipocrisie, di frasi fatte. Si tenta di far passare i due aggressori come dei “balordi”, degli “invasati”. Don Vinicio ha parlato di “scatole vuote”. Ma noi sappiamo che non è così. Se i due figuri hanno potuto pestare a morte Emmanuel Chidi Namdi è perché c’è un clima diffuso di intolleranza, di razzismo, di rancore verso gli immigrati, fomentato ad arte, che ognuno di noi può verificare quotidianamente. E anche in questo caso c’è stata probabilmente un’omertà da parte di chi sapeva e per ore ha cercato di nascondere l’accaduto.

Massimo Rossi, consigliere comunale a Fermo, eletto in una lista di sinistra, ci ha raccontato che l’aggressione è avvenuta martedì alle 14.30 in un posto sicuramente isolato della città, ma successivamente sono intervenuti i vigili urbani. Dopo cinque ore si è tenuta l’assemblea consiliare. Possibile che nessuno sapesse nulla? Lui è venuto a conoscenza dell’accaduto alle due di notte ascoltando la radio. Il sospetto che non si sia voluto far girare la notizia è inevitabile.

Così come inizialmente è stato riferito che l’aggressione non aveva avuto testimoni, mentre ora iniziano ad arrivare le prime ammissioni: qualcuno ha visto e ha taciuto. E fornisce ricostruzioni quanto mai “equilibriste”, come si volesse dividere le responsabilità tra aguzzini e vittima. Eppure i due aggressori erano seduti su quella panchina già da tempo e anche in questo caso trapelano testimonianze di ragazzi di colore anche loro vittime di insulti razzisti, come se i due squadristi cercassero il pretesto per picchiare. Tutti elementi che andranno certamente verificati e confermati, ma che rendono ben chiaro il contesto in cui è accaduto questo gravissimo fatto.
Leggi di più a proposito di Fermo: quando il linguaggio dell’odio non viene combattuto è fascismo

La paura è figlia dell’ignoranza. Il caso Austria / 1

Elezioni in Austria
Elezioni in Austria
di Rita Monaldi e Francesco Sorti

Dopo il primo turno delle presidenziali in Austria, che ha visto trionfare il candidato populista della FPÖ Norbert Hofer, Claudio Magris sul Corriere ha suonato l’allarme definendo l’Austria (citazione da Karl Kraus) il “termometro della fine del mondo”. Domenica prossima, 22 maggio, ci sarà il ballottaggio tra il 45enne Hofer, attualmente in vantaggio nei sondaggi, e il 72enne Alexander van der Bellen, attorno al quale si sono coalizzati de facto gli altri partiti. Tutta Europa sta seguendo ansiosa questa buriana elettorale, si ricordano le sanzioni già applicate a Vienna dalla UE ai tempi del defunto Haider e si temono i focolai estremisti sempre latenti nella repubblica alpina d’oltreconfine.

In realtà, poco importa chi vincerà. Una sconfitta di Hofer non significherà affatto che potremo tirare un sospiro di sollievo. Infatti a Magris, e probabilmente a chiunque non viva la realtà austriaca dal di dentro, sembra sfuggire che nella repubblica danubiana, tutti i partiti sono (più o meno dichiaratamente) ostili all’immigrazione, con l’unica vistosa eccezione dei Verdi.

Le clamorose espulsioni di famiglie provenienti dall’ex Jugoslavia, da anni perfettamente integrate e cacciate dal suolo austriaco solo perché prive di un passaporto “made in EU”, sono state decise, avallate o tollerate non dall’estrema destra della FPÖ ma dalle forze politiche che sono da sempre al governo: i cristiano-sociali (ÖVP) e i socialdemocratici (SPÖ). Lo stesso van der Bellen, malgrado la provenienza dalle file dei Verdi, si è proposto come candidato indipendente e ha tappezzato i muri con manifesti elettorali inneggianti a un patriottismo che ricorda tanto quello del nostro Ventennio.
Leggi di più a proposito di La paura è figlia dell’ignoranza. Il caso Austria / 1

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra

18 dicembre: giornata mondiale dei/delle migranti e dei/delle rifugiati/e

della Rete Primo Marzo

Stiamo assistendo a una nuova aggressione nei confronti dei migranti, sempre indicati come male supremo del paese. Abbiamo assistito allibiti alla rivolta del quartiere Tor Sapienza dove un centro per richiedenti asilo è divenuto valvola di sfogo per le frustrazioni e la mala gestione che da anni molta parte di quegli abitanti vive. Stiamo assistendo con sempre maggior disagio e fastidio al rifiuto da parte di paesi e piccole città all’arrivo dei profughi, rigetto che spesso viene esibito da cittadini sorridenti che si mettono in posa per il giornale locale con lo striscione in mano. Al solito i Rom diventano facile bersaglio, ed emblematico è stata il caso show messo in piedi dalla Lega a Bologna per portare avanti la sua campagna elettorale. E purtroppo abbiamo visto come questi argomenti abbiano avuto un immediato riscontro sull’elettorato.

Serve invece una reazione forte contro chi strumentalizza i migranti per fini elettorali. Non vogliamo e non possiamo permetterci di assistere ancora inermi al ritorno al razzismo come risposta al disagio sociale. Non è questa la società in cui vogliamo e crediamo sia possibile vivere. Per questo il 18 dicembre torneremo a mobilitarci, nelle piazze nelle strade, nelle scuole o in qualsiasi luogo lo si ritenga opportuno. Sarà l’occasione per dire che nessuno può violare la dignità degli altri, che non ci sono persone indesiderabili, che siamo per l’accoglienza, per pari diritti di italiani e migranti e per la libertà di circolazione e di stabilire dove si desidera la propria dimora.
Leggi di più a proposito di 18 dicembre: giornata mondiale dei/delle migranti e dei/delle rifugiati/e

Corriere Immigrazione: il business della xenofobia

Claire Rodier
Claire Rodier
di Luigi Riccio

Contro i migranti è in corso una guerra feroce e redditizia. Intervista a Claire Rodier, cofondatrice di Migreurop e giurista del Gisti (Gruppo di informazione e di sostegno agli immigrati).

Droni, radar e migliaia di chilometri di muri per fermare l’immigrazione. Privatizzazione delle strutture di detenzione e delle operazioni di espulsione. Migliaia di vite umane messe sotto scacco dal binomio business-xenofobia. Di questo e altro parla Rodier nel libro Xénophobie business. A quoi servent les contrôles migratoires? (La Decouverte, 16 euro).

Negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, prigioni e centri per migranti sono gestiti da società private con evidenti fini di lucro: G4S, Geo, Gerco. Quali sono i rischi di un business del genere?

«Con la privatizzazione della gestione dei centri e delle espulsioni si hanno semplicemente gli effetti della concorrenza in un sistema capitalista comprendente altre società con le stesse ragioni sociali. Le imprese si trovano a far fronte a dei rischi, a costi da abbassare per essere più competitive e ottenere così i contratti di gestione delle strutture.
Leggi di più a proposito di Corriere Immigrazione: il business della xenofobia

Reportage da piazza Taksim: i giovani, la lotta e l’anelito alla libertà

Piazza Taksim
Piazza Taksim
di Valeria Piasentà

Giovani in lotta per i diritti civili e la democrazia repubblicana. Ecco chi sono i ‘ribelli’ di piazza Taksim: un sondaggio su 3000 occupanti di Gezi Park, condotto dall’Istanbul Bilgi University, ci informa che il 54% dei manifestanti hanno fra 19 e 30 anni, la maggioranza non aveva mai partecipato a proteste; il 82% si dichiara ‘liberalÈ, il 70% senza appartenenza politica, il 37% non si sente rappresentato quindi auspica la formazione di un nuovo partito politico; l’8% ha votato l’Akp (il partito conservatore islamico del primo ministro) e il 9% si augura un colpo di stato. Il 92% protesta contro «il disprezzo del primo ministro e la violenza della repressione» a manifestazioni di pacifico dissenso.

Infatti, oltre il 90% degli slogan scritti e declamati sono contro Erdogan in prima persona, moltissimi ne chiedono le dimissioni. Le parole d’ordine dei manifestanti sono «Her yer Taksim. Her yer direniş!» (Ogni luogo è Taksim. La resistenza è in ogni luogo!) e «Tayyp istifa!» (Recep Tayyip Erdogan dimettiti!). Hanno successo anche la richiesta di dimissioni del capo della polizia e del governo, definiti ‘fascisti’. In piazza ci sono pure i mussulmani anticapitalisti, che il 6 giugno hanno pregato pubblicamente.

Ci sono tante donne, i partiti di sinistra e dei curdi ma anche persone di destra, i sindacati e le associazioni, le università e gli studenti medi, addirittura i tifosi delle squadre di calcio che per l’occasione hanno trovato un’inedita unità. Intellettuali, artisti, attori del teatro nazionale sfilano e partecipano agli scioperi; come i commercianti che nascondono nei loro negozi i ragazzi rincorsi dai poliziotti; i venditori ambulanti di cozze che lanciano limoni ai giovani colpiti dal lacrimogeni; i lavoratori degli alberghi e dei ristoranti che hanno esposto in vetrina cartelli con le pass del loro wi-fi. È una vera rivolta popolare che sale dal basso, appoggiata da larghissimi strati della società di Istanbul e trainata dai giovani. Non è definibile con i soliti standard.
Leggi di più a proposito di Reportage da piazza Taksim: i giovani, la lotta e l’anelito alla libertà

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi