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Il welfare tedesco: come conservare e valorizzare le differenze tra classi sociali

di Nicola Carella

«Dobbiamo pretendere che ogni beneficiario dell’Hartz IV lavori in cambio del sostegno statale, non importa che sia anche lavoro di bassa qualità o nel pubblico, l’importante è che non resti a casa seduto sul divano»
(Roland Koch nel 2010, parlamentare CDU e consigliere di Angela Merkel per le questioni economiche)

Da alcuni anni, ciclicamente, ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” si guarda quasi immediatamente al sistema Hartz IV tedesco. Ora però che si iniziano a intravedere, anche se vagamente, i contorni della misura anticipata dal Governo Conte, si può finalmente considerare quest’attenzione del tutto legittima. Con il sistema di sussidi vigente in Germania infatti la misura gialloverde ha delle profonde analogie.

Eppur tuttavia del reddito di cittadinanza italiano, ancora di là a venire come misura effettiva, i dettagli emergono in modo contraddittorio e progressivo, per questo risulta ancor difficile, a oggi, costruire un paragone diretto e puntuale con Hartz IV. Può essere però utile spiegare come funziona l’intero sistema dello stato sociale tedesco, da dove nasce e come involve in una torsione sempre più autoritaria, fotografare gli esiti e i risultati prodotti negli ultimi anni, cioè quelli del “boom economico” nella “locomotiva d’Europa”.

Può servire anche perché inserisce la proposta italiana in un quadro generale europeo, decostruendo le retoriche con cui o la si esalta come “misura rivoluzionaria” o la si critica come “assistenzialismo demagogico”; infine, dettaglio non secondario, può dare indicazioni su ciò che può produrre nella società italiana una volta entrato in vigore.

Appunti di viaggio: e poi cosa resterà? – Terza parte

di Silvia R. Lolli

Negli Usa sembra di essere in Italia, dopo la prima e la seconda elezione di Berlusconi. Oggi, alla vigilia delle elezioni definite di metà mandato, sembra che nessuno abbia votato Trump. Quasi tutte le persone incontrate hanno manifestato di non avere nessuna stima per questo presidente; a questo punto non ci sentiamo di definirlo “loro”. Anche da noi con le accuse, i processi, ma per la verità soprattutto dopo gli scandali sulle escort, sembrava che le elezioni di Berlusconi fossero avvenute casualmente.

Per Trump un po’ lo è stato, ricordiamo il numero di voti assoluti ricevuto, minore rispetto alla Clinton; anche in questo le somiglianze: noi siamo i maestri a conoscere ed applicare le alchimie politiche prodotte per le elezioni e sappiamo ormai che quando i pochi decidono, tutto va bene; se poi le regole non portano ad una vera democrazia, fa lo stesso. Anche in Usa sembra ci sia qualche scandalo da tener nascosto simile a quello che aveva quasi causato l’impeachment a Clinton.

Un cittadino americano con famiglia originaria del centro America spiegandoci cosa si pensa del problema, ha definito Trump una marionetta in mano a Putin che lo sta tenendo sotto ricatto. Forse la politica ha sempre avuto questi “scuri”, ma ci sembra che il livello scenda sempre di più ed il pericolo per la maggioranza delle persone del mondo si dimostri già elevatissimo.

La forma-partito non è un participio passato

di Pierfranco Pellizzetti

«L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare» [1].
Pierre Bourdieu

«Un partito non è, come vorrebbe la dottrina classica (o Edmund Burke), un gruppo di uomini ansiosi di promuovere il bene pubblico […]. Un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico» [2].
Joseph A. Schumpeter

«Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria» [3], sbraitava Beppe Grillo il 25 gennaio 2012.

Ora, cosa dovremmo pensare della clickdemocracy pentastellare, tanto idealizzata dal suo Guru, alla luce della vicenda grottesca, emersa in questo aprile 2018? Il programma elettorale del Movimento, varato nel 2017 con grandi strombazzamenti sulla sua compilazione collettiva on line, grazie al contributo progettuale di militanti a migliaia, e che ora risulta largamente rimaneggiato (o meglio, edulcorato) da manine invisibili; via, via che ci si stava avvicinando alla possibile conquista della Presidenza del Consiglio per il proprio capobranco in piena svolta democristiana. Insomma – scrive Matteo Pucciarelli – «ci sono due programmi elettorali nei Cinque Stelle; uno discusso e votato dagli iscritti, il secondo deciso dai vertici del Movimento. Il primo non conta nulla, sul secondo garantisce direttamente Luigi Di Maio» [4].

La mia indignazione per ciò che accade nella sanità: l’ultimo intervento di Vincenzo Tradardi

di Vincenzo Tradardi

Intervento tenuto il 23 settembre 2016 alla “Festa della Costituzione”, Parco Bizzozzero, Parma, 23-24 settembre 2016. È stato l’ultimo intervento pubblico di Vincenzo Tradardi, scomparso lo scorso 19 ottobre.

Oggi sono venuto perché volevo urlare la mia indignazione per quello che sta succedendo nel campo della Sanità. Mi avete presentato come ex-presidente dell’Unità Sanitaria Locale n. 4 di Parma, e stiamo parlando del 1980, cioè gli anni di applicazione della grande riforma sanitaria. La legge 833 fu approvata nel dicembre 1978, un anno durissimo, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Eppure alla fine di quell’anno tragico le forze politiche a grandissima maggioranza approvarono questa grande riforma sanitaria.

Pensare che la riforma sanitaria sia stata il frutto del lavoro parlamentare è non dire la verità. La riforma sanitaria fu prima di tutto vissuta nel tessuto concreto delle lotte, e non solo dei lavoratori della Sanità, ad esempio nei nostri ospedali. Io mi ricordo quante manifestazioni abbiamo fatto, non solo quindi lotte degli addetti alla Sanità, ma io penso quanto il tema della Sanità vide da protagonisti i lavoratori. I lavoratori con i sindacati compresero il valore della tutela della salute in fabbrica e quindi della prevenzione, e a Parma come altrove ci furono lotte di straordinario valore. Quindi la riforma sanitaria non fu un atto di commissioni parlamentari se non nella parte finale.

Def 2017: molta retorica, poche certezze

di Sbilanciamoci.info

Pasticciato, vago e incoerente: questo in sintesi il giudizio di Sbilanciamoci! sul Def 2017 che ha partecipato alle audizioni aperte martedì 18 aprile in Senato sul Documento di Economia e Finanza 2017. “Ottimismo infondato sull’andamento della situazione economica del nostro paese, assenza di una politica economica capace di rilanciare crescita e occupazione, incertezze sulla copertura della spesa, mancanza di dettagli sull’ennesima fase di spending review annunciata dal Governo, introduzione parzialissima, inadeguata e strumentale del Bes nel Def 2017, continuità sostanziale dell’approccio di bilancio fondato sulle politiche di austerità e sul pareggio e le risorse che dovrebbero reintegrare i fondi sociali tagliati dopo l’accordo Stato regioni non ci sono”.

Questi i principali passaggi dell’intervento della portavoce della campagna che ha ricordato il lungo impegno di Sbilanciamoci! nell’elaborazione di indicatori di qualità dello sviluppo alternativi al Pil e ha espresso sconcerto per le modalità con le quali il Bes è stato introdotto in via sperimentale nel Def 2017: 4 indicatori su 130, simulazioni discutibili che secondo il Governo attesterebbero una diminuzione della diseguaglianza.

Il governo dedica un intero paragrafo all’Europa dichiarando di impegnarsi per una riforma delle politiche e delle istituzioni europee ma tace sul fiscal compact, si sofferma solo sulle migrazioni rivendicando l’approccio sicuritario che attraversa i due decreti su immigrazione e sicurezza recentemente convertiti in legge e firma una dichiarazione come quella del 25 marzo che affida il futuro dell’Europa alle armi.

Sanità: ancora sul welfare aziendale e sul “trappolone” di Renzi & C.

Ospedali e sanità

di Ivan Cavicchi

Ho letto, su Quotidiano sanità, puntuali come il destino, le rimostranze contro il def dei nostri abituali commentatori. Tutti a gridare risentiti al de-finanziamento della sanità come se fosse una novità. Il de-finanziamento, come ho scritto tante volte, è la conseguenza logica di una precisa strategia finanziaria (peraltro mai nascosta dal governo Renzi) e che in ragione di una, tutt’altro che casuale politica economica, conta di abbassare nel tempo l’incidenza della spesa sanitaria nei confronti del pil.

Il def 2017 in sintonia con questa politica economica, ispirata dal Jobs act e che la “mozione Renzi”, per evidenti ragioni di coerenza, non smentisce, conferma il de-finanziamento della sanità ma, questa volta, (ecco la vera novità sulla quale i nostri arcigni commentatori hanno stranamente taciuto), prevedendo in modo esplicito, di contro, misure per lo sviluppo del welfare aziendale.

La mia tesi sul “trappolone” (QS 3 aprile 2017) sembrerebbe quindi tutt’altro che campata per aria, (mi dispiace per coloro che sognando migliaia di assunzioni ci hanno spiegato, su questo giornale, che la mozione Renzi “va nella direzione giusta”). Il welfare aziendale, mettetevelo in testa, implica, per forza, cioè per ragioni di pura compatibilità finanziaria, il progressivo de-finanziamento della sanità pubblica.

Lavorare meno, lavorare tutti: parole che è possibile trasformare in realtà oggi

di Piergiovanni Alleva

§1) Il Progetto di Legge regionale Emilia Romagna: scopi e strumenti

La convinzione, o quanto meno la fiducia, che anche grandi problemi possano avere, in realtà, una soluzione semplice e, per così dire, a portata di mano, purché sorretta da chiarezza di obiettivi politici e conoscenza adeguata dei dati socioeconomici e normativi, ha ispirato la presentazione da parte del Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna di una proposta di legge regionale all’apparenza modesta ma, nei suoi scopi, certamente ambiziosa. Si tratta, infatti, di una proposta di legge in tema di riduzione dell’orario di lavoro tramite incentivazione dei contratti collettivi aziendali di solidarietà “espansiva” che mira a realizzare un triplice obiettivo.

Da un lato quello di migliorare decisamente la condizione esistenziale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giornate con una modestissima incidenza, peraltro sul livello salariale, da un altro lato – ed è lo scopo più importante ed urgente – riassorbire in parallelo in modo massiccio e tendenzialmente totalitario la disoccupazione giovanile, e dall’altro lato ancora, preparare una futura riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, resa indispensabile, in prospettiva dall’automazione crescente delle attività produttive.

Conviene spiegare subito, in breve, di cosa si tratta e la sostanza tecnico-normativa della proposta, posponendo la illustrazione dei vantaggi e possibilità ma anche delle obiezioni e delle resistenze. Si rammenta, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico del lavoro esiste da molto tempo, ed esattamente dalla legge n° 863/1984, uno specifico istituto, detto “Contratto di Solidarietà”, che consiste in un contratto collettivo aziendale con il quale si riduce l’orario lavorativo dei dipendenti, distribuendo tra loro la riduzione del monte-ore complessivo.

Il socialismo del XXI secolo: uno sguardo critico, ma non troppo

Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore

Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore

di Luca Mozzachiodi

Questa è a conti fatti una storia, una storia dell’America Latina nell’ultimo quarto di secolo, vale a dire più o meno dal disastro dei governi di destra, che si insediano e propugnano politiche liberiste in quasi tutto il continente all’inizio degli anni Novanta, attraverso la decade dorata 2003-2013 che vede affermarsi molti governi con posizioni progressiste quando non apertamente rivoluzionarie all’attuale prospettata rimonta dei liberali; le categorie chiave scelte dagli autori sono tra le più controverse oggi: il socialismo del XXI secolo e il populismo.

Si tratta in entrambi i casi di fenomeni di difficile definizione, il primo pare essere anche una conseguenza del secondo, si tratta cioè di un socialismo che ha spostato il suo nucleo fondamentale dalla collettivizzazione a seguito di un fisiologico conflitto tra classi, a una redistribuzione di mezzi e poteri a seguito di precedenti sperequazioni, tramite una lotta che spesso in quei paesi ha coloritura e respiro nazionalistico e che viene presentata e in parte condotta come “la lotta di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori”.

Naturale dunque che di conseguenza i socialisti del XXI secolo siano anche i populisti del XXI secolo, dove per populismo bisogna intendere non la demagogia ma uno schema interpretativo semplificatorio dei rapporti politici che pone da una parte il popolo, portatore di diritti, virtù e salute, dall’altra i suoi nemici esterni ed interni allo stato, generalmente portatori di interessi, sopraffazione, corruzione. Il populismo è, per eccellenza, la mistica politica dell’indistinto, una potente arma di rappresentazione mitica.

La “deforma” costituzionale, cosa cambia per la sanità?

Sanità

Sanità

di Gaspare Jean

Le modifiche della seconda parte della Costituzione costituiscono un pericolo anche per gli articoli novellati nella prima parte a garanzia dei diritti non solo politici e civili ma anche sociali; questo è ampiamente sottolineato in numerosi articoli di giornali e in libri che evidenziano che un esecutivo con così ampi poteri, quali risultano dalla convergenza tra modifiche costituzionali ed Italicum, possa facilmente invalidare tutta una serie di conquiste ottenute nella seconda metà del secolo XX con enormi sacrifici. Già se ne sono visti i prodromi: la manomissione dello Statuto dei lavoratori, della scuola, dei servizi sanitari e sociali a cui vengono tagliati i fondi tanto che la platea dei cittadini che può giovarsi di queste prestazioni si restringe sempre più.

Tutti ricordano che le conquiste sociali del secolo scorso sono state ottenute con lunghe lotte sociali e sindacali; il Parlamento, allora eletto con metodo proporzionale, non poteva essere insensibile più di tanto ai fermenti sociali che chiedevano riforme della legislazione del lavoro, del diritto di famiglia (compreso il divorzio), della scuola, delle politiche sociali e sanitarie, nonché maggiore partecipazione dei cittadini singoli ed associati alla gestione di questi servizi.

È vero che la gestione di equilibri politici più avanzati portava più facilmente alla caduta di governi, però alcune riforme, che hanno modificato la società italiana e il costume, venivano fatte; in altre parole, nelle aule parlamentari si cercavano nuove sintesi politiche che potevano conciliarsi con i fermenti che agitavano la società. Tutto ciò non potrà più avvenire se entrassero in vigore le modifiche costituzionali proposte e l’Italicum; l’attuazione della prima parte della Costituzione sarà impossibile perché mina quella anarchia dei mercati e della finanza nonché il darwinismo sociale sostenuti dal neoliberismo.

Sgomberi: a Bologna si gioca la finale di partita

di Mauro Boarelli

1. Ci sono tre immagini che raccontano meglio di tante parole i mutamenti di Bologna e del suo governo locale, tre fotografie scattate a pochi mesi dalle elezioni amministrative. Nella prima c’è un bambino di tre o quattro anni alla guida di una macchinina gialla sotto il portico di una strada del centro storico, la testa rivolta all’indietro a guardare, a pochi metri di distanza, un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa.

È stata scattata durante uno sgombero, uno dei tanti che negli ultimi mesi hanno messo definitivamente in soffitta il mito già sbiadito della città accogliente e solidale e smantellato luoghi nei quali avevano cercato una soluzione abitativa famiglie di immigrati e famiglie italiane che non possono pagare gli esosi affitti imposti dal mercato immobiliare.

La seconda immagine è quella di un portone chiuso. Non è un portone qualsiasi: è quello del palazzo comunale in Piazza Maggiore. È un’immagine ricorrente, perché quel portone – spesso presidiato dalla polizia – si è chiuso tante volte in faccia a comitati di cittadini, occupanti sgombrati, lavoratori (compresi quelli dello stesso Comune) che volevano far sentire la propria voce durante i lavori del Consiglio comunale.

L’ultima foto è stata scattata ancora una volta durante uno sgombero, quello che nell’ottobre scorso è andato in scena nel palazzo ex Telecom in disuso da anni mettendo fine brutalmente a un’interessante esperienza di autogestione che aveva coinvolto quasi trecento persone (ne hanno scritto Luca Lambertini e Lorenzo Betti su “Gli asini”, n. 31/2016). In questo caso la foto-simbolo non riguarda l’azione della polizia, e non perché manchino immagini dure e drammatiche.