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Una ricetta per dare lavoro ai giovani

di Piergiovanni Alleva

È assolutamente importante in questa fase politica, che la sinistra assuma su di sé il compito di porre rimedio ai guasti della fallimentare legislazione del lavoro del governo Renzi, che ha ulteriormente precarizzato, e di molto, il mercato del lavoro senza raggiungere alcun stabile miglioramento occupazionale. Il compito non è solo quello della rivisitazione e ripristino delle tutele fondamentali, devastate dal Jobs Act, ma anzitutto di incidere sulla disoccupazione, in primo luogo giovanile, con una proposta pratica, efficace e finanziariamente sostenibile.

Questo è lo scopo di un Progetto di L. R. dell’Emilia-Romagna, presentata dal Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna, e cofirmato dai gruppi Sinistra Italiana e Art.1 MDP, in tema di diffusione dei cosiddetti contratti di solidarietà espansiva, che contiene una formula per una rilevante riduzione della disoccupazione giovanile.

Cercheremo quindi di illustrarlo al meglio. È opportuno ricordare anzitutto che i contratti di solidarietà espansiva, ora ridefiniti dall’art.41 del Dlgs. 148/2015, sono contratti collettivi aziendali con i quali viene ridotto l’orario di lavoro settimanale, senza futura perdita pensionistica, al fine di «creare spazio» per l’assunzione di nuovi lavoratori. Per esempio, riducendo su base volontaria la settimana lavorativa da 5 a 4 giornate, si apre lo spazio per l’assunzione di un nuovo lavoratore per ogni 4 lavoratori richiedenti tale riduzione.

Da Pomigliano ai voucher: riempiamo le piazze di Roma il 17 giugno

di Umberto Romagnoli

Non è stato finora osservato che la lesione subita dalla Cgil coi suoi milioni di rappresentati (oltreché dalla democrazia tout court) è qualitativamente identica a quella subita nel 2010, a Pomigliano D’Arco, dalla Fiom con le sue migliaia di iscritti (oltreché dalla garanzia costituzionale della libertà sindacale). La differenza è solo di quantità: riguarda l’entità della sbrego che è stato prodotto.

Allora, la Fiom venne estromessa dalla Fiat per non aver sottoscritto un contratto sostanzialmente imposto e l’espulsione era apparentemente legittimata dalla formulazione letterale dell’art. 19 st. lav. nella versione modificata dall’esito di un (improvvido) referendum del 1995. Nella riformulazione uscita dalla urne, infatti, la norma-pivot della nostra legislazione di sostegno sindacale subordinava la titolarità dei diritti di attività sindacale nei luoghi di lavoro alla sottoscrizione del contratto collettivo applicato nell’unità produttiva. Per ristabilire la legalità la Fiom ha dovuto rivolgersi alla Corte costituzionale, la quale ne ha ordinato la riammissione nei luoghi di lavoro emanando una sentenza appartenente alla tipologia delle sentenze c.d. additive, che sono assai infrequenti nella sua giurisprudenza. Nel 2013, ha riscritto la norma; e ciò per evitare che il dissenso di un sindacato sia punito sacrificando la libertà dei lavoratori di scegliersi la rappresentanza sindacale che vogliono.

Orbene, quel che accade oggi ripropone in misura esponenziale, fino ad ingigantirlo, il problema di come si possa reagire all’alterazione delle regole del gioco democratico quando la slealtà dell’interprete lo spinge a sfruttarne cinicamente veri o presunti difetti. Frode costituzionale. Schiaffo alla democrazia. Scippo di referendum. Strategia dell’inganno.

Piergiovanni Alleva: “I voucher, una frode all’ordinamento costituzionale”

di Giacomo Russo Spena

“Sono riusciti a peggiorare la situazione creando una specie di contratto precario in bianco, se possibile, peggiore dei voucher”. Già in passato il giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – aveva espresso dubbi sui voucher sostenendo la raccolta firme per promuovere il referendum abrogativo: “Il voucher non fa emergere ma incentiva il lavoro nero, in quanto costituisce in concreto un alibi per utilizzare lavoro irregolare”, erano le sue parole. Adesso il quadro si è, secondo lui, addirittura aggravato fino a fargli cambiare anche giudizio sull’ex premier Matteo Renzi: “Prima lo giudicavo un piccolo ignorante avventurista ma ora mi sembra un pericolo per la democrazia neanche tanto occulto”. Intanto il 17 giugno il giuslavorista annuncia la sua presenza alla manifestazione nazionale della Cgil contro la reintroduzione dei voucher e per la difesa del lavoro.

La nuova manovra economica, appena passata alla Camera, prevede la reintroduzione dei voucher: si chiameranno PrestO, con la o maiuscola, acronimo di “Prestazione Occasionale”. Professor Alleva, che ne pensa?

I voucher sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, anche se con una strumentazione giuridica diversa: per i rapporti che interessano le “piccole imprese” viene utilizzato un nuovo sottotipo di contratto di lavoro, detto “di prestazione occasionale”, che è in realtà una sorta di mini contratto di lavoro intermittente o a chiamata, ossia una delle peggiori forme di precariato mai concepite. Infatti, accoppia all’incertezza della prestazione futura una sorta di carica ricattatoria, perché, eseguita la prima prestazione, se per qualche motivo non vai bene, non sarai più chiamato. Probabilmente la nuova soluzione è peggiore della vecchia.

Il fallimento del Jobs Act

a-jobsact

di Guglielmo Forges Davanzati

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni.

Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.

I voucher? Inutili contro il lavoro nero

di Giuliana De Vivo

Dopo la pronuncia della Corte costituzionale saremo tutti chiamati a decidere sul futuro dei buoni lavoro, i cosiddetti voucher. È presto per avere una data certa del referendum, si oscilla tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi. Salvo elezioni anticipate – in questo caso la legge prevede lo slittamento di una anno – o interventi riparatori del Parlamento, dove la commissione Lavoro della Camera sta già studiando cinque proposte di modifica ai discussi ticket per pagare il lavoro accessorio.

Ma com’è cambiato l’universo di chi è pagato con questo strumento, e quali sono stati gli effetti sortiti finora? Quando si vuole mettere in croce qualcuno – o qualcosa – ogni chiodo è buono, e i voucher ci hanno messo a poco a diventare l’emblema del lavoro precario. Narrazione facile in tempi di crisi e alta disoccupazione (soprattutto giovanile), e favorita dall’abbassamento dell’età media in questo microcosmo che rappresenta lo 0,23% del costo complessivo del lavoro in Italia.

In sette anni, racconta l’Inps nel rapporto Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti, pubblicato a fine 2016, l’età media è passata da 59,8 a 35,9 anni (si veda la tabella in alto a sinistra). Evoluzione notevole, che va di pari passo con quella legislativa: dall’introduzione dei voucher nel 2003 fino al 2008, quando esisteva un limite di destinatari (pensionati e studenti) e di ambito (lavori occasionali in agricoltura); passando per l’apertura, nel 2009, ai settori del commercio, turismo e servizi e a tutte le categorie di lavoratori (inoccupati, disoccupati, subordinati a tempo pieno e part time, autonomi); fino al “liberi tutti” della riforma Fornero (2012), che si è limitata a fissare un tetto massimo di 5 mila euro netti all’anno per lavoratore (in totale, anche da più committenti).

Abrogare i voucher è una questione di democrazia e civiltà

Jobs act

di Marta Fana

Il verdetto della corte costituzionale sui referendum sociali promossi dalla Cgil ha giudicato ammissibili i quesiti riguardanti l’abrogazione dell’istituto dei voucher e l’introduzione della clausola di responsabilità negli appalti per le imprese. Ha invece bocciato il quesito sul ripristino dell’articolo 18. Tra i due quesiti ammessi, quello che ha più fatto discutere è sicuramente il primo: i voucher.

L’accanimento contro l’ipotesi di abolizione dei voucher è stato clamoroso. Tuttavia, a un profluvio di interviste a sostegno dei buoni lavoro, agli scoop sull’utilizzo da parte della Cgil, fa da contraltare un mondo del lavoro sempre più povero e precario, delegittimato della sua funzione sociale e da questo bisogna ripartire quando si discute di voucher.

Occorre andare con ordine: capire da un lato la portata, sul sistema economico e delle relazioni industriali, dell’esplosione dei voucher dopo la loro totale liberalizzazione; dall’altro va fatto un ragionamento complessivo sui voucher per rivelare l’ideologia alla base della loro strenua difesa.

Spesso infatti, oltre alle argomentazioni deboli sul piano fattuale (ne parliamo più avanti), l’esistenza dei buoni lavoro viene assunta non solo come inevitabile di fronte a un’economia che conta tre milioni di disoccupati, ma allo stesso tempo come utile a garantire la flessibilità di cui hanno bisogno le imprese per svolgere il proprio compito di creazione di valore e ricchezza.

Piergiovanni Alleva: “Lavorare meno per creare occupazione, altro che Jobs Act”

di Giacomo Russo Spena

“Una settimana lavorativa di 4 giorni, perché solo ridistribuendo il lavoro potremo contrastare il dramma della disoccupazione. E l’introduzione del reddito minimo garantito è un obiettivo da perseguire”. Le proposte del giuslavorista Piergiovanni Alleva – docente universitario e consigliere regionale in Emilia Romagna – appaiono massimaliste, al limite dell’irrealizzabile. Il pensiero va alla copertura economica, dove trovare i soldi? “Nessuna utopia, abbiamo fatto i calcoli e le risorse ci sono: in Emilia Romagna, ad esempio, sono sufficienti quelle locali”.

a-alleva

Di certo, Alleva non crede che il Jobs Act sia la soluzione per contrastare la precarietà, anzi. Il giuslavorista, dopo esser stato protagonista lo scorso anno della battaglia in difesa dell’articolo 18 poi manomesso dal governo Renzi, si prepara adesso per l’eventuale referendum di primavera: “I lavoratori non hanno più quasi tutele, e le poche che hanno non le rivendicano per paura di venire licenziati. Il Jobs Act ha distrutto la giustizia del lavoro, ma grazie ai tre referendum della Cgil abbiamo una straordinaria occasione di riscatto”.

Alleva: «Articolo 18 di nuovo e per tutti. Con un voto»

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Antonio Sciotto

«Con Il Jobs Act è crollata la giustizia del lavoro, ma grazie ai tre referendum della Cgil abbiamo una straordinaria occasione di riscatto. E ce l’hanno in special modo tutte quelle persone che sono state assunte con il contratto a tutele crescenti: perché si tornerà all’articolo 18 originario, quello puro ante-Fornero, e varrà per tutti. Anche per loro». Il giuslavorista Nanni Alleva traccia un bilancio delle riforme renziane e indica il possibile destino dei voucher e della tutela contro i licenziamenti alla luce della prossima consultazione popolare. Smontando le ragioni di chi ritiene che la Consulta potrà bocciare i quesiti.

Che bilancio possiamo tracciare del Jobs Act a quasi due anni dalla sua approvazione?

Il Jobs Act è un’impresa malvagia ben organizzata, un po’ come le crociate viste dalla parte degli arabi. Una distruzione sistematica del diritto del lavoro, di cui però apprezzo un solo aspetto, metodologico: ha dato luogo a un testo unico, per cui bastano poche operazioni chirurgiche di emendamento per cambiare completamente di segno. Io li chiamo i 24 “trapianti di cuore” ai 24 istituti principali, e hai tutto un altro contesto del diritto: un’impresa non impossibile dopo il bel risultato del 4 dicembre. Ma bisogna conoscere soprattutto il danno che ha fatto, direi su tre aspetti principali.

Perché i referendum della Cgil sono ammissibili

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

di Vittorio Angiolini [*]

L’ammissibilità dei tre referendum della Cgil, che andrà prossimamente al vaglio della Corte Costituzionale, è manifesta sul piano dello stretto diritto costituzionale. Sul piano dei requisiti generali di ammissibilità di natura giuridico-costituzionale, è anzitutto scontato che nessuno dei tre referendum riguardi materie che, per l’art. 75 Cost., siano esplicitamente precluse all’iniziativa referendaria (che è appunto esclusa per “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”).

Solo per completezza è da precisare, comunque, che l’abrogazione per via referendaria del dlgs. n. 23 del 2015 non inciderebbe, neppure indirettamente, sulle agevolazioni, che sono d’altronde mere agevolazioni contributive e non tributarie, previste dall’art. 1, comma 118 e 119 della legge n. 190 del 2014; tali agevolazioni sono infatti stabilite non in relazione al regime dei “licenziamenti”, toccato da uno dei referendum della Cgil, ma solo ratione temporis in relazione alla stipula dei contratti e per una certa durata. D’altra parte, va tenuto in conto che il dlgs. n. 23 del 2015, di cui si propone l’abrogazione referendaria, ha come unico “campo di applicazione” quello del “regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo” (art. 1, comma 1).

Ciò posto, e guardando ai limiti al referendum individuati dalla giurisprudenza della Corte come “impliciti” e connessi al sistema, bisogna anche notare che nessuno dei tre referendum della Cgil riguarda di sicuro “leggi a contenuto costituzionalmente vincolato”, e cioè la cui abrogazione pregiudicherebbe scelte di sostanza dovute per Costituzione: poiché tanto la materia delle sanzioni da adottarsi nel caso di licenziamenti illegittimi, tanto quella della responsabilità verso i lavoratori in caso di appalto tanto quella dell’uso del lavoro accessorio tramite “voucher” sono tutte materie rimesse alla decisione politica e discrezionale del legislatore, per cui è dunque ben praticabile un referendum abrogativo delle scelte fatte dalle leggi sin qui in vigore.

“Caro Poletti, Lei si deve vergognare”

Giuliano Poletti

Giuliano Poletti

di Steven Forti [*]

Caro ministro Poletti, sono davvero indignato per le Sue parole riguardo alle migliaia di giovani italiani che vivono all’estero: “Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. Non so che persone conosca sinceramente, mi piacerebbe me lo spiegasse guardandomi negli occhi.

Un ministro non può, né deve permettersi di rivolgersi con tale arroganza e cafonaggine a chi ha abbandonato, per volontà propria o per necessità, il proprio paese perché questo non ha saputo dargli la possibilità per realizzarsi o, ancora più semplicemente, per vivere dignitosamente. Ancora più visto il ruolo che Lei ricopre e viste le Sue responsabilità rispetto all’attuale situazione del mondo del lavoro in Italia: oltre a dimostrare un minimo di rispetto, dovrebbe preoccuparsi di questa continua emorragia di giovani in un’Italia sempre più vecchia e, ormai da anni, stagnante economicamente e culturalmente. Sono centinaia di migliaia i giovani che hanno lasciato il nostro paese per cercare un lavoro e un futuro altrove.

Di errori ne sono stati commessi molti, moltissimi nell’ultimo quindicennio. Dai governi Berlusconi, e ancora prima a dire il vero, fino al governo Monti e alla grande coalizione di Letta. Ma di danni, al di là della propaganda che ci martella quotidianamente spiegandoci che viviamo nel Paese di Bengodi, ne sono stati fatti ancora più dalle riforme, o meglio sarebbe chiamarle contro-riforme, quali il Jobs Act promosse dal governo Renzi, di cui Lei fa parte. Riforme che hanno dato il colpo di grazia alle poche speranze che ancora esistevano tra le nuove generazioni.