Regionali Emilia e Romagna: elogio (obtorto collo) del voto disgiunto

In vista delle elezioni regionali in Emilia Romagna, iniziamo a pubblicare una serie di interventi sul tema da elettori e osservatori della scena politica. di Leonardo (Dino) Angelini Voi che avete il cuore a sinistra, voi che siete grillini, e vi disperate perché nelle prossime regionali il vostro voto rischia di non fare da tappo […]

La riforma costituzionale sul referendum propositivo ha molte lacune: le Camere riflettano bene

di Alfiero Grandi

Alla Camera si sta discutendo la legge per introdurre in Costituzione il referendum propositivo, destinato ad affiancare quello abrogativo. L’intenzione è condivisibile, le modalità previste vanno corrette per renderlo coerente con la Costituzione. È un passo avanti che la maggioranza gialloverde abbia accettato di inserire nella legge un quorum del 25 % di favorevoli per considerare approvata una proposta di legge popolare sottoposta a referendum propositivo.

Esponenti della maggioranza sembrano aperti ad ulteriori modifiche, bene. Tuttavia è bene essere chiari, il quorum introdotto non basta, restano problemi nel testo che non convincono ma anzitutto occorre garantire che questa modifica della Costituzione verrà sottoposta a referendum popolare, prima di entrare in vigore. Elettrici ed elettori hanno il diritto di approvare o respingere le modifiche della Costituzione e la possibilità è assicurata solo da un’approvazione al di sotto dei 2/3 dei deputati e dei senatori. Ricordo che la bocciatura delle modifiche della Costituzione il 4 dicembre 2016 è stata possibile perché il parlamento non le ha approvate con la maggioranza dei 2/3.
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Brasile: il voto e i nodi che stanno per venire al pettine

di Maurizio Matteuzzi

Se, come si usa dire in Brasile per tirarsi un po’ su, “Deus é brasileiro” forse, secondo il perfido humor britannico dell’Economist, negli ultimi tempi “era in ferie”. È un fatto che il grande Brasile si trova di fronte a una fase drammatica, la più drammatica dalla fine della dittatura militare (1964-1985). Con cui non ha mai fatto i conti.

Il 7 ottobre prossimo, giorno del voto, e il 28, giorno del probabilissimo ballottaggio, le contraddizioni oscene, i nodi irrisolti potrebbero venire al pettine. E non solo se a vincere dovesse essere Jair Bolsonaro – l’ex-capitano dell’esercito candidato di estrema destra e delle sette pentecostali (il 25% dell’elettorato), razzista e misogino (sta spopolando l’hashtag “Ele não” lanciato da un gruppo di donne: Lui no), nostalgico dichiarato del regime militare -, che i sondaggi danno in testa con il 28%.

Sembrava che con Lula, presidente dal 2003 al 2010, l’eterno futuro del Brasile stesse infine per diventare il tanto atteso presente. Economia in crescita, disoccupazione in calo, incisivi programmi sociali, aggressive politiche di inclusione per scuola e università, sanità e case, milioni di esclusi strappati alla povertà e all’emarginazione. E business a tutto vapore. Con Lula, il primo presidente operaio e di sinistra nella storia classista del Brasile, e il Partido dos Trabalhadores al potere sembrava ce ne fosse per tutti. Lula “il padre dei poveri e la madre dei ricchi”, si diceva, con Lula “i poveri meno poveri e i ricchi più ricchi”.
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Il Paese è altrove: questo governo è diretta espressione del voto del 4 di marzo

di Marco Revelli

Da ora, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce.

Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi.

Forse resta dubbioso sulla realizzabilità dei programmi, forse indugia incerto per horror vacui, ma non si sogna neppure di usare le vecchie etichette politiche del Novecento per qualificare un evento fin troppo nuovo e nel suo contenuto sociale inedito, come inedita è la struttura della società in cui è maturata la svolta.
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Maurizio Landini

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».
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Ricomincio da trecentomila: il piano A di Potere al popolo

di Adriana Pollice

«Indietro non si torna» aveva detto Viola Carofalo, portavoce (ma formalmente per la legge elettorale «capo politico») di Potere al popolo, dal palco di piazza Dante a Napoli, alla festa di chiusura della campagna elettorale per le politiche. A livello nazionale il 4 marzo Potere al popolo ha ottenuto l’1,13%, 370.320 alla camera.

A Napoli, città da cui è partita la lista grazie agli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo, ha sfiorato la soglia di sbarramento con il 2,9%. Siccome indietro non si torna, stamattina a Roma al Teatro Italia la lista riunisce associazioni, comitati e organizzazioni politiche per «festeggiare il risultato e programmare le mosse dei prossimi mesi».

Nelle due settimane post voto ci sono state circa un centinaio di incontri da Nord a Sud e altrettanti sono programmati fino a fine mese, lo scopo è darsi un’organizzazione sui territori che agisca in modo coordinato: «Le assemblee sono sovrane ma stiamo lavorando al sito di Pap per trasformarlo in uno strumento operativo – spiega Chiara Capretti -. Chi non può partecipare di persona alle riunioni potrà informarsi e dare contributi attraverso il portale. Dobbiamo ragionare su temi di interesse generale creando gruppi di lavoro che sviluppino pratiche comuni e campagne nazionali».
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

Appello in vista del 4 marzo: non votate per chi ha attentato alla Costituzione

di Alfiero Grandi

Con il voto del 4 marzo finisce una legislatura da archiviare come una delle peggiori della storia della Repubblica. Ci si sorprende della transumanza di parlamentari da una parte all’altra, ma se i parlamentari venissero scelti dai cittadini e non nominati dai capi partito questo fenomeno non ci sarebbe.

Dall’entrata in vigore del Porcellum si sono susseguite tre legislature, una peggio dell’altra. Purtroppo anche quella che sta per iniziare avrà parlamentari eletti con una pessima legge elettorale, approvata a scatola chiusa con ben 8 voti di fiducia, che ha imposto di nuovo l’elezione dei parlamentari sulla base della fedeltà ai capi impedendo ai cittadini di sceglierli. Eppure il tentativo di manomettere la Costituzione, con metodi e contenuti stravolgenti della Costituzione del 1947, si è infranto sul voto dei cittadini che il 4 dicembre 2016 al 60 % hanno detto No. Il governo pensava di ottenere un plebiscito e invece ha perso clamorosamente.

Ritorna, tuttavia, in molti programmi elettorali la volontà di non tenere in considerazione la volontà popolare espressa con il voto del 4 dicembre. Per questo, pur comprendendo la sfiducia ed il disagio di fronte alla crisi di una politica e di una classe dirigente, non è tempo di stare alla finestra: il colpo di mano realizzato nel 2012 con la riforma dell’art. 81 potrebbe ripetersi se non ci sarà in Parlamento il massimo numero possibile di parlamentari fedeli alla Costituzione. L’astensione può solo agevolare i responsabili del tentativo di manomettere la Costituzione e dell’approvazione di questa legge elettorale.
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Votare? L’ho sempre fatto. Per chi? Parliamone

di Flavio Fusipecci

Il quadro mondiale è in profonda, rapidissima evoluzione (involuzione) sotto la spinta di fenomeni e agenti per la prima volta “veramente globali”.
Come nei fenomeni sismici, si va progressivamente accumulando una energia “sotterranea”, indice e futura causa di una prossima esplosione/implosione del sistema economico e sociale mondiale, di cui si evidenziano già le “faglie di rottura” in varie parti del mondo, sotto la spinta di un complesso di disuguaglianze via via crescenti e via via più evidenti e diffuse tramite i nuovi media etc., “godute e perversamente difese” o “introiettate e sofferte fino alla morte” da popoli e singole persone un po’ ovunque.

Per una serie di motivi storici e socio-economici, ingigantiti negli ultimi 20-40 anni di politica ed economia dissennata a tutti i livelli, l’Italia è oggi una delle “faglie” più esposte a rischi, un po’ come il Vesuvio, in un contesto europeo e mondiale che non la favorisce e che, anzi, tende a ridimensionarla, rendendola di fatto “terreno di conquista” e, allo stesso tempo, “mercato da mantenere, sul ciglio del burrone”. Fa comodo a tutti.

Le grandi ideologie storiche ed i partiti da loro innervati sono finiti, travolti innanzitutto dalla incapacità di adeguarsi ai mutamenti epocali in rapida successione (tecnologici, ambientali, antropologici, sociali, economici etc..) e, non meno importante, da un degrado etico e morale, oltre che culturale, che ne ha decretato la fine ingloriosa non solo in termini elettorali, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la fiducia, la partecipazione, la speranza, il coraggio e la visione di un futuro (anche solo a livello di sogno e di forza a non rinunciare “a provarci”), tutte cose indispensabili per non fare piombare tutti e ciascuno in una pericolosa spirale di grezzo e meschino individualismo.
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

Voto del 4 marzo: astensione o annullamento?

di Silvia R. Lolli

Antonio Stella sul Corriere della Sera martedì 30 gennaio ha scritto di astensioni pensando al futuro voto. Alle prossime elezioni ormai facilemente si può presumere un calo di votanti; visto il trend ci troveremo di fronte al nuovo partito, l’astensionismo? Le beghe dei miseri politicanti italiani, che continuano a imperversare mediaticamente nelle nostre case, sono dovute soprattutto agli errori di calcolo, alla poca capacità politica ed alla insufficiente credibilità. Abbiamo una pessima, ed ancora una volta fuori dai principi costituzionali, legge elettorale e c’è un elevato disinteresse per la cosa pubblica; il prossimo voto dovrebbe solo confermare tutto ciò.

Il teatrino della politica sembra sempre più autoreferenziale con megafoni inversamente proporzionali alle competenze e alla serietà di chi vuol farsi eleggere. C’è un clima di barricate: i fortini di partitacci o partitucoli oggi sulla breccia della politica italiana inviano i primi candidati, quelli che devono essere ancora seduti nel prossimo Parlamento, nei seggi più sicuri, infischiandosene dell’idea di recuperare un po’ di contatto con i territori. Troppa la paura di non poter eleggere i propri cerchi magici.
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Catalogna: a 48 ore dal referendum l’incognita del voto e dell’indipendenza

di Maurizio Matteuzzi

Nessuno può ragionevolmente dire cosa accadrà domenica prossima in Catalogna. Quel giorno, primo ottobre, è fissato il referendum per la secessione dalla Spagna e l’indipendenza. Voluto dal governo separatista di Barcellona (eletto nel settembre 2015, sostenuto dal centro-destra del Partit Demócrata Catalá, dal centro-sinistra della Esquerra Republicana de Catalunya e dalla “sinistra anti-capitalista” della Candidatura d’Unitat Popular riuniti nella coalizione Junts pel Sí con alla testa l’ex sindaco di Girona Carles Puigdemont), che lo considera come parte indiscutibile dell’inalienabile diritto all’autodeterminazione dei popoli e del “diritto di decidere” dei catalani. Negato con furore dal potere centrale di Madrid, che lo considera illegale e contrario alla costituzione del 1978.

Se domenica il voto avrà o avesse luogo, i 5 milioni e mezzo di elettori catalani dovranno o dovrebbero dire “sì” o “no” su una scheda con scritto la frase: “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente sotto forma di repubblica?”, secondo quanto stabilito da un legge frettolosamente votata in giugno da Junts pel Sì nel Parlament catalano. Una brutta legge che non pone alcun quorum minimo al referendum pur considerandolo vincolante, su cui Podemos si è astenuto, i socialisti catalani del PSC e la destra spagnolista hanno votato contro.

In realtà si tratta della sfida – e della crisi – più grande che la Spagna (e la monarchia dei Borbone) si trova ad affrontare dalla morte di Franco nel ’75 e dal ritorno della democrazia (una transizione taroccata, una democrazia zoppa fondata sul binomio “amnistia-amnesia”, ma questo è un altro discorso). Un possibile scontro frontale di due treni lanciati a tutta velocità l’uno contro l’altro, che avrà o avrebbe conseguenze drammatiche sul futuro della Spagna ma anche dell’Europa se solo si pensa al probabile effetto domino.
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