“La forza di gravità”: un libro per riflettere sui tempi che stiamo vivendo

di Sergio Sinigaglia

A volte i romanzi ci spiegano la realtà in cui viviamo, la società che ci circonda, meglio di qualcunque saggio. È il caso del libro La forza di gravità, ultima fatica di Claudio Piersanti, uscito in questi giorni nella collana “Narratori Feltrinelli”.

Serena è una diciottenne che abita in un mega-codominio periferico di una grande città italiana. Condivide la sua vita con l’anziana zia dopo una infanzia e una adolescenza complicate a causa della prematura scomparsa della madre e di una grave malattia di cui porta ancora i segni sul viso. Nello stabile risiede anche il padre, ma la sua presenza è insignificante, come quella della zia, per cui l’unico riferimento affettivo, oltre il fedele setter Fox che ogni sera Serena, insieme ad altri cani, del condominio, porta fuori in lunghe passeggiate, è “Il Professore”, Dario Posatore, un sessantacinquenne in lotta contro tutto e contro tutti.

Dario ha avuto una vita tribolata, un passato giovanile ribelle, una vita da insegnante complicata in rotta con il sistema scolastico che lo ha portato gradualmente ai margini della comunità. E della sua famiglia. È un radicale antagonista nei confronti del mondo che lo circonda, dal condominio dove viene guardato con rancore e diffidenza, al contesto urbano sempre più incivile, asociale, atomizzato. Tra Serena e il Professore si stabilisce un rapporto di amicizia profondo.
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La violenza di CasaPound a Ostia

di Internazionale.it

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentata e ha protestato perché non era stata invitata.
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Stalking, i timori erano giustificati. Caro Orlando, la violenza non si risarcisce

di Nadia Somma

In uno dei monologhi di Mistero Buffo – Grammelot dell’avvocato inglese – Dario Fo raccontava di una legge medievale per cui il violentatore potesse salvarsi dalla condanna spargendo velocemente delle monete ai piedi della vittima a mo’ di risarcimento e recitando una formula rituale che lo rendeva intoccabile. Dario Fo ci parlava del Medioevo ma oggi?

Oggi accade in Piemonte. Una donna subisce stalking per mesi, viene controllata con appostamenti e inseguimenti, da casa sua fino al luogo di lavoro o verso casa del fidanzato. Ovunque vada, lui la segue e pedina. La sua vita non le appartiene più, viene sottratta da un uomo che la controlla quotidianamente, violando la sua privacy, imponendole una paura quotidiana. Quante volte avrà pensato alle donne aggredite, o peggio uccise, dai loro stalker? Quanta angoscia, rabbia, senso di impotenza avrà vissuto? Così si decide a denunciare lo stalker, che finisce in tribunale ma ne esce senza conseguenze. Ha il solo disturbo di pagare 1.500 euro, somma rifiutata dalla donna ma giudicata, a quanto pare, congrua dal gup (Giudice per udienze preliminari).

Questo è avvenuto grazie alla riforma del codice penale che porta il nome di Andrea Orlando, ministro della Giustizia del governo Gentiloni, che con l’obiettivo anche condivisibile e giusto di alleggerire il carico di lavoro dei tribunali e dare ai cittadini e alle cittadine una giustizia più veloce, ha commesso una svista. Ha introdotto le cosiddette condotte riparatorie per i reati procedibili a querela di parte (e che prevedono la possibilità di ritirare la querela) escludendo quelli ritenuti più gravi, ovvero procedibili d’ufficio.
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Femminicidio

Il femminicidio e la sindrome maschilista: la punta dell’iceberg

di Maria Mantello

Il femminicidio è la punta dell’iceberg: il visibile del virus maschilista, che continua a veicolare grazie agli stereotipi sessisti per il controllo del corpo delle donne. Questi, sedimentati per secoli, e accettati nella passività dell’abitudine, creano quell’omertosa solidarietà sociale, che è l’invisibile supporto della sindrome maschilista, che estrinseca la sua sintomatologia nella più variegate condotte misogine della quotidianità.

Gli stereotipi, possiamo definirli una scorciatoia cognitiva della mente, che nell’associazionismo pulsionale, salta l’analisi critica e abbraccia la più comoda tradizione reazionaria, che schiaccia l’individualità su appartenenze identitarie di genere: funzionali al perdurare di strutturali asimmetrie di potere. Una vera e propria categorizzazione sociale, spacciata per “normale”, “naturale”, come appunto è la supposta superiorità del maschio sulla femmina.

Nella costruzione di questo sistema, il cattolicesimo ha avuto un ruolo determinante nel nostro Occidente, trasformando la funzione biologica della maternità, in un’essenza, in una caratteristica principio e fine esistenziale per le donne. Una “vocazione” (questa la parola usa il clero cattolico oggi) a essere strutturalmente sposa-madre. Ogni donna, quindi, indipendentemente dal fatto di avere o meno figli, sarebbe «naturalmente» «dedita all’altro». Eterna costola di Adamo.
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Non una di meno: un nuovo movimento o un movimento nuovo

di Rosanna Marcodoppido

Un anno fa nasceva Non Una di Meno a partire da un appello a firma della rete romana Io decido e delle Associazioni nazionali Udi e DIRE. Arrivarono ben presto da tutta Italia adesioni entusiastiche di singole e di gruppi subito connessi tra loro grazie alle nuove tecnologie comunicative e a incontri che alcune di Io Decido realizzarono in varie città. Si è così man mano formato un vero e proprio movimento che in un anno ha dato vita alla grande manifestazione del 26 novembre a Roma, a tre assemblee nazionali, ad uno sciopero globale femminista e a numerosi eventi locali a volte correlati tra loro su cui per brevità non mi soffermo e per i quali rimando a siti e pagine facebook.

Intorno a questo movimento si è sviluppato un dibattito che ha rimesso al centro anche alcuni nodi da sempre presenti nelle pratiche discorsive del femminismo e che ha assunto non di rado toni particolarmente aspri, a mio avviso poco utili per la costruzione di un serio contrasto al tanto che resta del patriarcato. Nell’intento di fornire alcuni elementi di conoscenza di cui penso ci sia bisogno, provo a dare una mia parziale lettura di questa esperienza come soggetto da sempre attento ai mutamenti della realtà delle donne, con un sapere politico accumulato dentro l’Udi in tanti anni di femminismo. È opportuno cominciare dalle radici politiche forse meno note.
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Aleppo: da città della cultura a centro di una guerra sciagurata

a-aleppo

di Claudio Cossu

Come Dresda, anche Aleppo era una città di cultura, ridente, punto di incontro per uomini e donne, mercanti e intellettuali, dove brillavano le luci dei negozi ed i bazar erano sfavillanti, mentre il traffico assomigliava a quello di un normale agglomerato urbano occidentale, che ora solo distruzione, morte e desolazione presenta, sovrastando ed avvolgendo come una nube nefasta le macerie della parte abbandonata dai ribelli contro il tiranno Bashar al Assad e dagli jihadisti.

Un tempo la gioia degli abitanti rincorreva, nello svolgersi normale della vita, la grande Moschea e la fortezza custodita dai governativi, unitamente alla relativa parte antica e storica della città. Gli abitanti che sono rimasti ancora, dopo la caduta di Aleppo nelle mani di Putin e Erdogan, ora alleati, appaiono come ombre tra polvere di calcinacci, malattie e miseria e tutto assomiglia ad una visione del 1945, che pensavamo ormai rimossa e appartenere a un triste passato.

Invece, ecco ancora, bambini laceri e abbandonati, le vie colme di rovine e corpi, causa le incursioni degli aerei russi e turchi. Anche gli iraniani partecipano a quella guerra sciagurata, per rendere maggiormente in brandelli quella che fu una storica e bella città. Ancora una volta Dio ha deciso di abbandonare quegli esseri, un tempo umani ed ora solo larve, divenuti tali in un mare di bombardamenti crudeli e si è arrestato senza intervenire pietosamente, senza fermare quella carneficina.
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“Non una di meno”: il 26 novembre a Roma per dire no alla violenza sulle donne

di Ingrid Colanicchia

«Ni una mujer menos, ni una muerta más». Non una donna in meno, non una morta in più. Si racconta che dicesse spesso così Susana Chávez, la poeta messicana, attivista per i diritti umani, che ha speso gran parte della sua vita per denunciare i femminicidi che hanno reso tristemente nota Ciudad Juárez, la città dove era nata e dove, nel 2011, a soli 36 anni, ha trovato la morte: mutilata e uccisa con tutta probabilità per quella sua stessa battaglia.

La speranza di Susana non si è tradotta in realtà: da allora, in Messico e non solo, di morte ammazzate per mano di un uomo ce ne sono state tante. Al punto che “Ni una menos” è diventato il nome di un intero movimento che in America Latina riempie le piazze per dire no alla violenza sulle donne.

Un grido collettivo che ha attraversato l’Oceano e che sarà scandito a gran voce da quante e quanti il 26 novembre confluiranno a Roma per la manifestazione nazionale “Non una di meno”, indetta dalla Rete IoDecido (che a Roma, da tre anni, si è mobilitata sul tema della salute, contro la violenza di genere eccetera); da D.i.Re – Donne in rete contro la violenza (che riunisce i Centri Antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne sparsi sul territorio nazionale); e dall’Udi – Unione donne in Italia (storica associazione femminile nata tra il 1944 e il 1945 dall’esperienza dei Gruppi di Difesa della Donna, creati in supporto alla Resistenza).
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Violenza sulle donne

La violenza sulle donne deve fare i conti con una nuova libertà femminile

di Lea Melandri

La guerra mai dichiarata al sesso femminile, che ha segnato fin dal suo atto fondativo il dominio di una comunità storica di uomini, non poteva non lasciare tracce durature nella vita degli individui e delle società, nella cultura e nelle istituzioni della vita pubblica, nelle abitudini quotidiane e nella storia dei popoli.

Lo stupro e l’omicidio sono le forme estreme del sessismo e sarebbe un errore considerarle isolatamente, come se non fossero situate in una linea di continuità con rapporti di potere e culture patriarcali che – nonostante la costituzione, le leggi, i “valori” sbandierati della democrazia – stentano a riconoscere la donna come persona.

La donna resta – purtroppo anche nel sentire e nel modo di pensare di molte donne, per ragioni di adattamento e di sopravvivenza – una funzione sessuale e procreativa. È il corpo che assicura piacere, cure, continuità della specie.

Non è un caso che una delle ragioni di maggior allarme per una civiltà che avverte segnali di crisi, accerchiata dall’immigrazione crescente e dall’odio degli altri popoli, sia la denatalità. È importante perciò che si dica che la violabilità del corpo femminile – la sua penetrabilità e uccidibilità – non appartiene all’ordine delle pulsioni “naturali”, ai raptus momentanei di follia, o alla arretratezza di costumi “barbari”, stranieri, ma che sta dentro la nostra storia, greca romana cristiana, a cui si torna oggi a fare riferimento per differenziarla dalla presenza in Europa di altre culture.
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Oscar Romero, martire civile oltre che “in odium fidei”

Oscar Romero
Oscar Romero
di Gianfranco Sabattini

Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador, ucciso nel 1989 mentre celebrava la messa dagli “squadroni della morte” che operavano al soldo della destra salvadoregna, è stato beatificato sabato 23 maggio; il martirio dell’arcivescovo viene assimilato, nell’immaginario collettivo, a quello patito nel 1170 da Thomas Becket (celebrato nel noto dramma teatrale di Thomas Stearns Eliot “Assassinio nella Cattedrale”).

Al di là delle similitudini, le ragioni dell’assassinio di Romero hanno una ben altra motivazione rispetto a quelle che hanno determinato la morte violenta dell’arcivescovo di Canterbury; infatti, mentre l’assassinio di Thomas Becket è avvenuto a causa della suo dissidio con Enrico II, re d’Inghilterra, sui diritti reciproci della Chiesa e della Corona, quello di Romero è avvenuto, non tanto in “odium fidei”, come vorrebbe la gerarchia cattolica e come recita la motivazione della sua beatificazione, quanto per essersi opposto alle angherie, sfociate in guerra civile dopo la morte dell’arcivescovo di San Salvador, cui era sottoposto il popolo salvadoregno.

Sulla vita e sull’impegno civile, oltre che su quello pastorale, di Romero, Roberto Morozzo della Rocca, storico dell’Università di Roma Tre, ha scritto una ricca monografia intitolata “Oscar Romero. La biografia”. “Oggi si riconosce – afferma Morozzo – che Romero, sebbene uomo pubblico determinante per le sorti del suo Paese, era un personaggio della Chiesa prima che della politica. […] La beatificazione di Romero nella Chiesa cattolica, a seguito del riconoscimento del martirio in odium fidei, avviene allorché molti animi sono rasserenati, essendo ormai lontane le tensioni della guerra civile salvadoregna e del cruento scontro in America latina, fra regimi militari e guerriglie”; tuttavia, per quanto le strumentalizzazioni dell’impegno civile dell’arcivescovo si siano ridotte, in tutto il mondo Romero riceve “onori imparzialmente decretati. A lui sono dedicati monumenti, piazze, università, aeroporti, ospedali. Lo rievocano libri, film e opere teatrali”.
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Primo maggio a Milano: non la violenza, ma la crisi è stata la protagonista

di Cristina Quintavalla, Altra Emilia-Romagna

La piazza del I maggio a Milano è stata imponente, partecipata, non violenta. È stata una piazza grandissima e straordinariamente generosa: ha manifestato dentro la crisi di una società che ha prosciugato speranze e sogni, incalzata dal “nulla che avanza”, senza residue illusioni nella classe dirigente di questo paese, né di quella città, con la pervicace ostinazione di chi sa che qui, in queste condizioni economiche e sociali, non c’è futuro alcuno.

C’è chi non lo vuole capire, o finge di non capirlo, ma la protagonista assoluta della manifestazione è stata la crisi, questa crisi bastarda che colpisce tutti, dai giovani ai migranti, dagli esodati ai pensionati che non riescono a sopravvivere, dagli studenti che non sanno dove andare ai precari disperati o disillusi.

Come non vedere dentro quel corteo la messa a nudo di questo sistema, della sua forza distruttiva, dell’assalto del grande capitale alla vita di tutti e del prezzo altissimo che viene fatto pagare a chi ne è incolpevole, la cui colpa semmai è solo quella di essere nato nel posto sbagliato, dalla parte sbagliata, magari”su uno scoglio, anziché dentro un castello”, come scriveva Verga? Come non vedere che in quel corteo c’erano i nostri figli, che urlavano la loro rabbia e la loro disperazione?

Come non vedere che dentro quel corteo, c’erano tanti migranti, intere famiglie al completo, che riuscivano a cogliere il legame che intercorre tra la negazione del loro diritto all’abitare, al lavoro, e la grande kermesse delle multinazionali che negano il cibo a tanta parte del mondo da cui loro stessi provengono? Come non vedere che in quel corteo c’erano i nostri compagni, quelli che in tutti questi anni di sconfitte, hanno continuato a leggere con grande lucidità i processi che erano in corso?
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