Strage di Capaci e via d’Amelio: 27 anni dopo a un passo dalla verità

di Giorgio Bongiovanni Ventisette anni sono passati da quel 1992 di sangue e bombe. Come ogni anno, da allora, si avvicinano i giorni delle commemorazioni che inizieranno il 23 maggio, nel ricordo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, e che si concluderanno 57 giorni […]

Verità e bufale sulla tav Torino-Lione

di Paolo Mattone, Livio Pepino e Angelo Tartaglia

Il “contratto di governo” tra M5Stelle e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal Governo «un atto ostile».

Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Poi silenzio e rinvio all’analisi costi-benefici in corso di elaborazione da parte di una apposita commissione. Il tutto lasciando al loro posto, come rappresentanti del Governo, sfegatati supporter della nuova linea ferroviaria come Mario Virano, direttore generale di Telt (promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea Torino-Lione), e Paolo Foietta, commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione e presidente dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio originariamente costituito come luogo di studio e di confronto tra le parti interessate (e diventato ormai l’ultima ridotta dei sostenitori del Tav senza se e senza ma).

Tanto è bastato, peraltro, a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e di terroristi.
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Perché il film su Stefano Cucchi è un piccolo capolavoro

di Giacomo Russo Spena

Sono 100 minuti di angoscia. Sulla mia pelle genera rabbia, dolore, frustrazione. Il film di Alessio Cremonini, presentato a Venezia e dal 12 settembre al cinema e su Netflix, narra senza sensazionalismo né voyeurismo – emblematica la scelta di non mostrare le immagini del pestaggio letale – una realtà cruda. E lo fa, con minuzia di particolari, riproducendo la vicenda tramite le testimonianze e gli atti giudiziari (oltre 10mila pagine di verbale). Una fedele ricostruzione, oggettivamente documentabile, in cui istantanea dopo istantanea si rivive con veridicità dei fatti l’ultima settimana di Cucchi, dal momento dell’arresto alla sua morte.

Alcune scene sono strazianti: lo spettatore è assalito da un groppo in gola tanto da sognare un’utopica fine, una fine diversa da quel che si conosce, una vana speranza che Cucchi si salvi e resti in vita. Perché tanto accanimento su quel corpo? E possibile che sia avvenuto nella “civile” Italia? Ebbene sì. La storia di Stefano Cucchi è terribile ma italianissima. Non certo un episodio isolato se guardiamo le cronache degli ultimi anni e la lunga lista di vittime per abusi delle forze dell’ordine: Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, per citare i casi più noti.

Evitando buonismi, Sulla mia pelle non fa sconti a nessuno. Neanche a Stefanino né alla sorella Ilaria né ai genitori e neppure ad uno Stato che sta facendo carte false per autoassolversi. Cucchi viene raccontato per quel che era, senza alcuna enfasi salvifica: un ragazzo trentenne – ex tossicodipendente, con piccoli precedenti penali, diventato un problema per la famiglia – che stava provando a risalire la china con un lavoro stabile, una casa propria e allontanando il vizio dell’eroina.
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Parma: è necessaria un’operazione di verità sul debito pubblico

della Commissione Audit sul debito pubblico di Parma

La Commissione Audit sul debito pubblico di Parma chiede un’operazione di verità e giustizia sul debito pubblico del Gruppo Comune di Parma-Società partecipate, rispetto alle dichiarazioni trionfalistiche della Giunta Pizzarotti e alla finta e strumentale opposizione di gran parte delle forze politiche in corsa per il rinnovo del Consiglio comunale.

Le menzogne sul debito riguardano il suo presunto abbattimento (cospicuo per la giunta Pizzarotti, meno cospicuo per il PD in particolare): nessuno di loro ha però intenzione di denunciare il mancato accertamento della composizione del debito, della sua parte illegittima (in quanto frutto di speculazioni, corruzione e truffe, come emerge da i ben 7 indagini aperte dalla Magistratura), chi ne siano i responsabili, ma soprattutto quanto sia stato ingiustamente scaricato sui cittadini attraverso tasse, tariffe comunali altissime, privatizzazioni, tagli di servizi. Se sono stati pagati in larga parte i debiti del Comune (che erano la parte più irrilevante del debito) per effetto di disposizioni di legge (allentamento dei vincoli del Patto di stabilità), resta vero che:

  • il debito bancario delle Società partecipate è aumentato di 12.751.000 euro,
  • il patrimonio netto delle partecipate ha subito una perdita di quasi 14.900.000 euro;
  • le società partecipate per le troppo elevate esposizioni bancarie, e le assenze di ricavi operativi ricorrenti, hanno ricevuto continui supporti finanziari da parte del Comune.

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Il rifacimento della sinistra, a partire dalle fondamenta

di Aldo Tortorella

Fino a poco tempo fa l’esigenza posta anche, ma non solo, da questa rivista e cioè quella di rifare i fondamenti anche teorici di una possibile sinistra era parsa a chi si occupa di queste cose una sollecitazione puramente astratta. Una sinistra maggioritaria c’è già in Italia e in Europa, si diceva, e fuori di quella sono possibili solo i rissosi gruppetti che si conoscono. Ma di fronte alle progressive disfatte delle destre socialdemocratiche qualcosa è cambiato anche in coloro che hanno fin qui sostenuto come vangelo la conversione al liberismo delle tendenze di sinistra.

Diversi dei più noti editorialisti dei maggiori quotidiani italiani, infatti, si sono venuti accorgendo del volgere verso l’irrilevanza delle attuali socialdemocrazie in tutta l’Europa e, dunque, vengono alludendo a un bisogno di rifacimento. D’altronde era divenuto difficile non vedere : il crollo di Hollande, i tedeschi al servizio della Merkel, gli spagnoli spaccati e in maggioranza per il governo centrista, le molteplici sconfitte nei paesi minori, l’avanzare ovunque nell’elettorato popolare, a loro danno, di movimenti di protesta o, peggio, delle destre nazionaliste.

L’ultimo tassello di questa catena di disastri è stato il crollo – nel referendum costituzionale – del corso politico e istituzionale seguito da quell’ex sindaco di Firenze presentato, sin qui, come una sorta di ragazzo prodigio del moderno riformismo e in realtà ultimo ciarliero protagonista televisivo della compiuta metamorfosi della maggiore sinistra italiana (PDS,DS,PD) in qualcosa di lontanissimo dalla sinistra.
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La petizione su Change.org: verità sull’uccisione di Giulio Regeni

Per Giulio Regeni
Per Giulio Regeni

di Giovanni Parmeggiani, Stefania Villanacci, Eleonora Bacchi, Esther Amoròs Berna, Shady Alshhadeh, Pilar Lopez, Claudia Morini, Patricia Belmonte Cerdàn, Lucas Ivorra, Loli Sànchez Lozano, Marco Basile, Allison Blahna, Fabio Rollo, Julie Rubino, Islam Elshaarawy, Jesse Chappelle, Shady Hamadi, Massimo Cozzolino, Karim Metref Abdallah, Pierfrancesco Majorino,Farid Adly, Davide Piccardo, Nabil Bey, Lorenzo Declich, Giuseppe Acconcia, Alessandro Di Rienzo, Elena Chiti, Rita Barbieri, Doris Zaccaria, Rosa Schiano, Rana Alnasr, Egidio Giordano, Maria Teresa Cudemo, Lorena Matteo, Alfredo Manfredini Bohm, Pietro Sabatino, Chiara Crispino, Luisa Ambrosio, Roberta Carvone, Federico Manes, Roberto Trisciani e Libera D’Amato. Qui il link per firmare la petizione su Change.org

Ora tutti conoscono Giulio: aveva 28 anni ed era un dottorando dell’Università di Cambridge.Dal Cairo, dove si trovava da settembre per condurre la sua ricerca sull’economia egiziana nell’era post Mubarak, raccontava quello che accadeva in Egitto. Il 25 gennaio 2016, giorno dell’anniversario dell’inizio delle manifestazioni che hanno portato alla deposizione del presidente Mubarak, Giulio è scomparso. Il suo corpo è stato rinvenuto giorni dopo, nei sobborghi del Cairo, con evidenti segni di tortura.

Giulio rappresenta tutti quei giovani che hanno scelto di indagare il contesto in cui viviamo, con passione, curiosità e spirito critico, per comprendere e conoscere ciò che viene proposto come lontano e diverso. Per questa ragione è nostro dovere ricordare i motivi che hanno spinto Giulio, come tanti altri, a mettere a disposizione di tutti una lettura delle dinamiche che determinano la qualità della nostra convivenza, in un ambiente che si presuppone essere sicuro – quello accademico. Si tratta degli stessi motivi che vogliono garantire la crescita e il mantenimento di una cittadinanza mediterranea e universale, pensata per contribuire alla pace, alle libertà e allo sviluppo di tutti i popoli del comune mare.
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