Sardegna, nel futuro di Portoscuso ancora veleni: senza valore la salute degli abitanti

di Paola Correddu, vicepresidente Isde Sardegna

Parrebbe imminente la chiusura delle pratiche autorizzative per il riavvio dello stabilimento di Eurallumina, fermo da oltre 8 anni. Al favorevole buon esito della procedura, se ci sarà, un contribuito determinante lo avrà dato il Senatore Silvio Lai, firmatario di un emendamento al D.L. n 91/2017, convertito nella L. 123/2017, che porterà al raddoppio del bacino dei fanghi rossi di Portoscuso, con innalzamento dell’esistente di 10 metri, per un totale di 46 metri d’altezza e 178 ettari di superficie.

Con l’emendamento Lai si sottraggono dal relativo regime, con effetto retroattivo, le aree gravate da uso civico che siano state destinate, in violazione di legge, alla realizzazione di interventi industriali per il perseguimento “dell’interesse generale dello sviluppo economico della Sardegna”.

L’emendamento, strumentalmente poco comprensibile visto che non indica le reali implicazioni conseguenti alla rimozione dei vincoli, non “dichiara impossibile la presenza di usi civici nelle zone industriali”, come affermato erroneamente dal Sen. Lai nel suo articolo pubblicato sulla Nuova Sardegna del 25 settembre, ma riconosce retroattivamente la validità e l’efficacia di atti adottati in violazione di legge. In pratica una sanatoria per le azioni che improvvidamente hanno spogliato le comunità locali di un diritto collettivo, generando condizioni di grave compromissione dell’ambiente.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Processo Ilva Taranto, Peacelink sarà parte civile: dieci anni di battaglia sono valsi la pena

di Alessandro Marescotti

Il Gup Wilma Gilli ha accolto la richiesta di costituzione di parte civile da parte di PeaceLink nel processo Ilva. La decisione del Gup nell’udienza preliminare del Tribunale di Taranto ha coronato una storia di impegno che comincia nell’aprile del 2005 quando PeaceLink scopre casualmente su Internet che a Taranto c’è la diossina. Digitando su un database europeo avevamo scoperto che a Taranto non c’era una fonte qualsiasi, ma la più consistente fonte industriale di diossina in Europa: l’Ilva di Taranto. Fino a quel momento nessuno ne aveva mai parlato.

E da quel momento la storia di PeaceLink cambia. Nata nel 1991 dopo la guerra del Golfo per fare da coordinamento telematico al movimento pacifista, PeaceLink comincia a pubblicare dal 2005 anche dei dati scientifici che attirano l’attenzione sul “giallo della diossina taciuta”. Da decenni contaminava Taranto, ma nulla si sapeva in città. La parola non veniva mai nominata e non se ne trovava traccia nei siti web della Regione, del Comune, della Provincia. Nel 2008 PeaceLink commissiona le analisi su un pezzo di formaggio locale e vengono fuori concentrazioni di diossina oltre i limiti di legge.

Vengono avviate le indagini della magistratura. La diossina è ovunque: le analisi confermano l’allarme di PeaceLink. La diossina è nelle pecore, nelle capre, nelle masserie, nel terreno e nei pascoli. Si era sedimentata in anni e anni di silenzio e di omissioni. La scelta delle autorità competenti è dolorosa: a fine 2008 parte l’ordine di abbattere tutte le pecore e le capre della masseria Carmine della famiglia Fornaro. L’ordine viene esteso anche alle altre masserie.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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