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Appia Antica, il fragile equilibrio della strada di Cederna

di Maria Pia Guermandi

Privilegio. Questa la sensazione che si provava l’altra sera sull’Appia antica. Era una delle serate del Festival che da alcuni anni Rita Paris, direttrice del Parco Archeologico, organizza a luglio: “dal tramonto all’Appia” il titolo che è ormai un appuntamento consolidato nel panorama delle iniziative culturali romane. Letture, danza, proiezioni e concerti di alto livello all’ombra dei pini marittimi e accanto ai monumenti e siti della regina viarum, da Cecilia Metella e San Nicola a Santa Maria Nova e i Quintili, a Capo di Bove.

In particolare, l’altra sera, il concerto della straordinaria Thana Alexa, una delle anime canore del movimento “me too”, è stato preceduto da una breve conversazione sulla Roma di Antonio Cederna.

Eravamo a pochi passi dal luogo che dal 2008 ospita l’archivio del giornalista, donato dalla famiglia all’allora Soprintendenza Archeologica – quella di Adriano La Regina, per intenderci – ed ospitato a Capo di Bove, una villa privata che la Soprintendenza è riuscita ad acquisire tramite prelazione, compiendo scavi che hanno dato risultati scientifici straordinari e restituendo alla pubblica fruizione uno dei siti dell’Appia ora più amati dai cittadini romani.

La strategia della Variante di Castello: tagliare i tempi, aprire i cantieri

di Antonio Fiorentino

L’annosa partita dell’area a nord ovest di Firenze è giunta a uno degli snodi cruciali: l’approvazione del nuovo Piano Urbanistico Esecutivo (PUE) di Castello, variante di quello del 2005 sottoscritto da Ligresti, Domenici e Biagi, naufragato tra mille polemiche e inchieste della magistratura a conferma sia del ruolo strategico di quest’area che dell’atteggiamento subalterno e negligente con cui la locale classe dirigente, politica ed economica, ha affrontato il tema.

L’approvazione della Variante di Castello è diventata la condizione necessaria per sbloccare tutti gli altri progetti che interessano l’area, dalla cosiddetta “Cittadella Viola”, al nuovo aeroporto intercontinentale, alla terza corsia dell’autostrada, alla nuova sede della Mercafir. La questione dell’inceneritore, previsto a Case Passerini, dovrebbe essere ormai chiusa, segnando un importante punto a favore di tutti coloro, associazioni, centri sociali, comitati, che tenacemente sono riusciti a bloccarne il progetto in nome della pericolosità dell’impianto e della corretta chiusura del ciclo dei rifiuti.

Figura 1

Figura 1

Maximum ius, maxima iniuria: urbanistica italiana illegittima per la Corte europea

di Sergio Brenna

La Corte di (In)Giustizia Europea (La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo) con sentenza inapellabile ha disposto il risarcimento dei danni per mancato rispetto dei diritti proprietari a seguito della confisca dei terreni abusivamente edificati a Punta Perotti a Bari, ed altre tre lottizzazioni abusive rispettivamente a Golfo Aranci (Olbia), Testa di Cane e Fiumarella di Pellaro (Reggio Calabria). [1]

Eppure, benché arzigogolata da numerosi rimaneggiamenti, la legislazione italiana sembrerebbe chiara. L’ art. 31 del TU Edilizia [2] così recita:

«Se il responsabile dell’abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall’ingiunzione, il bene e l’area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. L’area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.» (comma 3)

«L’accertamento dell’inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al comma 3, previa notifica all’interessato, costituisce titolo per l’immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.» (comma 4)

Bologna e l’urbanistica: a cosa servirà la partecipazione?

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

Dal 2° incontro in commissione urbanistica svolto il 27 giugno 2018 e dalle successive comunicazioni giornalistiche sulle scelte del Bologna FC non possiamo che continuare a ragionare e a tener vivo un dibattito che, nonostante il movimento di cittadini creato da Rigenerazionenospeculazione, ci pare ancora troppo spesso l’espressione di un pensiero unico.

Oltre a ciò che si legge sui giornali che impone la ricerca della ristrutturazione dello Stadio e il passaggio quasi di proprietà, certamente di usucapione alla società di calcio per ben 99 anni. E’ un pensiero unico quello scaturito dalle conclusioni del temporaneo presidente della commissione (la presidente Leti aveva impegni familiari) e portavoce del PD consigliare Claudio Mazzanti. Anche questo secondo incontro con vari gruppi ed associazioni di cittadini è stato ricco perché la loro contro-informazione si è rivelata all’altezza della situazione, anzi molto più avanzata delle poche risposte ricevute. Del resto il processo partecipato concluso in aprile 2018 ha prodotto competenze notevoli.

Così al termine della commissione, alla stregua degli interventi delle assessore Orioli e Pillati, Mazzanti ha ritenuto doveroso rispondere ricordando che non si può oggi essere contro un POC che è stato approvato nel 2015 dopo due anni di discussioni nei quartieri e in consiglio e che ha previsto ai Prati la nuova scuola.

Bologna, lo stadio e i Prati di Caprara: fra una speculazione e l’altra

di Silvia R. Lolli

L’articolo scritto da Piergiorgio Rocchi propone una soluzione politica sensata ed economicamente possibile per lo stadio di Bologna; si potranno mantenere in mano pubblica le proprietà di luoghi importanti per la città. Dietro alla rigenerazione noi abbiamo sempre visto una svendita di proprietà pubbliche favorente speculazione commerciale ed edilizia; si profila però anche quella sportiva. Se dobbiamo parlare di ristrutturazione dello stadio Dall’Ara finalizzata al solo gioco del calcio, dovremmo soffermare l’attenzione a ciò che sta capitando a livello nazionale anche in campo sportivo.

Potremmo chiederci se la scelta attuale, successiva a quella di costruire uno stadio nuovo a Granarolo (il piano urbanistico ad oggi non è stato cambiato nonostante l’idea di non costruire più l’impianto sportivo), abbia qualche rapporto con le cronache nazionali, cioè le vicende Lanzalone/Parnasi. Ci chiediamo cioè se la politica bolognese sarebbe stata a rischio come quella di Roma o Milano o di tutte le città che aspirano a fare grossi investimenti per impianti sportivi grandissimi.

Negli stessi giorni in cui è scoppiata l’inchiesta Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, ha fatto la relazione annuale in Parlamento. Ci ha colpito una sua affermazione sulla differenza fra il sistema corruttivo del 1992 e quello attuale che purtroppo non si riesce non solo a smantellare, ma neppure a diminuire; ha spiegato che mentre allora erano i partiti a cercare gli imprenditori per rimpinguare le casse partitiche o individuali, ora sono gli imprenditori a cercare i politici di tutti gli schieramenti per garantirsi, in ogni caso dopo le elezioni, spazi imprenditoriali, soprattutto nell’ambiti edilizio, ma purtroppo non solo.

Napoli chiama Bologna: tra urbanistica e nuova sinistra

di Sergio Caserta

Vezio De Lucia, insigne urbanista partenopeo ha scritto un pamphlet Promemoria Napoli (ed. Donzelli) che narra la vicenda del piano regolatore di Napoli dai primi anni settanta ad oggi: De Lucia è stato oltre che docente universitario, assessore all’urbanistica del Comune di Napoli e precedentemente ha collaborato ai piani di ricostruzione della città dopo il grave sisma del 1980. Dal punto di vista professionale ha ricoperto e ricopre tuttora prestigiosi incarichi pubblici.

Personalmente l’ho conosciuto meglio dopo che ha lasciato l’incarico di assessore nella seconda giunta da Antonio Bassolino, quando le vicende nazionali e locali della sinistra volgevano al peggio e ci siamo ritrovati a condividere posizioni critiche, nella ricerca di una nuova strada per quel che definiamo il “rinnovamento della sinistra”, cui non siamo affatto giunti, anzi tutt’altro come anche le ultime vicende del Paese evidenziano. Ora che vivo a Bologna dove mi sono trasferito per motivi di lavoro oltre venticinque anni fa, mi rendo conto sempre più delle profonde differenze che esistono con la mia città natale, più grande, più complessa, più disgraziata ma anche senza dubbio meno provinciale.

A Napoli le cose sono o veramente pessime o straordinarie, le vie di mezzo ci sono del tutto estranee, diciamo che la media normalità non è la cifra della capitale del mezzogiorno. Invece Bologna, è all’opposto la rappresentazione della virtù della medietà, nel senso che non è ne catastroficamente inguaiata come si dice solitamente di Napoli, ma nemmeno brilla di una particolare eccellenza se non in alcuni comparti, come l’industria meccanica, oppure in alcune facoltà universitarie, nel commercio, nella sanità.

Bologna, spazi nella città: vuoti a prendere

di Paolo Cacciari

Le città sono implose, fatte a brandelli. In parte gentrificate sotto l’assalto dei fondi speculativi, in parte degradate, abbandonate a sé stesse. Non potrebbe essere altrimenti: le città sono le fedeli concretazioni delle crescenti disuguaglianze sociali e dell’abdicazione dei poteri pubblici. Sull’utilizzo degli spazi urbani si gioca una partita fondamentale dell’assetto dei poteri economici e politici. Protagonisti sono i movimenti urbani di riappropriazione dei luoghi della socialità, a partire dalla residenza e di resistenza alla “messa a reddito” delle aree di pregio (turistiche, residenziali di lusso, commerciali, direzionali di rappresentanza… dove maggiore é la possibilità di estrarre rendite).

I nodi pulsanti di questi movimenti urbani sono i centri autogestiti dalle comunità degli abitanti. “Arche di autonomia”, le definirebbe Raul Zibechi. Aree verdi e immobili liberati e riattivati per dare vita a servizi interculturali, welfare mutualistico, piccole attività economiche cooperatistiche ed ecosolidali, coworking…, insomma, autentica “rigenerazione urbana”. Ogni città è punteggiata da lotte per la conquista di questi spazi pubblici, uniche alternative alla individualizzazione solipsistica delle relazioni umane nell’età dell’iperliberismo. Nelle crepe del lacerato tessuto urbano sono nate esperienze di tutti i tipi: dai centri sociali occupati alle case del popolo, dalle banche del tempo ai comitati di quartiere, fino ai “beni comuni” riconosciuti tramite percorsi partecipativi.

Arce, l’ecomostro alto tre piani su cui affaccia il belvedere

di Italia Nostra

Arce, insieme a Castro dei Volsci e Roccasecca, è una piacevole cittadina, poggiata in pieno sole a balcone sulla Casilina tra Ceprano e Cassino in provincia di Frosinone: ha una piazza terrazzata, nata con il gusto raffinato dei primi del Novecento per offrire un belvedere alla cittadinanza durante lo “struscio” serale. Gli amministratori locali hanno, però, avuto la geniale trovata di oscurare il belvedere con uno scheletro di cemento alto tre piani, per poi abbandonare l’opera incompiuta al degrado: un fantasma di cemento, lasciato lì a deturpare per sempre il paesaggio.

Quando si indaga, si scopre che trattasi di un polo universitario iniziato e mai portato a termine per mancanza di soldi, a conferma che le “peggio cose” le fa spesso proprio la committenza pubblica: tribunali, caserme, università, nuove chiese, etc. Quello che fa più rabbia però, è che, ad Arce, a fianco e con il medesimo affaccio, due deliziosi palazzi storici della stessa cubatura giacciono chiusi, abbandonati, destinati alla rovina, poiché nessun privato locale ha capitali per recuperarli.

Questa è l’urbanistica dei nostri tempi e l’Università la insegna non con le parole, ma con i misfatti. Già… urbanistica, questa sconosciuta. Sparita dai radar degli uffici dei quasi 8000 comuni d’Italia, tradita dalle continue varianti ai Piani Regolatori.

Dallo stop al consumo del suolo ai David di Donatello

di Vezio De Lucia

Per chi fa il mio mestiere, cioè l’urbanista, l’argomento più discusso degli ultimi anni è certamente il consumo del suolo, o meglio il modo per azzerare, ridurre o contenere il consumo del suolo, il più rovinoso fattore di crisi della condizione urbana, almeno in Italia. Gli osservatori più attenti, primo come sempre Antonio Cederna, cominciarono a denunciare la dissipazione del territorio negli anni Sessanta del secolo scorso raccogliendo consenso solo in settori dell’ambientalismo e dell’intellettualità progressista, nel disinteresse della politica, salvo pregiate eccezioni (Fiorentino Sullo).

Alla fine, recentemente, sotto la spinta delle istituzioni europee, anche il mondo politico ha dato segni di vita mettendo mano a un complicatissimo e sostanzialmente inutile disegno di legge, che pure è stato condiviso da tutte le parti, peraltro senza approdare al voto finale nella scorsa legislatura.

Non tema il lettore, non intendo raccontare anche su queste pagine perché è sbagliata la proposta del governo, cerco invece di esporre una riflessione credo inedita – e spero che non sia esagerata – sulle conseguenze positive dello stop al consumo di suolo. Molte conseguenze sono note e facilmente comprensibili: dalla salvaguardia di spazi naturali e verdi che riducono l’inquinamento e catturano CO2 alla riduzione dei costi di urbanizzazione e dei servizi, in particolare dei trasporti. Altre conseguenze sono invece meno immediatamente intuibili, ma secondo me di enorme importanza, questo il punto sul quale vorrei avviare una discussione.

Ambiente e paesaggio: Lega e 5S all’opposto

Contro la devastazione del territorio

di Vittorio Emiliani

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici:

  • 1) bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri;
  • 2) bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.