Lapide Uno Bianca - Foto di Wu Ming Foundation

23 dicembre 1990, la strage di via Gobetti: 25 anni di amnesia razzista a Bologna

di Wu Ming

Sono passati 25 anni dalla strage al campo nomadi dell’ex Fornace Galotti, una delle imprese più truci della Banda dei fratelli Savi. Una delle date meno ricordate della scia di sangue lasciata dagli ex poliziotti. Resistenze in Cirenaica propone di ricordare le vittime davanti al Cippo all’ex Fornace Galotti.

23 dicembre 1990, dai lanci di agenzia si apprende una tragica notizia: «Assalto al campo nomadi di via Gobetti, alla periferia di Bologna, alle 8.15. Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina sono rimasti uccisi. Feriti in modo grave: Sara Bellinati, una bambina di appena sei anni e Lerje Lluckaci, 34enne slava. Secondo una prima ricostruzione gli assalitori sarebbero giunti al campo a bordo di due auto, una Fiat Uno bianca ed una Lancia Y10. Dalle auto sono scesi due uomini, a volto scoperto e armati di pistola e mitra. Hanno sparato dagli otto ai quindici colpi, quattro dei quali fatali a Patrizia Della Santina. È stato invece un colpo sparato dal mitra ad uccidere Rodolfo Bellinati. Alcuni nomadi testimoniano la presenza nel campo di un uomo con un giubbotto poco prima dell’arrivo delle auto».

Pochi giorni dopo la sparatoria, un’abitante del campo, presente al momento dell’agguato, fu chiamata in Questura a testimoniare. Tra i poliziotti presenti in Piazza Galileo riconobbe uno degli aggressori: era Roberto Savi, ma nessuno le diede ascolto. Tutti uguali davanti alla morte, ma non davanti agli inquirenti: la testimonianza portata in quell’occasione fu ascoltata come si fa con un bambino che sostiene di aver visto il lupo mannaro.
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Uno bianca, la strage del Pilastro, 4 gennaio 1991 - Foto di Wikipedia

Bologna, la Uno bianca e la saracinesca sulla memoria

di Riccardo Lenzi

Domenica scorsa, con la complicità di una bellissima giornata di sole, l’associazione Piantiamolamemoria ha accompagnato una quarantina di persone in un particolare percorso di trekking urbano, nel centro di Bologna, che ha toccato alcuni alcuni dei luoghi più significativi per la memoria degli eventi violenti che hanno segnato il corso della storia contemporanea del capoluogo emiliano: dal sacrario di piazza Nettuno, dedicato ai caduti nella Resistenza, alla stazione centrale, teatro della più tremenda delle stragi di matrice terroristica avvenute in Italia. Nell’anno in cui si commemora il centenario di quel “tradimento”, per dirla con il regista Olmi, che è stata la Grande Guerra, abbiamo preferito concentrare l’attenzione dei partecipanti sugli eventi tragici che hanno preceduto e seguito la Seconda guerra mondiale, fino a quella “guerra non ortodossa” che tante vittime ha provocato in tempo di pace.

Tra i vari luoghi visitati, voglio soffermarmi sull’unico di essi in cui non sono visibili segni di memoria: la serranda dell’armeria di via Volturno, una laterale della centralissima via dell’Indipendenza, a pochi passi dal più famoso ristorante di Bologna. E’ lì che il 2 maggio 1991 la banda della Uno bianca uccide due cittadini imolesi: Licia Ansaloni, titolare dell’armeria, e il carabiniere in pensione Pietro Capolungo, suo aiutante. Lo scorso 13 ottobre, giorno della memoria delle vittime della Uno bianca, Giorgio Napolitano ha inviato a Bologna una corona d’alloro, deposta ai piedi del monumento di viale Lenin dedicato al ricordo comune delle 24 vittime di questa “strage diluita”. Un gesto, quello del Presidente della Repubblica, che riparando a passate disattenzioni istituzionali, meritava forse maggiore attenzione da parte dei media bolognesi. Tornando a via Volturno, va detto che l’assenza di targhe commemorative in quel luogo non è invece dovuta ad una mancanza di sensibilità, bensì alla scelta consapevole dell’associazione dei familiari delle vittime di concentrare il ricordo pubblico dei loro cari in un’unica occasione.
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