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Università corrotta, nazione infetta

di Alberto Vannucci

Il sistema universitario è l’incubatrice dove si forma la classe dirigente del paese, che in quella sede acquisisce conoscenze, competenze, valori, aspirazioni. Un’università inquinata dalla corruzione vede rovesciata la propria funzione educatrice, da generatrice di sviluppo economico e arricchimento culturale rischia di trasformarsi in agente patogeno, capace di trasmettere (o acuire) l’infezione del malaffare nel mondo delle imprese e delle professioni, nella sfera dell’amministrazione e della politica.

Per queste ragioni, e al di là del rilievo penale che hanno, occorre prendere molto sul serio le condotte dei docenti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha decapitato un intero settore disciplinare, quello del diritto tributario, ponendo ben 59 docenti sotto inchiesta per tentata concussione e corruzione. Secondo l’ipotesi accusatoria, due cordate di tributaristi avrebbero concordato un meccanismo spartitorio per governare gli esiti della tornata concorsuale per l’abilitazione all’insegnamento universitario del 2012. Lo dimostra bene un’intercettazione, “Funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari. Io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio”.

Il merito dei candidati non è contemplato tra i criteri di valutazione, a differenza della loro filiazione o appartenenza: “Qui non c’è nessun merito, ognuno ha i suoi”. Come sintetizza mirabilmente un altro dei protagonisti: “Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve andare avanti”. Paradossalmente, le buone capacità di un aspirante professore diventano un fardello: non essendo generalizzabili a tutti i vincitori stabiliti, introducono un elemento di perturbazione nei criteri già definiti di lottizzazione.

Università e la voglia di mattone: ha senso investire in nuove cattedrali periferiche?

di Renzo Rosso

Dal 2008 il finanziamento dell’università italiana è sceso del 20%, così come sono diminuiti i docenti; e l’Italia spende 6 miliardi e mezzo per l’intero sistema universitario nazionale, contro i 26 della Germania (dato 2015, fonte Miur). Ma c’è un’attività che riceve ancora una grande attenzione a tutti i livelli di governo. È la costruzione di nuove sedi, ideate senza alcun modello condiviso di università futura, ma sorretti da motivi contingenti, per lo più finanziari. In particolare, il motore primo appare l’insufficiente o addirittura assente interesse da parte di imprese private a insediarsi in certe aree. E si tratta di aree imposte all’accademia senza neppure un benchmarking di possibili alternative, in modo affatto episodico ed estraneo a qualunque forma di pensiero sul modello dell’università di domani.

In un paese dove molte scuole e università sono carenti sotto il profilo del rischio sismico, nonché della ordinaria e straordinaria manutenzione, c’è proprio bisogno di spendere quel poco che abbiamo solo per saziare l’insaziabile voglia del mattone accademico?

L’università è prima di tutto un luogo fisico. È un corpo di studiosi, ciascuno dedicato a un certo ambito del sapere, che funziona come una impresa cooperativa verso la ricerca di conoscenza. Essi vivono stabilmente in una reciproca prossimità e, se si trascurano la qualità e le relazioni di questo luogo fisico, si perderebbe la fondamentale essenza di un’università. E basta visitare il sito americano dei college urbani più belli per rendersene conto.

Università, pronta la superformula magica per valutare i dipartimenti migliori

Cultura

di Marco Bella

Alla fine dello scorso anno, il Parlamento ha approvato un finanziamento addizionale per i cosiddetti “dipartimenti universitari d’eccellenza”, i presunti “180 migliori dipartimenti universitari italiani”, scelti da una lista di 350 determinata in modo automatico. Il mondo universitario si è chiesto come sarebbe avvenuta questa prima selezione. Ecco la risposta: secondo questa “semplice formuletta”, pubblicata venerdì sul sito del Ministero dell’Istruzione.

Il provvedimento porta la firma della ministra Valeria Fedeli. Risponderà personalmente durante una conferenza stampa a delle semplici domandine tecniche riguardo alla “madre di tutti gli algoritmi”? Qualcuno potrà osservare che “il parlamento ha votato e serviva una formula”. In realtà, il dubbio che questa assemblea parlamentare abbia gli strumenti culturali per approvare esclusivamente provvedimenti legislativi applicabili è più che legittimo.

Quattro anni fa, tra le critiche di tutta la comunità scientifica, le due Camere hanno destinato 3 milioni di euro per la sperimentazione del cosiddetto “metodo Stamina”, l’ideona di professore di lettere ora ospite delle patrie galere con l’accusa di aver continuato a proporre questa roba a pazienti disperati. Quello che gli scienziati allora tentarono invano di spiegare è che non si può “sperimentare” iniettando intrugli non definiti ai bambini malati e sbattere i genitori in televisione per dimostrare chissà quale ipotetico miglioramento.

No tav: lotta alla patologia del pensiero unico

di Cristina Morini

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

No Tav, mai scrivere “noi”: un appello per la libertà di ricerca e di pensiero

No Tav

No Tav

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua testi di laurea, conseguita nel 2014.

Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione.

A differenza di Franca, Roberta è stata condannata a 2 mesi di reclusione con la condizionale. Nonostante le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche tra 30 giorni, la ragione della sua condanna è stata attribuita all’utilizzo, nella sua tesi di laurea, del “noi partecipativo” interpretato dall’accusa come “concorso morale” ai reati contestati. Di fatto, i video e le foto scattate durante le manifestazioni parlano chiaro: le due donne sono lì, presenti, anche se in disparte.

Bologna e la sua università

Università di Bologna

Università di Bologna

di Maurizio Matteuzzi [*]

I programmi per il governo di Bologna rivolgono sempre una certa attenzione al mondo dell’università. È questo un passaggio obbligato, in virtù tanto della tradizione quanto del peso che l’università riveste anche solo sul piano meramente quantitativo. Tuttavia il rapporto città/università è quasi sempre ricondotto da un lato al rapporto di vertice, ossia Sindaco/Rettore, oppure a quello degli studenti, con particolare riferimento alla complessa interazione residenti/studenti.

Entrambi questi aspetti sono di innegabile importanza. Per un verso il Sindaco rispetto alla città, per un altro il Rettore rispetto al mondo accademico, esprimono senza alcun dubbio la massima rappresentanza. Non vi è dubbio quindi che ai massimi livelli di rappresentanza si debba dare, e in certa misra necessariamente si dia, una proficua interazione. Altrettanto importanti sono i temi relativi agli studenti, temi che impattano su questioni alte, come il diritto allo studio, e per un altro verso ad aspetti fortemente sentiti, come gli spazi per i giovali, i problemi connessi ai fuori sede, la d convivenza talora difficile con i residenti in certe zone della città, eccetera.

Questi temi sono senza dubbio rilevanti. Ma accanto ad essi noi vorremmo che si creasse lo spazio per un terzo filone, cui pare invece si presti attenzione solo episodica. L’università infatti pur essendo rappresentata dal suo vertice, non esaurisce in esso, certamente, la sua consistenza.

Bologna: il ruolo dell’università e le politiche industriali regionali

Università di Bologna

Università di Bologna

di Fabio Fava

L’Emilia Romagna è una delle regioni simbolo in Europa, una delle prime 3 regioni italiane secondo lo European Innovation Scoreboard, leader in Italia per propensione all’export e all’innovazione e a lungo caratterizzata da alti livelli di occupazione e da un’ampia diffusione territoriale dello sviluppo. Gli ultimi anni hanno visto un rallentamento della dinamicità regionale, a causa della lunga crisi – che ha portato quasi a triplicare il tasso di disoccupazione- e delle conseguenze del sisma che ha colpito la nostra regione nel 2012.

In questo contesto, emerge contemporaneamente l’esigenza di una rigenerazione del sistema produttivo legata all’evoluzione dello scenario economico internazionale, ma anche di una nuova espansione della base produttiva, anche per recuperare i livelli occupazionali. Mai come ora l’Emilia Romagna deve quindi investire in nuova crescita e nell’innovazione, operando in particolare per (i) rafforzare la competitività internazionale delle sue produzioni attraverso una rinnovata capacità di innovazione tecnologica e organizzativa e nuove competenze qualificate; (ii) sviluppare nuovi mercati, essere più attrattiva e alimentare una nuova domanda interna qualificata, ossia evolvere il suo modello socioeconomico verso l’economia della conoscenza, la società del digitale e lo sviluppo sostenibile.

Elogio della stanchezza: riflessioni intorno all’università

Università e ricerca

Università e ricerca

di Maurizio Matteuzzi

Oggi io sono stanco. Sono stanco di sentire gente rozza e incolta pontificare sull’università italiana. Di dover ribattere a critiche insensate, da bottegaio di periferia. Di dovere decodificare norme assurde, distruttive della dignità accademica, di vedere il corpo docente calare ogni anno in modo sempre più drammatico, di vedere il precariato eretto a sistema, di constatare la continua messa in mora del diritto allo studio, di dovere prendere atto del decadimento sempre più accentuato degli studenti. D’altra parte, se si disinveste per decenni su un certo comparto, gli esiti sono scontati.

Sono stanco della fuffa mediatica degli imbonitori, quelli che farneticano di 500 cervelli eccellenti, che verrebbero in Italia. Chi verrebbe, Eccellenza, entro strutture fatiscenti, senza mezzi per la ricerca, con stipendi all’ultimo posto in Europa, in un paese dove anche comprare un vetrino per un microscopio è un problema, si può fare solo in certi periodi, pagandolo il triplo, e soddisfacendo una burocrazia demenziale? Che, fa il nesci Eccellenza; o non sapeva? Vuole una ricetta sicura per ottenere una resurrezione immediata dell’accademia? Non chiami gente da fuori, non ne abbiamo sinceramente bisogno: basterebbe che ve ne andaste via voi.

Il vero delitto contro la cultura: ricondurre la qualità a quantità

Cultura

di Maurizio Matteuzzi

Ateniese: “inoltre ci sono altri casi affini a questi in cui noi cadiamo in errore, e in errori che sono fratelli di questi”. Clinia: “Quali?”. Ateniese: “La natura delle relazioni reciproche fra grandezze commensurabili ed incommensurabili. E queste cose vanno analizzate e studiate con attenzione, se non si vuole essere persone di scarso valore” (Platone, “Leggi”).

Come i matematici ben sanno, non tutti gli spazi sono metrici. In uno spazio topologico non si dà una metrica. Come si dice quando si fa didattica, è come se il mondo fosse fatto di gomma. Non vale la diseguaglianza triangolare, non prende senso il concetto di “distanza”. E tuttavia quante fondamentali invarianze si hanno ugualmente. Ciò che è interno è interno e non esterno anche se lo dilati, e lo stesso si può dire della dicotomia aperto-chiuso.

Per certe discipline, è facile convincersi che l’introduzione di una metrica sarebbe assurda. Si prenda la letteratura, ad esempio. Qual è il numero che esprime la distanza tra Leopardi e Foscolo? Di quale misura Alfieri supera Aleardi? Qui è facile capire che solleviamo il velo sul teatro dell’assurdo. Lo stesso in filosofia. Ha misura maggiore un Wolff che ci ha lasciato svariate migliaia di pagine, o un Cartesio, la cui opera omnia sta in un solo volume, ancorché abbia cambiato completamente il corso di tutta la filosofia moderna? E che dire dello scandalo di Socrate, che, udite udite, non ci ha lasciato neppure una riga? Vogliamo considerarlo irrilevante, per la filosofia, e non dargli una ASN, neanche per la seconda fascia?

È facile convincersi di questa realtà per i così detti settori non bibliometrici. Dimostrare la tesi in epigrafe è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Ma un ragionamento assai semplice mostra come in definitiva, appena si approfondisce l’argomento, la situazione delle “scienze dure” non è poi molto diversa. È meglio pubblicare tre teoremi del tutto insignificanti, o un solo teorema, che sconvolge il sapere matematico?

Università e progetti di ricerca: tutti i guai della nuova valutazione

Ricerca universitaria

Ricerca universitaria

dei Docenti Preoccupati – CONPAss BO

La nuova VQR 11-14 (Valutazione della qualità di ricerca), da cui dipendono i prossimi finanziamenti ministeriali, è ai blocchi di partenza. Contiene nuovi criteri indicati nel Decreto Ministeriale 27 giugno 2015 n. 458: il processo di valutazione è avviato con l’emissione del bando del presidente dell’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

Gli atenei hanno iniziato a sollecitare la partecipazione alle operazioni necessarie all’inserimento dei prodotti della ricerca ai fini della nuova valutazione comparativa degli atenei. Naturalmente si passa a una nuova banca dati, inserendo ancora, e sempre, le stesse informazioni presenti ovunque, a partire dal sito docente MIUR fino a quelle banche dati, amatissime dai valutatori, gestite da gruppi editoriali e da privati.

Ormai si è detto molto sui limiti di adottare rigidi sistemi di valutazione, specialmente in ambito bibliometrico, e la nuova VQR introduce un’ulteriore criticità, che è quella di non poter essere confrontata con la precedente. Questo annulla completamente l’efficacia, sia pur relativa, di un sistema di valutazione dei dipartimenti e degli atenei, poiché nessuno sarà in grado di comprendere quale tipo di evoluzione, sia in senso positivo sia negativo, possa essere avvenuta tra le due fasi di valutazione.