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Il premier Conte e i concorsi universitari: l’ordine è quello di smorzare i toni

di Alessandra Maltoni

L’Italia è un groviglio di inchieste, e non bastano leggi, direttive o linee guida come quelle introdotte recentemente dal giudice dell’anticorruzione Raffaele Cantone che per sanare e correggere un’amministrazione pubblica tenacemente “indisciplinata” ha inasprito giustamente i toni. Ognuno di noi se decide di partecipare a un concorso pubblico sa a prescindere che, teoricamente, non potrà sussistere alcun rapporto di interessi tra chi lo giudicherà e tutti coloro che come lui saranno giudicati. Sappiamo che sono vietati i rapporti d’affari, di lavoro, di “coniugio” tra selezionatori e selezionati.

E invece a volte capita di vedere che giudicante e giudicato condividano le stesse pratiche d’ufficio per poi ritrovarsi anche alla prova concorsuale come coprotagonisti, ma seduti dalla parte opposta. Sarà esattamente quel che è capitato al premier Conte quando si vide arrivare come membro di commissione giudicante il professor Guido Alpa, con cui aveva pochi giorni prima condiviso “quanto meno” una prestigiosa causa in tribunale. Ma in gioco per lui c’era pure la prestigiosa cattedra di diritto privato. In teoria per buon uso non avrebbero neppure vedersi per un caffè.

Bene ha fatto il presidente Cantone, scoppiata la polemica, a sottolineare che il conflitto di interesse si ravvisa soltanto in presenza di affari e interessi economici ben comprovati e che non basta ai fini giuridici la comune gestione di rilievo meramente procedurale per pratiche di studio. Ma se la norma giuridica non è violata, quella di opportunità si che lo è. Siamo in un terreno politicamente scivoloso.

Intervista a Mario Capanna sul Sessantotto

di Rossella Ercolano

Introduzione

Caratterizzato dall’esplosione di grandi movimenti sociali di massa, quello degli studenti innanzitutto, il Sessantotto ha visto l’affermazione dei giovani sulla scena politica, sociale e culturale in Occidente. La caratteristica peculiare di quella stagione così tumultuosa è che i giovani, negli Stati Uniti così come in Europa, erano mossi dagli stessi motivi: essi manifestavano contro la società dei consumi e contro la guerra in Vietnam, attuando una critica radicale alle democrazie occidentali del secondo dopoguerra.

Sui muri della Sorbona di Parigi e su quelli delle università italiane riecheggiava lo stesso slogan: Il est interdit d’interdire. Come nota Marica Tolomelli:

«Un movimento sociale è, così come ci ha spiegato la sociologia dei movimenti, un attore collettivo animato da un forte senso di coesione interna e dunque di appartenenza, che nasce e si consolida nella mobilitazione su questioni attinenti al mutamento, in un processo di azioni volte ad espandere progressivamente la base sociale della mobilitazione […] L’esistenza di un comune sentire o, meglio, di un comune orientamento cognitivo rispetto all’ordine culturale sociale esistente, e dunque una auto rappresentazione condivisa, è alla base di ogni processo di formazione di un movimento collettivo» (Tolomelli 2008, p. 35).

La prima rivolta studentesca scoppiò nel campus dell’Università di Berkeley, in California, già nel 1964, dove aveva avuto origine un movimento studentesco noto come Free Speech Movement (FSM), fortemente legato sin dai suoi inizi al movimento per i diritti civili.

Altro che università gratis, si dovrebbe intervenire alla scuola dell’obbligo

di Massimo Famularo

La contraddizione in termini, contenuta nell’idea di aiutare i meno abbienti fiscalizzando l’onere di un servizio usato prevalentemente dai ricchi, come l’accesso all’università, che oggi è parzialmente a carico degli studenti, potrebbe essere tranquillamente liquidata come propaganda elettorale, seppure un po’ zoppicante sotto il profilo della logica.

Val la pena tuttavia provare a fare qualche ragionamento meno superficiale in tema di benessere collettivo. La riforma illustrata da Pietro Grasso non è solo carente dal punto di vista dei nessi di causa-effetto, perché otterrebbe conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi fautori, ma pecca anche di ingenuità, assumendo che l’unico ostacolo all’accesso all’istruzione universitaria consista nel pagamento della retta, laddove è abbastanza evidente che l’onere più rilevante della frequenza universitaria consiste invece nel mancato reddito da lavoro del periodo in questione. Ne consegue quindi una conclusione a dir poco rocambolesca ossia che la mera eliminazione delle rette universitarie possa incentivare l’affluenza negli atenei (lasciando perdere la questione che questo sia o meno un obbiettivo desiderabile).

Università corrotta, nazione infetta

di Alberto Vannucci

Il sistema universitario è l’incubatrice dove si forma la classe dirigente del paese, che in quella sede acquisisce conoscenze, competenze, valori, aspirazioni. Un’università inquinata dalla corruzione vede rovesciata la propria funzione educatrice, da generatrice di sviluppo economico e arricchimento culturale rischia di trasformarsi in agente patogeno, capace di trasmettere (o acuire) l’infezione del malaffare nel mondo delle imprese e delle professioni, nella sfera dell’amministrazione e della politica.

Per queste ragioni, e al di là del rilievo penale che hanno, occorre prendere molto sul serio le condotte dei docenti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha decapitato un intero settore disciplinare, quello del diritto tributario, ponendo ben 59 docenti sotto inchiesta per tentata concussione e corruzione. Secondo l’ipotesi accusatoria, due cordate di tributaristi avrebbero concordato un meccanismo spartitorio per governare gli esiti della tornata concorsuale per l’abilitazione all’insegnamento universitario del 2012. Lo dimostra bene un’intercettazione, “Funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari. Io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio”.

Il merito dei candidati non è contemplato tra i criteri di valutazione, a differenza della loro filiazione o appartenenza: “Qui non c’è nessun merito, ognuno ha i suoi”. Come sintetizza mirabilmente un altro dei protagonisti: “Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve andare avanti”. Paradossalmente, le buone capacità di un aspirante professore diventano un fardello: non essendo generalizzabili a tutti i vincitori stabiliti, introducono un elemento di perturbazione nei criteri già definiti di lottizzazione.

Università e la voglia di mattone: ha senso investire in nuove cattedrali periferiche?

di Renzo Rosso

Dal 2008 il finanziamento dell’università italiana è sceso del 20%, così come sono diminuiti i docenti; e l’Italia spende 6 miliardi e mezzo per l’intero sistema universitario nazionale, contro i 26 della Germania (dato 2015, fonte Miur). Ma c’è un’attività che riceve ancora una grande attenzione a tutti i livelli di governo. È la costruzione di nuove sedi, ideate senza alcun modello condiviso di università futura, ma sorretti da motivi contingenti, per lo più finanziari. In particolare, il motore primo appare l’insufficiente o addirittura assente interesse da parte di imprese private a insediarsi in certe aree. E si tratta di aree imposte all’accademia senza neppure un benchmarking di possibili alternative, in modo affatto episodico ed estraneo a qualunque forma di pensiero sul modello dell’università di domani.

In un paese dove molte scuole e università sono carenti sotto il profilo del rischio sismico, nonché della ordinaria e straordinaria manutenzione, c’è proprio bisogno di spendere quel poco che abbiamo solo per saziare l’insaziabile voglia del mattone accademico?

L’università è prima di tutto un luogo fisico. È un corpo di studiosi, ciascuno dedicato a un certo ambito del sapere, che funziona come una impresa cooperativa verso la ricerca di conoscenza. Essi vivono stabilmente in una reciproca prossimità e, se si trascurano la qualità e le relazioni di questo luogo fisico, si perderebbe la fondamentale essenza di un’università. E basta visitare il sito americano dei college urbani più belli per rendersene conto.

Università, pronta la superformula magica per valutare i dipartimenti migliori

Cultura

di Marco Bella

Alla fine dello scorso anno, il Parlamento ha approvato un finanziamento addizionale per i cosiddetti “dipartimenti universitari d’eccellenza”, i presunti “180 migliori dipartimenti universitari italiani”, scelti da una lista di 350 determinata in modo automatico. Il mondo universitario si è chiesto come sarebbe avvenuta questa prima selezione. Ecco la risposta: secondo questa “semplice formuletta”, pubblicata venerdì sul sito del Ministero dell’Istruzione.

Il provvedimento porta la firma della ministra Valeria Fedeli. Risponderà personalmente durante una conferenza stampa a delle semplici domandine tecniche riguardo alla “madre di tutti gli algoritmi”? Qualcuno potrà osservare che “il parlamento ha votato e serviva una formula”. In realtà, il dubbio che questa assemblea parlamentare abbia gli strumenti culturali per approvare esclusivamente provvedimenti legislativi applicabili è più che legittimo.

Quattro anni fa, tra le critiche di tutta la comunità scientifica, le due Camere hanno destinato 3 milioni di euro per la sperimentazione del cosiddetto “metodo Stamina”, l’ideona di professore di lettere ora ospite delle patrie galere con l’accusa di aver continuato a proporre questa roba a pazienti disperati. Quello che gli scienziati allora tentarono invano di spiegare è che non si può “sperimentare” iniettando intrugli non definiti ai bambini malati e sbattere i genitori in televisione per dimostrare chissà quale ipotetico miglioramento.

No tav: lotta alla patologia del pensiero unico

di Cristina Morini

Quando, all’inizio dell’estate dello scorso anno, il giornale locale La nuova di Venezia pubblicò la notizia della condanna di Roberta Chiroli per i contenuti della sua tesi di laurea sul movimento No Tav discussa all’Università Ca’ Foscari, fu con qualche smarrimento che cominciammo a raccogliere informazioni su quanto era successo.

Nel tempo, abbiamo imparato a conoscere bene i trattamenti che il potere riserva ai dissidenti, a chi ha il coraggio di opporsi ai dogmi e non smette di «dire la verità», a chi non si accontenta di come va il mondo: perseguitati, oltraggiati, messi al margine in ragione di idee e di un agire troppo distante da ciò che viene ufficialmente disposto.

Scomodi, da far sparire oppure da punire per fornire insegnamenti a tutti. Ma, nonostante questa consapevolezza, i due mesi di reclusione comminanti dal tribunale di Torino per una ricerca in antropologia, a partire da una richiesta di sei mesi avanzata dal Pubblico ministero, appaiono un’enormità. Il lavoro universitario di Chiroli viene utilizzato dai Pm come prova autoaccusatoria per «aver fornito un apprezzabile contenuto quanto meno morale» ad alcune pratiche di lotta in Val Susa (presidi e occupazioni dei terreni espropriati e dei cantieri per il passaggio dell’alta velocità).

No Tav, mai scrivere “noi”: un appello per la libertà di ricerca e di pensiero

No Tav

No Tav

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua testi di laurea, conseguita nel 2014.

Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione.

A differenza di Franca, Roberta è stata condannata a 2 mesi di reclusione con la condizionale. Nonostante le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche tra 30 giorni, la ragione della sua condanna è stata attribuita all’utilizzo, nella sua tesi di laurea, del “noi partecipativo” interpretato dall’accusa come “concorso morale” ai reati contestati. Di fatto, i video e le foto scattate durante le manifestazioni parlano chiaro: le due donne sono lì, presenti, anche se in disparte.

Bologna e la sua università

Università di Bologna

Università di Bologna

di Maurizio Matteuzzi [*]

I programmi per il governo di Bologna rivolgono sempre una certa attenzione al mondo dell’università. È questo un passaggio obbligato, in virtù tanto della tradizione quanto del peso che l’università riveste anche solo sul piano meramente quantitativo. Tuttavia il rapporto città/università è quasi sempre ricondotto da un lato al rapporto di vertice, ossia Sindaco/Rettore, oppure a quello degli studenti, con particolare riferimento alla complessa interazione residenti/studenti.

Entrambi questi aspetti sono di innegabile importanza. Per un verso il Sindaco rispetto alla città, per un altro il Rettore rispetto al mondo accademico, esprimono senza alcun dubbio la massima rappresentanza. Non vi è dubbio quindi che ai massimi livelli di rappresentanza si debba dare, e in certa misra necessariamente si dia, una proficua interazione. Altrettanto importanti sono i temi relativi agli studenti, temi che impattano su questioni alte, come il diritto allo studio, e per un altro verso ad aspetti fortemente sentiti, come gli spazi per i giovali, i problemi connessi ai fuori sede, la d convivenza talora difficile con i residenti in certe zone della città, eccetera.

Questi temi sono senza dubbio rilevanti. Ma accanto ad essi noi vorremmo che si creasse lo spazio per un terzo filone, cui pare invece si presti attenzione solo episodica. L’università infatti pur essendo rappresentata dal suo vertice, non esaurisce in esso, certamente, la sua consistenza.

Bologna: il ruolo dell’università e le politiche industriali regionali

Università di Bologna

Università di Bologna

di Fabio Fava

L’Emilia Romagna è una delle regioni simbolo in Europa, una delle prime 3 regioni italiane secondo lo European Innovation Scoreboard, leader in Italia per propensione all’export e all’innovazione e a lungo caratterizzata da alti livelli di occupazione e da un’ampia diffusione territoriale dello sviluppo. Gli ultimi anni hanno visto un rallentamento della dinamicità regionale, a causa della lunga crisi – che ha portato quasi a triplicare il tasso di disoccupazione- e delle conseguenze del sisma che ha colpito la nostra regione nel 2012.

In questo contesto, emerge contemporaneamente l’esigenza di una rigenerazione del sistema produttivo legata all’evoluzione dello scenario economico internazionale, ma anche di una nuova espansione della base produttiva, anche per recuperare i livelli occupazionali. Mai come ora l’Emilia Romagna deve quindi investire in nuova crescita e nell’innovazione, operando in particolare per (i) rafforzare la competitività internazionale delle sue produzioni attraverso una rinnovata capacità di innovazione tecnologica e organizzativa e nuove competenze qualificate; (ii) sviluppare nuovi mercati, essere più attrattiva e alimentare una nuova domanda interna qualificata, ossia evolvere il suo modello socioeconomico verso l’economia della conoscenza, la società del digitale e lo sviluppo sostenibile.