Che fare dell’anniversario del 1917?

di Valerio Romitelli

Ci sono centenari dall’immensa portata simbolica. Caso clamoroso da tale punto di vista è quello della Rivoluzione Francese del 1789: che nell’Ottocento costituì un’importante occasione per il formarsi della socialdemocrazia in Europa e che invece nel Novecento registrò il disfarsi dell’Unione sovietica col conseguente crollo di credibilità di tutto il comunismo. Ben diversamente il centenario in corso della Rivoluzione dell’ottobre 1917 in Russia, fino a imprevedibili prove contrarie, non pare sancire alcunché di simbolicamente rilevante.

Al suo cadere c’è comunque da rilevare quanto l’immagine del suo evento originario si sia trasformata anche solo rispetto ad una trentina d’anni fa. In effetti, da allora ad oggi la teoria critica del totalitarismo che aveva preso slancio in piena guerra fredda ha finito per trionfare coniugandosi perfettamente con le dottrine della globalizzazione neoliberista. Così l’assimilazione tra hitlerismo e stalinismo, lungi dal far scandalo, è attualmente un dato quasi obbligatorio dell’opinione corrente, di qualsiasi orientamento politico.

Di qui l’imporsi dell’obbligo di giudicare con riserve e sospetti, se non di condannare senza appello ogni politica passata o presente avente a riferimento comunismo e marxismo. Caratteristica peculiare di questo centenario è dunque quella di cadere in un contesto culturale e intellettuale per lo più mondialmente ostile. Certo si può giustamente insistere nel denunciare l’anticomunismo particolarmente aggressivo della cultura neoliberale dominante. Ma in tal modo si rischia di mancare una questione ben più rilevante.
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1917-2017: cento anni fa la rivoluzione di febbraio, istantanee da due secoli

di Luca Mozzachiodi

Scrivo in una delle più alte ricorrenze che agli uomini sia dato ricordare, cento anni fa il 23 Febbraio (secondo il calendario giuliano) iniziava la rivoluzione che portò all’abbattimento della dinastia Romanov e alla fine dello zarismo. Fu infatti una rivoluzione con una veste, ma solo una veste, borghese, che reclamava la fine di una monarchia de facto autocratica e incapace di agire di concerto con un governo di facciata, inoltre richiedeva maggior tutela delle libertà di associazione e di espressione e un parlamentarismo sul modello di quelli dell’Europa Occidentale.

Queste grosso modo le richieste del governo provvisorio, che come noto cercò sì di fronteggiare il crescente disagio (simpatico eufemismo che designa oggi sulla pagina egualmente un sorriso imbarazzato e diciassette milioni di soldati di leva al fronte e quattro milioni di morti nonché un semicontinente ridotto alla fame), ma continuando la guerra, solo i comunisti e i socialrivoluzionari vedranno la pace come un obiettivo a tutti i costi per fermare una carneficina imperialista.

Ugualmente poco si adoperò per la riforma agraria, grande traguardo desiderato da un paese sconfinato e totalmente agricolo eccetto che per le città maggiori. Nella campagna russa la liberazione dalla servitù aveva rappresentato poco più che un miraggio e la distinzione tra servo e bracciante pagato era praticamente inesistente e certamente anche quella del contadino di villaggio non era una condizione di molto migliore, né migliore la terra dei villaggi, ovviamente, rispetto a quella delle grandi proprietà.
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Armando Cossutta, carissimo avversario

Armando Cossutta
Armando Cossutta
di Luciana Castellina

Nella storia, noi ingraiani del Pci, e ancor più noi del Manifesto e poi del Pdup, siamo annoverati fra gli avversari di Armando Cossutta. E non si può certo negare che il contrasto politico sia stato fra noi duro e di sostanza. E però io, ma credo anche gli altri miei compagni, provo grande tristezza nel momento in cui apprendo della sua scomparsa. Non solo per nostalgia della nostra vecchia comunità comunista che ogni giorno riceve dalla realtà attuale una nuova botta, sicché gli antichi contrasti ci sembrano minuzie rispetto ai solchi che oggi si sono aperti con una sua parte così consistente, quella che ancora sta nel Pd. Non solo. È perché io a Cossutta volevo bene, e credo lui ne volesse a noi: nonostante la durezza della nostra radiazione, cui il gruppo di compagni che a Cossutta si ispirava dette un sostanziale contributo, è rimasta reciproca stima. Che ci consentì di ritrovarci assieme, impegnati sullo stesso fronte, a partire dall’avvio del processo di scioglimento del Pci, nel 1989.

Quando io militante molto romana ho sentito per la prima volta il suo nome è stato peraltro in una fase in cui siamo stati dalla stessa parte: lui dirigente di primo piano della Federazione di Milano, io ancora impegnata nella ribellione della Federazione giovanile contro la settaria chiusura di una parte dei vecchi. Che a Milano avevano una vera roccaforte contro cui si batterono, membri della stessa segreteria federale, sia Rossana Rossanda che Cossutta. È stato solo anni dopo che diventò esplicito tema di scontro politico il giudizio sull’Urss, e dunque il tema del rapporto fra il Pci e il Pcus.

Ancor oggi mi chiedo il perché di quel suo filosovietismo, che peraltro lui stesso ripensò quando all’inizio degli anni Novanta venne un giorno nella redazione del manifesto per ragionarne con pacatezza, riconoscendo la validità delle nostre obiezioni che erano invece state solo frettolosamente condannate.
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I ritorni di Marx

Critica Marxista - Numero 5/2015
Critica Marxista - Numero 5/2015
di Aldo Tortorella

I seppellimenti e i ritorni di Marx nelle letture e nelle vicende storiche e politiche nel Novecento. La interpretazione antideterministica di Gramsci e la rivalutazione del ruolo della soggettività. Marx, un autore mosso da una potente ma misconosciuta carica etica.
Introduzione al convegno I ritorni di Marx, organizzato dalla Fondazione Luigi Longo e da Critica marxista ad Alessandria, nei giorni 22-24 ottobre 2015.

I seppellimenti e i ritorni di Marx nelle letture e nelle vicende storiche e politiche nel Novecento. La interpretazione antideterministica di Gramsci e la rivalutazione del ruolo della soggettività. Marx, un autore mosso da una potente ma misconosciuta carica etica. Di un ritorno, quasi una moda, di Marx si è largamente parlato dopo l’inizio della grande crisi aperta nel 2008 dal fallimento della Lehman Brothers e dal rischio fallimentare di altre grandissime banche americane – poi salvate coi soldi pubblici, a testimonianza di un meccanismo, detto per convenzione liberistico, specializzato nel privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

La stampa e la diffusione dei testi di Marx si moltiplicò in tutto il mondo, si manifestarono nuovi movimenti ispirati direttamente o indirettamente ad una critica del capitale finanziario, trovò vastissima eco la ricerca di Piketty, non marxista, sul capitale nel XXI secolo e sulla sua concentrazione nello stesso modo e nelle stesse mani di sempre, un tema d’interesse marxiano. Più recentemente la conferma di un ritorno è avvenuta da una fonte insolita ma sensibile allo spirito dei tempi com’è il mondo dell’arte visiva, con la dedica a Marx della Biennale di Venezia di quest’anno, compresa una lettura pubblica e sistematica del testo del Capitale.
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Liberare Gramsci: i tentativi sovietici e tutti gli errori del Partito comunista

Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato
Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato
di Luciano Canfora

È uscito un libro che dice finalmente come andarono le cose quando si tentò di tirar fuori Antonio Gramsci dal carcere. Si tratta di un volume edito nei giorni scorsi da Sellerio, intitolato Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, di uno storico italiano tra i più esperti di ricerche in archivio, Giorgio Fabre, curiosamente escluso dal mondo universitario, ad opera di docenti non di rado quasi digiuni della ricerca archivistica. D’altra parte è noto che ormai molte forze intellettuali valide non si trovano dentro l’istituzione universitaria, ma fuori.

Ma veniamo a questo libro per tanti versi decisivo. È talmente ricco che è difficile darne una descrizione completa. Proverò a darne il senso. Il risultato della ricerca è il seguente: il governo dell’Unione Sovietica e l’ambasciata sovietica a Roma operarono a più riprese per tirar fuori Gramsci dalla galera. Dapprima indirettamente (tramite il Vaticano: e su ciò Fabre porta molte novità), poi compiendo passi presso il governo italiano e direttamente presso Mussolini, col quale l’Unione Sovietica nel settembre 1933 aveva stretto un patto di amicizia e collaborazione che vigoreggiò fino alla rottura determinata dalla guerra d’Etiopia.

Alcuni episodi restano ancora passibili di progressi nell’indagine. Ad esempio, molti anni fa fu pubblicato il verbale di un incontro tra l’ambasciatore Potëmkin e Mussolini: verbale del quale inizialmente si disse che non era una cosa seria. In realtà l’incontro comunque ci fu e molto probabilmente (l’autore su questo punto è prudente), il tema Gramsci venne fuori nel dialogo tra l’ambasciatore sovietico e Mussolini. Sta di fatto che l’azione retroscenica dell’interlocutore sovietico, coordinata – nonostante tutto – con l’iniziativa acuta ed efficace dello stesso Gramsci, condusse alla concessione della libertà condizionale, con conseguente ricovero di Gramsci in clinica già alla fine del 1934.
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Una generazione dimenticata: i poeti sovietici

Una generazione dimenticata: i poeti sovietici
Una generazione dimenticata: i poeti sovietici
di Luca Mozzachiodi

Dopo aver dato spazio a molte novità è tempo di spazzare un po’ di polvere dagli scaffali della cultura, recuperare qualche opera dimenticata. Questa volta si tratta di una vecchia ma importante antologia degli anni Sessanta dedicata dallo slavista e poeta Angelo Maria Ripellino ai Nuovi Poeti Sovietici; sovietici sì, non russi e già questa denominazione ci pone davanti ad un primo problema non solo letterario.

Poco sopravvive oggi nella coscienza dei lettori, dico ovviamente dei lettori colti di poesia e questo è significativo sulle condizioni degli altri, della grande messe di poesia composta nell’ex Impero Russo e nell’Unione Sovietica nel secolo scorso, appena i nomi di Majakovskij, Esenin, Blok e Mandel’stam, assieme, se proprio vogliamo essere ottimisti, alla Achmatova e alla Cvetaeva galleggiano tra i flutti del mercato editoriale, spesso resistendo grazie ad antologie in collane economiche di classici e a vaghe formule critiche: l’acmeismo, la partecipazione al futurismo di Majakovskij, l’epica contadina che innamora e il paesaggismo per Esenin, insomma bene o male sopravvivono dietro una piccola canonizzazione come i poeti dell’epoca di una rivoluzione tradita e dunque tanto più poetica quanto più tradita.

Salvo ovviamente non conoscere ormai pressoché nulla di quella rivoluzione e di chi l’ha fatta, non ricordiamo quasi per nulla i poeti che l’hanno vissuta nelle sue conseguenze e che nella società che ne è derivata hanno svolto la loro opera; solo Evtušenko dei quindici presenti in questa antologia pare ancora essere minimamente noto e principalmente come poeta d’amore o di metapoesia, ma perché questa strage culturale?
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C’era una volta in Transnistria: il racconto nel film “Educazione siberiana”

Educazione siberianadi Ivan Andreoli

C’è qualcosa di Sergio Leone in Educazione siberiana, l’ultimo lavoro del premio Oscar Gabriele Salvatores. Come nel capolavoro dello scomparso maestro C’era una volta in America, anche qui seguiamo la storia di due ragazzi che attraverso tre spazi temporali, il 1988, il 1995 e il 1998, sviluppano la loro amicizia fino a trovarsi rivali su fronti opposti. Tutto comincia quando l’Unione Sovietica sta ormai concludendo la sua parabola storica. Opportune didascalie ci informano all’inizio del film che il luogo è la Transnistria, regione (separatista) della Moldavia dove Stalin aveva confinato criminali di varie etnie, fra cui diversi siberiani. E sono siberiani Urka, come l’indimenticabile Dersu Uzala raccontato da Kurosawa, Kolimà e Gagarin, poco più che decenni, che vediamo apprendere uno strano codice di comportamento dal nonno del primo, il “criminale onesto” Kuzja.


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Sorpresa: il sistema sovietico è il migliore?

Pravda - Foto di Surfstyledi Astrit Dakli

L’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, in sigla URSS, ha cessato di esistere nel dicembre 1991, al termine di un rapido processo di disintegrazione avviato e compiuto nell’incredulità generale nel corso dei due anni precedenti.

Da allora ad oggi in Russia (ma in Occidente già da molto prima) l’URSS e il suo sistema politico, economico e sociale sono diventati una sorta di paradigma del male, il simbolo stesso di quanto di peggio fosse concepibile da mente umana in materia di vita pubblica: una demonizzazione così intensa e profonda da portare addirittura alla rimozione della memoria, alla cancellazione – in pratica – di un lungo e cruciale periodo della storia dell’umanità, caratterizzato dall'”esperimento socialista” (che tanto peso ebbe anche nella nascita e nella crescita del nostro welfare state occidentale), e alla sua riduzione a vuote formulette esorcizzanti. Anche nel dibattito politico odierno, quando si vuol esprimere il giudizio più negativo e inappellabile su un’idea o una proposta si dice – tanto da destra quanto da sinistra, si badi – che è qualcosa di “sovietico”.

Bene: e allora com’è che a distanza di ventun anni la maggioranza dei cittadini russi (cioè di coloro che hanno vissuto direttamente sulla propria pelle quell’esperimento, e non per un breve momento ma per diverse generazioni) si dice convinta che quel sistema sarebbe ancora oggi il migliore possibile?
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