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Appunti di viaggio: un altro pregiudizio da sfatare – Seconda parte

di Silvia R. Lolli

Visitando alcune città storiche dell’est ed alcuni dei loro musei, osserviamo altre contraddizioni, quando cerchiamo di capire in che modo si è formato lo Stato che ricordiamo si sente in dovere di esportare in tutto il mondo la propria democrazia. Per esempio la storia dice che i principi democratici voluti dai sette padri costitutivi gli Stati federali americani nel 1776 sono ben presto stati dimenticati.

La conquista dell’ovest ha permesso di invadere un territorio immenso annientando o relegando nelle riserve i nativi. Poi, nonostante una guerra civile sanguinosissima, ha esteso realmente a tutti i suoi cittadini gli stessi diritti e solo con la rivoluzione del 1967-68, come evidenziato in vari musei e mostre dedicati alla ricorrenza: le pari opportunità per neri, donne e omosessuali sono state difficili da ottenere ed ancora c’è sempre qualcuno che rimane sotto ad un altro.

Per loro gli immigrati da tenere lontano, al di là del muro in costruzione, sono ora i messicani. Fortunatamente non per tutto il popolo esiste questo bisogno. Leggiamo fra l’altro una notizia sul New York Times: si sta organizzando il nuovo censimento in modo da conoscere il censo dei cittadini; si vedrà, ma dalla prima lettura sembra un’altra contraddizione con l’idea iniziale “della rivoluzione”, l’accoglienza di tutti.

Appunti di viaggio: un altro pregiudizio da sfatare – Prima parte

di Silvia R. Lolli

La partenza da Philadelphia avviene nell’ennesimo giorno piovoso, causato dalla grande umidità. Con mio grande stupore leggo, sul tabellone dei treni in arrivo, il ritardo di oltre un’ora del treno per Boston. Alla mia, poi si aggiungono altre partenze in ritardo; lo stupore aumenta. Considerata la non altissima frequenza di linee per grandi percorrenze (cioè del treno come lo intendiamo noi, non quello più territoriale o le linee di metro) l’evento (chissà poi se è tale? Così intanto mi dicono) è da sottolineare proprio perché, percentualmente viste le frequenze, diventa rilevante.

Poi qualche giorno dopo ho la conferma del cattivo servizio di trasporto pubblico americano da un’abitante di Cape Cod, insegnante della primaria in pensione, che ricorda l’ottimo e veloce servizio francese. Certo anche lo scorso anno l’unico treno giornaliero che va da S. Francisco a Seattle e poi a Vancouver non brilla certo per la velocità. In alcuni tratti sembra di essere nei film western ai tempi della costruzione delle prime ferrovie, anche se le carrozze sono molto più confortevoli.

Qui sulla costa est va un po’ meglio, ma le differenze fra costa est ed ovest sui servizi per il viaggio in treno della stessa compagnia di trasporto sono parecchie, a cominciare dal servizio bagagli, sempre incluso, ma organizzato in modo diverso. Forse la diversità è semplicemente dovuta alla diversa frequenza delle tratte, perché anche da San Francisco a Sacramento lo scorso anno non c’era.

Non c’è democrazia senza eguaglianza

di Salvatore Settis

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo. Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.

Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo.

L’articolo 3 dichiara che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni.

Insieme a Roma per la giustizia sociale

di Grazia Naletto

Eguaglianza e giustizia sociale sarebbero ottimi anticorpi contro la diffusione della xenofobia e del razzismo. Sarà questo il messaggio che sarà lanciato sabato 21 ottobre a Roma in una manifestazione nazionale che renderà visibile quella parte della società italiana che non si riconosce nelle urla e nelle violenze xenofobe e razziste e neppure nell’approccio prevalentemente securitario delle politiche migratorie e sull’asilo. Sono 5 milioni i cittadini italiani residenti all’estero secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione Migrantes nel Rapporto Italiani nel mondo. Solo nel 2016 sono partiti per l’estero circa 120mila connazionali, di cui 48 mila sono giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Cinque milioni e 47mila sono anche i cittadini stranieri residenti nel nostro paese.

Sono arrivati in Italia negli ultimi 40 anni, in grandissima parte per motivi di lavoro: qui vivono, studiano, lavorano stabilmente. Sono ormai parte integrante della società italiana. Tra loro vi sono anche i figli della migrazione, coloro che sono nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri e che il nostro paese si ostina a non voler riconoscere come propri cittadini, negando l’approvazione della riforma sulla cittadinanza. In tutto dieci milioni di persone di cui si parla pochissimo.

Un dibattito pubblico distorto preferisce rimuovere le cause strutturali che inducono gli uni e gli altri a lasciare i propri paesi per concentrarsi sulle “invasioni”, sul numero di persone che arrivano sulle nostre coste e sul “peso” insostenibile che eserciterebbero sul nostro mercato del lavoro, sul sistema di welfare e sulla finanza pubblica, sulle distorsioni del nostro sistema di accoglienza e sulle proteste popolari (molte delle quali spontanee solo in apparenza) che ne rifiutano l’esistenza e l’estensione. “Non possiamo permetterceli”.

Costituzione, uguaglianza e prelievo fiscale

di Roberta Mistroni

Principio di eguaglianza: la Costituzione italiana all’art. 3 afferma il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione. Ciò che però rende moderna la nostra Costituzione, motivo per cui la si definisce sociale, è che nel secondo comma dell’articolo si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Dall’articolo si evince che quando si parla di uguaglianza non si fa riferimento alla semplice uguaglianza formale (ad esempio “tutti sono uguali di fronte alla legge” oppure “tutti anno diritto al lavoro”), bensì si fa riferimento all’uguaglianza sostanziale, cioè all’uguaglianza che si crea eliminando gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Affermare questo principio significa riconoscere una funzione socio economica allo Stato che si fa garante dello sviluppo. Ma come può farsi garante? Attraverso una serie di interventi che la costituzione mette bene in risalto. Vediamo di elencarne almeno una parte:

L’Altra Emilia Romagna: sì all’appello dell’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Falcone e Montanari

Il coordinamento regionale dell’Altra Emilia Romagna aderisce all’appello Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone e Tomaso Montanari da cui è scaturita la manifestazione del 18 giugno al teatro Brancaccio.

Altra Emilia Romagna, infatti, è essa stessa “lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile” come quella che Falcone e Montanari ed i partecipanti all’assemblea del Brancaccio auspicano per il parlamento nazionale ed opera nella società e nelle istituzioni regionali e comunali in Emilia Romagna sui temi del lavoro, del welfare delle politiche ambientaliste ed urbanistiche sulla base di un programma alternativo a quello neoliberista della giunta di centro sinistra a maggioranza Pd.

Altra Emilia Romagna, anche sulla base della sua storia e del suo attuale agire politico, impegna la sua rappresentanza nella Assemblea Legislativa Regionale ed i suoi aderenti nei Consigli Comunali e nelle associazioni dell’Emilia Romagna a farsi parte attive ed a partecipare e contribuire alla definizione un programma che sia ispirato ai “principi fondamentali della Costituzione”, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3),

20 pietre e Possibile: candidiamo l’uguaglianza

di Possibile

Possibile è un partito politico nato il 31 gennaio 2016 alla conclusione del Congresso che ha eletto come segretario Pippo Civati. Il simbolo di Possibile è un uguale inscritto in un cerchio e sta ad indicare “Uguali diritti, uguali possibilità”. Possibile è un partito di sinistra, laico, repubblicano, impegnato a difesa dei diritti e della Costituzione.

Ogni iscritto a Possibile sottoscrive e si impegna a rispettare il Patto Repubblicano, la carta dei valori del partito. Possibile favorisce una partecipazione democratica e orizzontale. Il Segretario si avvale della collaborazione di un Comitato Scientifico e un Comitato Organizzativo. La Comunità di Possibile utilizza una piattaforma informatica per dialogare, decidere, discutere.

Sul territorio italiano (e non solo) sono presenti Comitati locali che contribuiscono a promuovere l’attività del partito sostenendo campagne ed eventi tematici a sostegno delle politiche del partito. A Bologna e nell’area metropolitana sono presenti 7 comitati. Le principali campagne portate avanti dai Comitati locali hanno riguardato l’ambiente, la legalizzazione della cannabis, il fine vita, il lavoro, la riforma della scuola, la democrazia diffusa, le politiche di accoglienza, oltre che, naturalmente, la difesa della Costituzione italiana e dei suoi valori.

Unioni civili, attenti a non svuotare la legge

Unioni civili

di Stefano Rodotà

La discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose. Di fronte a noi è una grande questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita d’essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili, e quelli civili non sono un lusso, perché riguardano libertà e dignità di ognuno.

Bisogna liberarsi dai continui depistaggi. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975. E si dovrebbe ricordare che la Costituzione parla della famiglia come società “naturale” non per evitare qualsiasi accostamento alle unioni tra persone dello stesso sesso.

Ma per impedire interferenze da parte dello Stato in «una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita», come disse Aldo Moro all’Assemblea costituente. Altrimenti ricompare la stigmatizzazione dell’omosessualità, degli atti “contro natura”. L’impegno significativo del presidente del Consiglio per arrivare ad una disciplina delle unioni civili rispettosa di quello che la Corte costituzionale ha definito come un diritto fondamentale a vivere liberamente la condizione di coppia si è via via impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza.

Addio a Luciano Gallino: cari nipoti, ecco la nostra crisi in cui ha vinto la stupidità

È morto a Torino il professor Luciano Gallino, tra i più autorevoli sociologi italiani. Aveva 88 anni ed era malato da tempo. Professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato dal 1965 al 2002, Gallino ha contribuito all’istituzionalizzazione della sociologia. Era uno dei maggiori esperti del rapporto tra nuove tecnologie e formazione, nonché delle trasformazioni del mercato del lavoro. Ha collaborato con numerosi quotidiani. Di seguito riproponiamo l’estratto dal suo ultimo libro, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti

Il denaro, il debito e la doppia crisi

Il denaro, il debito e la doppia crisi

dal nuovo libro di Luciano Gallino

Quel che vorrei provare a raccontarvi, cari nipoti, è per certi versi la storia di una sconfitta politica, sociale, morale: che è la mia, ma è anche la vostra. Con la differenza che voi dovreste avere il tempo e le energie per porre rimedio al disastro che sta affondando il nostro paese, insieme con altri paesi di quella che doveva essere l’Unione europea. A ogni sconfitta corrisponde ovviamente la vittoria di qualcun altro. In realtà noi siamo stati battuti due volte.

Abbiamo visto scomparire due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità. L’idea di uguaglianza, anzitutto politica, si è affermata con la Rivoluzione francese. Essa dice che ogni cittadino gode di diritti inalienabili, indipendenti dal suo censo o posizione sociale, e ogni governo ha il dovere di adoperarsi per fare in modo che essi siano realmente esigibili da ciascuno.

Escluse e discriminate: se la legge è contro la donna

Myammar e le sue donne

Myammar e le sue donne

di Anna Toro, Unimondo.org

Stupro coniugale, rapimento, giustificazione della violenza, discriminazione sul lavoro, “delitti d’onore”, legalizzazione della poligamia: sono tantissime le leggi sessiste tutt’ora in vigore nel mondo, che limitano e danneggiano le donne nella loro vita quotidiana e nei loro diritti più elementari, e impediscono il conseguimento di quell’uguaglianza che pure tanti Paesi si sono ufficialmente impegnati a raggiungere – almeno sulla carta.

A ribadirlo, è un nuovo rapporto pubblicato dall’organizzazione internazionale Equality Now, uscito in occasione del 20° anniversario della Piattaforma di Pechino: era infatti il 1995 quando, alla quarta Conferenza mondiale sulle Donne organizzata dall’Onu, 189 governi avevano preso il solenne impegno di “revocare le restanti leggi che discriminano sulla base del sesso”.

L’hanno rispettato? Sulla base del report, sembrerebbe proprio di no. Perché sebbene ci siano stati certo dei passi avanti, troppi Stati ancora oggi nel 2015 mantengono nei propri codici leggi che sono in diretta violazione della parità di genere, della non-discriminazione e della tutela dei diritti sancita dai principali trattati e convenzioni internazionali, dalla CEDAW (la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne) fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.