Per salvare le città storiche: la proposta di legge dell’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

In occasione dell’incontro di martedì 4 giugno presso la biblioteca Giuseppe Guglielmi Una legge per salvare le città storiche, pubblichiamo una nota di Vezio De Lucia di Vezio De Lucia Il diritto alla città storica è il titolo del convegno organizzato dall’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli il 12 novembre 2018 nel corso del quale è stata […]

Patrimonio culturale e paesaggio: programma minimo per il dopo elezioni

di Maria Pia Guermandi

In quest’ultima fase della pessima campagna elettorale, la galassia dei partiti e partitini governativi sembra voler risollevare il proprio appeal elettorale su alcune parole d’ordine; all’insegna dell'”abbassiamo i toni”, lo storytelling diffuso a reti unificate, rimanda ossessivamente all’ambito lessicale della rassicurazione, alle politiche dei piccoli passi, a cambiamenti da ottenere gradualmente, senza scossoni, nell’intento di costruire un’immagine di forza tranquilla e responsabile, unico argine agli opposti estremismi e unico interlocutore credibile per i partner europei.

Nella realtà, le così dette riforme prodotte dal governo a traino Pd in questi 5 anni hanno invece avuto impatto dirompente, animate come erano, dall’intento di squassare dalle fondamenta alcuni elementi portanti del welfare state così come conquistato attraverso le lotte del decennio riformista: dal lavoro alla scuola alla sanità, per non parlare dell’attacco alla stessa Carta costituzionale.

La discontinuità, o meglio la vera e propria rottura, non solo istituzional-amministrativa, ma ideologica che ci auguriamo come esito del voto di domenica, non può che partire, quindi, dallo smantellamento di alcuni “pilastri” dell’ultima legislatura, nel tentativo di ricucire – aggiornandolo e migliorandolo – quel sistema che ha saputo assicurare, per un paio di generazioni, emancipazione e protezione sociali come mai prima nella storia del paese.
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Bologna, Prati di Caprara: chi firmerà l’abbattimento di un bosco?

di Fausto Tomei, consigliere del quartiere Porto Saragozza per Coalizione Civica

Oggi in Consiglio Comunale arriva le delibera con la quale i Prati di Caprara passano di proprietà: dal Demanio al Comune di Bologna. È un atto propedeutico alla realizzazione del Piano Operativo Comunale ‘Rigenerazione patrimoni pubblici’ del 2015. Ma facciamo un piccolo riassunto per chi non li conoscesse: quella che vedete nella foto aerea è una porzione dei prati di caprara est: in basso a sinistra via Saffi (porta san Felice dista circa 500 metri), in alto a destra lo scalo Ravone (dove si trovano le tristemente note Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie), a sinistra le case dei militari che operavano quando era area militare. Oltre ad esse, in alto e a sinistra, i prati di caprara continuano e circondano l’ospedale Maggiore.

Quell’inconsueto verde urbano che vedete in foto, è ciò che il Comune definisce ‘area degradata’, l’assessore Lepore definisce ‘verde percepito’ e la Regione infine, nelle sue carte, definisce per quel che è veramente: area forestale cresciuta, spontaneamente, per decenni, sopra ad una ex area militare.

Per non farci mancare nulla, in tutto questo degrado, ci sono anche due corsi d’acqua, a secco in questa foto estiva, ma carichi d’acqua in inverno e primavera: il torrente Ravone e la canaletta Ghisiliera, sono quei due solchi paralleli che vedete in alto a destra prima dell’area ferroviaria (e della ciclabile di via del Chiu’, che divide le due aree).
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Sardegna, terre collettive occupate da privati: Comuni e Regione devono recuperarli

a-chiudende

di Stefano Deliperi

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha inoltrato (30 gennaio 2017) una specifica istanza ad alcuni Comuni della Sardegna che vedono migliaia e migliaia di ettari di terreni a uso civico occupati illegittimamente da Privati per l’adozione delle necessarie azioni di recupero ai rispettivi demani civici (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.).

I Comuni interessati sono Cabras, Lotzorai, Alà dei Sardi, Porto Torres, Dolianova, Carloforte, Barumini e Posada. Coinvolta anche la Regione autonoma della Sardegna (Presidenza, Assessorato dell’agricoltura, Agenzia Argea Sardegna) per l’esercizio dei poteri sostitutivi in caso di inerzia comunale, informate per gli accertamenti e i provvedimenti di competenza la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, la Procura regionale della Corte dei conti per la Sardegna e il Commissariato per gli Usi Civici per la Sardegna.

Attraverso un’analisi dei dati pubblici dell’Inventario generale delle Terre civiche, è stato possibile verificare un’ampia casistica di terreni appartenenti ai rispettivi demani civici, ma occupati senza alcun titolo da Privati. Fra i casi più rilevanti vi sono gli oltre 550 mila metri quadri di bosco e macchia mediterranea di Bricco Nasca, a Carloforte, le decine di lotti nella località costiera di Tancau, a Lotzorai, i circa 150 mila metri quadri intestati alla società estrattiva Industriale Monte Rosè a Porto Torres.
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Laddove esiste ancora un’editoria libera: la bibliodiversità del settore va tutelata

a-piulibri

di Vincenzo Vita

“L’isola che non c’è”, il noto brano di Edoardo Bennato, ben si presta a raffigurare la Fiera nazionale della piccola e media editoria – “Più libri più liberi” – che si è conclusa domenica scorsa al Palazzo dei congressi di Roma. E sono in corso trattative per tenere la prossima edizione alla “Nuvola” di Fuksas. In effetti, lo spazio attuale non è sufficiente, se è vero che è stata rifiutata una settantina di espositori.

Una bellissima manifestazione, dove si vedono stand di case editrici che il mercato penalizza e dove si incontra un universo appassionato alla lettura. Un punto di osservazione privilegiato per capire che esiste un mondo affascinante e rimosso. Lì fuori già se ne perdono le tracce, perché incombe il Grande Fratello omologante, con il pensiero unico indotto dalla televisione generalista a dominanza commerciale. Quella che, stando al Censis, invade a larghissima maggioranza l’immaginario italiano.

Eppure, l’editoria meno influenzata dai grandi gruppi, “Mondazzoli” in testa, resiste. Si coglie un lieve ma significativo incremento del fatturato e, pur continuando il calo delle copie vendute nell’intero comparto, piccoli e medi salgono: +7,6% a valore e +5,9% a copie. I generi in crescita sono la fiction italiana e quella straniera, mentre oscilla la letteratura per bambini o ragazzi. Le percentuali generali cambierebbero in meglio se le librerie non fossero travolte dai “colossi” della distribuzione, cui la legge sul libro in vigore (n.128 del luglio 2011) si contrappone debolmente.
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Contro ogni tortura: l’Italia approvi la legge entro il 2016

di Ilaria Cucchi

Mi chiamo Ilaria, ho 42 anni e 2 figli. Vivo a Roma e di Roma è tutta la mia famiglia. È qui che sono cresciuta: non da sola, ma insieme a mio fratello Stefano, quello “famoso”. Stefano Cucchi, “famoso” perché morto tra sofferenze disumane quando era nelle mani dello Stato e, soprattutto, per mano dello Stato.

Mio malgrado, sono molte le persone che mi conoscono in questo Paese. Sanno come sono fatta. Sanno – perché da sette anni ormai non mi stanco di ripeterlo – che sono in ottima forma fisica e che sono viva. Al contrario di mio fratello, che pesava quanto me ma che vivo non è più.

Nell’ottobre del 2009 non sono stata picchiata. Non mi hanno pestato, non mi hanno rotto a calci la schiena, non ho avuto per questo bisogno di cure mediche. Non mi hanno torturato. Sono viva. Sono viva e combatto con una giustizia che ha dimenticato i diritti umani.

Sono viva e da allora mi batto per non smettere di credere. Ecco perché chiedo che Parlamento e Governo approvino finalmente, ed entro quest’anno, il reato di tortura in Italia. Stiamo chiedendo all’Egitto verità per Giulio Regeni. Dobbiamo farlo. Ma ricordiamoci che lo facciamo dall’alto del fatto di essere l’unico Paese d’Europa a non avere una legge contro le brutalità di Stato. La Corte di Strasburgo ha già condannato l’Italia per gli orrori del G8 di Genova nel 2001. E ci ha imposto l’introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura. Che aspettiamo?
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Trivelle: perché votare sì al referendum

Referendum contro le trivellazioni
Referendum contro le trivellazioni

di Marco Ligas

Non lo scopriamo oggi ma è innegabile che il nostro Presidente del consiglio sia una persona compiacente: magari non verso gli elettori, perché li considera un intralcio alla democrazia così come lui la intende, ma sicuramente è compiacente nei confronti di chi detiene il potere. Con loro non si tira mai indietro. Anzi talvolta mostra una sensibilità inaspettata che mette in evidenza soprattutto nei rapporti con la Confindustria, con chi coordina e dirige le politiche finanziarie e oggi con i petrolieri.

Usando queste prerogative ha imposto che la data in cui si svolgerà il referendum sull’uso delle trivelle sarà il 17 aprile. Poteva benissimo scegliere la stessa data in cui si svolgeranno le amministrative ma ha preferito anticiparla.

Non è sbagliato perciò definire questa decisione una furberia, perché i referendum, si sa, non sempre sono valutati iniziative importanti nella vita politica del paese; non a caso spesso la partecipazione dei votanti non raggiunge le percentuali necessarie, soprattutto se i tempi di informazione dei cittadini sono limitati come in questo caso.
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Contro la devastazione del territorio

Saccheggio del territorio: unire le forze contro i predatori dell’ambiente

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia-Romagna

I comitati, i movimenti, le associazioni che si sono confrontati contro lo Sblocca Italia e le grandi opere domenica 4 ottobre ad Ancona sono avviati verso il raggiungimento di un importante obiettivo: l’interconnessione delle lotte condotte contro la devastazione e il saccheggio dell’ambiente. Tale esigenza non nasce certo per creare nuovi e improponibili contenitori, ma per la condivisa convinzione che ogni battaglia rafforza le altre e tutte insieme fanno la differenza, poiché possono davvero spostare i rapporti di forza.

Dai tanti racconti dei comitati presenti sono affiorati la consapevolezza del loro ruolo di presidi avanzati di difesa e di lotta nei loro territori, ma al contempo il senso di corresponsabilità che li lega tra loro. “Noi ci siamo” è stato detto da tanti agli altri partecipanti. Se il movimento NO TAV “ha indicato la strada e la linea”, le lotte No Ombrina, Trivelle zero, No grandi navi, contro il terzo valico, contro gasdotti e stoccaggi di gas, contro il biocidio ecc. hanno rappresentato le une per le altre sostegno reciproco, e soprattutto la moltiplicazione dei fronti di lotta di uno stesso comune conflitto contro lo scippo della vita, della democrazia e dei diritti ad opera di un capitalismo predone, che mette a valore tutto, a partire dai modi e dai luoghi di produzione e riproduzione della vita materiale delle persone.

L’esigenza dell’interconnessione delle lotte nasce proprio da una condivisa carica antisistemica, maturata nel corso delle tante forme di lotta, accomunate dalla denuncia dell’uso capitalistico del territorio, delle città, dell’ambiente, contro l’assalto del grande capitale finanziario ai beni comuni, contro i suoi investimenti speculativi, e la complicità delle istituzioni conniventi.
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Lavoro - Foto di Daniela

Manifesto contro la disoccupazione di massa

di Susanna Kuby

Anche i politici ora parlano del lavoro – del lavoro che non c’è – come se la disoccupazione fosse una scoperta sorprendente o una novità indotta dalla ormai pluriennale crisi economica che devasta i tessuti produttivi nazionali in Europa. Il processo di deindustrializzazione strutturale è altresì in atto da decenni, anche in Italia.  Sono ormai quasi 40 anni che l’avanzamento tecnico e scientifico ha portato a razionalizzazioni e ristrutturazioni produttive che escludono sempre più il lavoro vivo, mentre la produttività è aumentata in modo esponenziale ad esclusivo vantaggio del profitto e della rendita. La quota salariale complessiva si è abbassata a livelli postbellici e dappertutto aumenta il fenomeno dei “working poor”. 

Neanche nelle brevi fasi di boom economico i posti di lavoro in Europa sono più aumentati, e i numeri vantati circa nuovi posti di lavoro in Germania negli ultimi anni riguardano più che altro lavori precari o a tempo parziale. Questi vengono resi “sostenibili” attraverso integrazioni salariali ai lavoratori in forma di sussidi statali secondo le norme della cosiddetta “riforma Hartz (1-4)”, che ha ristrutturato radicalmente il mercato di lavoro tedesco in un’ottica neoliberista negli anni 2002/04, ad opera della SPD di Gerhard Schroeder.

Si tratta di una riforma complessa, elaborata non in parlamento, ma da una commissione non pubblica di “esperti” sponsorizzati dalla Fondazione Bertelsmann (del più grande Konzern europeo di massmedia), e venne infine accettata dai sindacati che in Germania sono strutturati secondo settori produttivi e inseriti saldamente nelle logiche di concertazione sociale della “Sozialpartnerschaft”. La moderazione salariale e pensionistica e l’allentamento delle tutele nell’ambito della deregolarizzazione viene attutito dall’insieme dei sussidi Hartz 4, che stabilizzano di fatto la disoccupazione di massa, la sottoccupazione, la mancanza di prospettive reali e la seguente letargia politica per ormai ca. 6 milioni di tedeschi.
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